15/05/2007

The One And Only Bush

Gliene hanno dette tante in questi quattro anni di presidenza. E lui non ha fatto niente, ma proprio niente, per tentare di riabilitare la sua immagine. Non credo, dunque, che se la prenda (il ragazzo ha ben altri casini cui pensare.) se oggi anch’io gli lancio un’accusa bella pesante. Meno seria e grave, of course, di quelle cui è stato fatto (giustamente) oggetto da parte dell’opinione pubblica internazionale ma pur sempre di una certa portata.

Ho deciso infatti di querelare ufficialmente Mr. George W. Bush per uso illecito e diffamatorio del cognome di famiglia. Non mi riferisco certo alle gloriose imprese del vecchio George padre (coglione più o meno come il figlio). O neppure ai mastrussi del fratello Jeb quello che, chiavando un po’ di voti dai seggi della Florida, lo ha aiutato a sconfiggere quell’altro demente di Al Gore.

Sto parlando, e voi appassionati di musica lo sapete bene, dell’unico e inimitabile Bush: Mr. Sam.

Ho per le mani il suo ultimo disco, King Of My World (Sugar Hill) e mai titolo poteva essere più azzeccato: Sam Bush è, infatti, uno dei piccoli/grandi “re del mio mondo”. A dire il vero, in questo caso sono in buona compagnia: come me, ad esempio, la pensano Emmylou Harris e Lyle Lovett che, non a caso, si sono contesi Bush come “musical director” dei loro rispettivi gruppi. Dello stesso avviso sono anche Mike Marshall, mandolinista eccelso, il cui idolo è proprio Sam e altre decine se non centinaia di musicisti di area folk & country. Più diverse jam band, Leftover Salmon su tutte, per le quali i New Grass Revival sono una fonte d’ispirazione evidentissima. Lo sanno benissimo tutti i fortunati che negli ultimi due anni hanno assistito al Bonnaroo, il più grande raduno di jamhead del mondo.

Già, perché i New Grass sono stati la grande invenzione di Sam Bush, a metà anni 70. Ripudiato dai puristi del bluegrass perché troppo rock e, al tempo stesso, mai capito dal mondo rock perché considerato troppo country, il gruppo di Sam Bush e John Cowan, proprio in quegli anni, aveva stregato Leon Russell, session man leggendario e leader dei Mad Dogs & The Englishman di Joe Cocker.

Con i New Grass Revival, Russell aveva dato vita a una fenomenale operazione di crossover che anticipava di dieci anni buoni le successive evoluzioni della new acoustic music. Quando, poi, nella band sono entrati Bela Fleck e Pat Flynn i NGR hanno spiccato il volo. La qualità della loro musica era davvero eccezionale: un freschissimo, trascinante mix di country, folk e bluegrass con piglio rock, spruzzatine reggae e tanta voglia di improvvisare. Il tutto condito da abilità tecniche spaventose e da perfette ed efficacissime armonie vocali. Di fatto, la stessa, originale formula artistica che Sam Bush continua a proporre, in modo riveduto e corretto, ancora oggi a trent’anni di distanza dagli esordi.

Quando ascolterete il nuovo album che, per la cronaca, verrà pubblicato dalla Sugar Hill il prossimo 13 aprile in occasione del 52° compleanno del mandolinista di Bowling Green, Kentucky, capirete cosa voglio dire. A partire dalla prima traccia, la bollente Puppies ‘n Knapsacks un fiddletune scritto da Sam con il bassista Byron House e il chitarrista Jon Randall Stewart che suona come un traditional (ma con inseriti il turbo e la trazione integrale) il disco entra in orbita.

Molto nella vena NGR sono They’re Gonna Miss Me When I’m Gone, dal repertorio di Jon Randall Stewart, i cui solo di chitarra sono davvero folgoranti, e la trascinante A Better Man (un pezzo di Keb’ Mo’) in cui Sam imbraccia nuovamente il dobro/mandolino suonato con lo slide.

Piace moltissimo anche una cover di Johnny Clegg, la spumeggiante Spirit Is The Journey (dall’album Scatterlings di Juluka del 1982): il brano, divertente metafora sul significato della vita (“Spirit is the journey / The body is the bus / I am the driver / From dust to dust”) è infatti arrangiato in modo impeccabile. Sam d’altronde non è nuovo a questo tipo di divagazioni etniche: con i NGR, ad esempio, era solito inserire nel repertorio almeno un paio di classici di Bob Marley così come altre chicche esotiche. Sempre riviste in modo originalissimo.

Tutti gli amanti dello stile old time & bluegrass (sul quale Sam si è fatto le ossa) impazziranno per la strepitosa versione di un pezzo degli anni 30 di Granpa Jones, una delle prime country star d’America. Eight More Miles To Louisville (evoluzione del traditional Big Bend Gal) ti mette subito di buon umore. Anche se, ai puristi, potrebbe suonare leggermente osé. Come ancora più dissacrante risulta un altro brano, uno strumentale in chiusura del disco, che prende spunto proprio da un aneddoto accaduto a Sam i primi tempi in cui suonava con i New Grass Revival.

La band era ospite di un Bluegrass Festival. Finito il set, Sam viene avvicinato da un fan di bluegrass tradizionale. Che, un po’ a muso duro, gli fa: “New Grass Revival. ma chi vi credete di essere, i Mahavishnu Mountain Boys?”. Quella buffa definizione, usata certo non per fare un complimento, si riferiva all’ensemble jazz-rock di John McLaughling (a quell’epoca altrettanto inviso ai puristi jazz). A Sam Bush, che non l’ha mai considerata spregiativa, è piaciuta. E ha costituito lo spunto per l’omonimo strumentale (in chiusura del disco) che, viste le influenze, potremmo anche definire indo-grass.

Tre anni e mezzo dopo la fenomenale raccolta Ice Caps, il meglio delle sue partecipazioni al Festival di Telluride, e a cinque di distanza dal suo ultimo lavoro in studio Howlin’ At The Moon, Sam Bush ritorna dunque a stupire i suoi ammiratori. Molti dei quali, come dicevo prima, la sanno davvero lunga.

“Se potessi, suonerei molto di più con Sam”, ha più volte affermato Bruce Hornsby mentre per Mark Brian (Hootie & The Blowfish) Bush è “semplicemente il più bravo mandolinista che abbia mia sentito”. E se Emmylou sostiene addirittura che “Sam è il mio eroe”, Leo Kottke, maestro indiscusso della chitarra fingerpicking, ammette che “c’è un unico e solo Sam Bush”.

Chi gli può dare torto?

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