15/05/2007

Lady Diana e le regine del Canada

MAPLE LEAF RAG

Qualche tempo fa, ricordando gli anni della giovinezza trascorsi in Canada, l’attore comico Mike Myers raccontava di aver avuto due sogni: vincere la Stanley Cup (lo scudetto dell’hockey canadese) e formare una rock band.

A prima vista, hockey su ghiaccio e musica rock non sembrano avere molti punti in comune. Se non quelli di condividere nel nome le lettere “ock”, di usare un disco, essere veloci e (a volte) violenti. “Certo”, puntualizzava Myers non senza ironia, “la cosa cambia quando si analizza il tutto con un’ottica canadese. L’hockey su ghiaccio è, infatti, lo sport nazionale e il rock ha prodotto personaggi che hanno tenuto alta nel mondo la bandiera con la foglia d’acero: ecco perché in Canada questo binomio risulta una combinazione esplosiva”.

A titolo di curiosità, Myers ricordava pure che il padre di Neil Young, Scott, era un giornalista sportivo specializzato nell’hockey e che sul quotidiano Toronto Star c’è, da sempre, una rubrica curata dal musicista Dave Bidini basata proprio sui rapporti tra rock e hockey. “Se non siete convinti”, diceva ancora il protagonista di Austin Powers, “provate ad ascoltare il testo di River di Joni Mitchell”.

Effettivamente, il brano citato (Blue, 1971) contiene un passaggio significativo: “It”s coming on Christmas / They”re cutting down the trees / They”re putting up reindeer / And singing songs of joy and peace / I wish I had a river / I could skate away on”.

Anche se, ed è sempre Myers ad affermarlo, “c’è un’altra canzone della Mitchell bella, intensa, poetica ma soprattutto talmente emblematica che meriterebbe di diventare il nuovo inno nazionale canadese”. Il pezzo cui si riferisce è, ancora una volta, tratto dall’album Blue: si chiama A Case Of You (ricordate? “.I drew a map of Canada, oh Canada.”) ed è uno dei grandi classici della cantautrice del Saskatchewan. Tanto che, molto spesso, nei suoi concerti anche Diana Krall lo esegue. “La mia è una versione per piano e voce che ricalca l’originale”, ci aveva raccontato un paio di anni fa la Krall, “ho avuto il privilegio di suonarla di fronte alla Mitchell nella serata televisiva (An All-Star Tribute To Joni Mitchell) organizzata all’Hammerstein Ballroom di New York dalla TNT nella primavera del 2000. Ero emozionatissima: Joni è il mio idolo!”.

La Mitchell non è soltanto l’idolo di Diana: oltre a essere un imprescindibile punto di riferimento artistico e culturale per le songwriter internazionali, essa è, di fatto, una sorta di guida spirituale per ogni artista canadese donna che si rispetti.

“Sono nata a Fort Macleod nell’Alberta e poco dopo mi sono trasferita a Saskatoon”, ricorda Joni, “entrambi luoghi dai climi estremi. Ma circondati da una natura selvaggia che è stata la mia primaria fonte di ispirazione artistica”.

Allieva modello di una scuola d’arte, Joni coltiva la pittura come principale forma d’espressione. È il suo maestro (un australiano eccentrico, un certo Kratzman) a spingerla verso l’autonomia creativa. “Se dipingi con il pennello, puoi dipingere anche con le parole”, le dice. Il rock’n’roll prima e Bob Dylan poi la convincono definitivamente a cimentarsi con la musica.

Per questo, nel 1964, la Mitchell si trasferisce a Toronto dove sta fiorendo una ricchissima scena folk. Paragonabile, in qualche modo, a quella del Greenwich Village newyorkese se non addirittura alla spumeggiante Swingin’ London di Beatles e Rolling Stones.

Lì, tra Leonard Cohen e Gordon Lighfoot, tra Penny Lang e Buffy Sainte-Marie, Joni affina la sua penna.

Lì prende il via l’epopea di The Band e Neil Young.

Lì (forse) nasce il miracolo musicale canadese.

Che può vantare, però, radici antiche. E più profonde.

Perché alla scuola dei folksinger di quegli anni si affiancano non solo il patrimonio tradizionale di matrice celtica che i coloni europei hanno portato con loro quando si sono stabiliti sulle coste orientali del Paese nel XVIII Secolo. Assai prima di loro, infatti, c’era una cultura autoctona: quella del popolo degli Inuit, gli indigeni eskimo, che abitava gli inospitali territori del Nord.

Della loro tradizione musicale, trasmessa oralmente, ci restano i canti amelodici e selvaggi interpretati in modo mirabile proprio dalle donne. Uno di essi, forse quello più spettacolare, prende il nome di “katajjaq” ed è ancora oggi diffuso nel Quebec settentrionale e nell’isola di Baffin: due donne si dispongono, cingendosi, l’una di fronte all’altra, con i due nasi in contatto e intonano canti gutturali (simili a quelli siberiani/mongoli di Tuva). Si tratta di esercizi vocali gioiosi che rappresentano una sorta di competizione tra le due cantanti.

Alla tradizione musicale degli Inuit (che presenta anche un coté strumentale) si rifanno le Tudjaat, duo femminile formato da Madeleine Allakariallak e dalla cugina Phoebe Attagotaaluk. Cantano sia in inglese che in inuktitut e contaminano la tradizione con sonorità elettroniche.

“Il nostro scopo è promuovere la cultura Inuit”, dice Madeleine, “ci interessa farlo anche nel look; per questo, quando siamo in concerto, indossiamo costumi il cui design è uguale a quello degli abiti dei nostri antenati”.

Le Tudjaat hanno partecipato alle registrazioni dell’album di Robbie Robertson Contact From The Underworld Of The Red Boy, dedicato alla musica dei nativi d’America. La cui cultura è portata avanti anche da un’altra donna Inuit, in Canada persino più famosa e apprezzata delle Tudjaat. Si chiama Susan Aglukark, è cresciuta nei territori del Nord Ovest ed è diventata una figura chiave dell’organizzazione Inuit Tapirisat Of Canada per la difesa dei diritti degli indigeni prima ancora di intraprendere la carriera musicale. Susan si è affermata negli anni 90 e ha contribuito con le sue canzoni a diffondere la cultura del suo popolo.

Come accennato prima, alla creazione di un’identità culturale canadese hanno contri-buito anche le musiche di origine europea, sbarcate sul continente americano con i coloni francesi, irlandesi e scozzesi. I primi si sono stabiliti nel Quebec, gli altri sulla costa orientale. Tutti hanno dovuto lottare duramente per la sopravvivenza. Ma è stata la Costa Est, dove il maggiore isolamento geografico ha concorso al mantenimento delle tradizioni degli immigrati scoto-irlandesi, a dare i natali alle artiste più interessanti. Specie quando si è trattato di rielaborare in modo originale le musiche tradizionali. È un filone dal quale ha tratto ispirazione una canadese eccellente, l’arpista/cantante Loreena McKennitt. La strumentista più sbalorditiva è però la violinista Natalie MacMaster il cui destino sembra segna-to sin dall’infanzia: è nipote del leggendario fiddler Charles MacMaster grazie al quale prende confidenza con lo strumento a soli 8 anni d’età. Come ha affermato il suo insegnante di violino, “Natalie è la dimostrazione che l’abilità musicale può essere un fatto genetico”.

La MacMaster viene da Cape Breton, l’isola più orientale della Nova Scotia, luogo che conserva un retaggio celtico importantissimo. Che ha stregato anche una cantante come Mary Jane Lamond, canadese di quinta generazione cresciuta nell’Ontario ma con profonde radici scozzesi, che proprio nel corso di un viaggio nella Nova Scotia per andare a trovare i nonni scopre in quei luoghi la magia delle antiche tradizioni.

“La nostra cultura”, ammonisce Mary Jane, “non è inesauribile. Assomiglia a una foresta: devi fare attenzione a non sfruttarla al punto da farla morire. Se tagli un albero, devi piantarne un altro. Anche con la musica celtica è così: dobbiamo impegnarci perché i più giovani se ne interessino”.

Produttrice della Lamond, Laurel MacDonald è una cantante apprezzata ma non ancora famosa. Le sue sperimentazioni vocali assomigliano più a un crossover tra i cori balcanici e l’arte visionaria di Laurie Anderson che non ai canti dei marinai di Cape Breton. Qualcuno ha scritto di lei che può cantare “come Laurie Anderson, Buffy Sainte-Marie e Joni Mitchell. e il tutto nello stesso album!”.

Ai nomi di McKennitt, Lamond e MacDonald si debbono aggiungere quelli di Laura Smith, Rita MacNeill o delle Ennis Sister. Anche se la MacMaster è l’autentica fuoriclasse dell’intero lotto. Natalie è uno spettacolo da sentire, ma anche da vedere: mentre suona il violino spesso esegue contemporaneamente la clog dance (antenato del tip tap) che, oltre a rendere funambolica la performance, contribuisce a sottolineare percussivamente il ritmo dei brani.

Certamente le radici della country music non affondano nella terra canadese. Eppure alcune delle innovazioni più importanti degli ultimi vent’anni vengono da lì. E sempre per merito delle donne. Non credo centri la figura di Anne Murray, prima country star canadese di fine anni 60. Assai più determinante di lei, stilisticamente ma non solo, è stata la stravagante k.d. lang: il suo cow-punk degli esordi è risultato addirittura devastante. Innamorata della leggenda di Patsy Cline (al punto da chiamare la sua band The Re-Clines), k.d. ha rappresentato per un certo periodo (fine anni 80) la miglior espressione della canadesità in musica. Tanto che il comitato organizzatore delle Olimpiadi Invernali di Calgary (1988) l’ha voluta come performer musicale nella cerimonia d’apertura. Prima di lei, sul ghiaccio della Calgary Arena, un’altra leggenda al femminile del country & folk canadese: Sylvia Tyson che, con il marito Ian, ha formato uno dei duetti più popolari degli anni 60.

Omosessuale dichiarata, animalista convinta, attivista politica, k.d. lang è un personaggio scomodo: a inizio anni 90, dopo una campagna pubblicitaria contro il consumo della carne di cui era stata testimonial, le potenti lobby di allevatori hanno fatto sì che le sue canzoni non fossero più trasmesse dalle radio specializzate in country music. Negli Usa e in Canada. Anche se k.d. ha sempre dichiarato che la sua musica “incarna lo spirito libertario del Canada. E ha una prospettiva infinita come il cielo dell’Alberta”.

Assai più rassicuranti di lei sono la deliziosa cowgirl Terri Clark (nata a Montreal ma cresciuta nello stato dell’Alberta come k.d.) e soprattutto la fascinosa Shania Twain, 17 milioni di copie vendute (record per un’artista donna nel Nord America) solo con il terzo album Come On Over (1997). Sprizza gioia e bellezza da tutti i pori l’avvenente ragazzona dell’Ontario che già al secondo disco (The Woman In Me, 1995) fa innamorare milioni di americani (e non solo cowboy.) andando oltre il cliché nashvilliano. Per tutti lei è Shania. E basta.

Il suo inimitabile crossover country-pop (ci mette lo zampino il marito produttore Mutt Lange, già dietro la consolle di rock band affermate) diventa uno standard da imitare. Al resto ci pensano pezzi divertenti come That Don’t Impress Me Much o la conturbante Man! I Feel Like A Woman, con relativi sexy-clip: così Shania si siede sul trono regale della country music dal quale non è ancora stata scalzata.

La Twain non è l’unica canadese a essere una record-woman: Alanis Morissette (16 milioni di copie vendute nel 1995 con Jagged Little Pill) è l’artista donna con l’album di debutto di maggior successo. E Céline Dion (non contando lo smashing hit della colonna sonora del film Titanic) solo con l’album Falling Into You (1996) ha venduto oltre 10 milioni di copie. Hanno sbancato le classifiche pure Alannah Myles (ricordate Black Velvet?) o più recentemente la Lolita del punk-pop Avril Lavigne.

C’è chi dice che molto del merito di questi successi (artistici e commerciali) sia dovuto a una politica protezionistica che il Governo canadese ha varato nel 1971. In quell’anno, infatti, con un atto chiamato Canadian Content è stato stabilito che radio e televisioni dovessero mandare in onda almeno il 30% di musica scritta, prodotta o interpretata da artisti locali.

Solo cinque anni prima (1965) come accaduto anche negli Usa, la maggior parte dei gruppi pop-rock canadesi suonavano come imitazioni dei Beatles. Una band, in particolare (Chad Allan & The Expressions) aveva avuto successo con una cover di Shakin’ All Over: la chiave della loro popolarità era stata quella di aver fatto finta di essere un gruppo del Merseybeat che si nascondeva sotto falso nome. Così, quando è venuto il momento di pubblicare il primo album quella stessa band ha deciso di non usare il nome originale ma piuttosto quello di “Indovinate chi?”: il trucco ha funzionato e The Guess Who sono diventati (ricordate American Woman?) uno dei gruppi canadesi più popolari della storia.

Il Canadian Content ha certamente protetto la stirpe cantautorale canadese. Di cui le donne sono, dagli anni 60, protagoniste al pari dei colleghi maschi. Jann Arden (1962) è quella che meglio di tutte ha raccolto la tradizione intimista e impegnata di quel periodo: ha recitato per il cinema e la televisione, ama cantare di esperienze personali e, spesso, di delusioni amorose. Hollywood ha scelto la dolcezza delle sue canzoni (che strizzano l’occhio al cantautorato californiano) per accompagnare le immagini di alcuni film; il mondo della pubblicità ha preso in prestito dal suo repertorio la romantica Insensitive. Se lei sembra la tipica ragazza della porta accanto, la presenza e il look di Tara MacLean (1973) non passano invece inosservati. La cantante è stata immortalata con un bel pancione sulla copertina del magazine canadese Flare Pregnancy per testimoniare “come si possa essere alla moda anche durante la gravidanza”. Nata nell’isola di Prince Edwards, Tara è cresciuta in una casa modesta nei boschi con la madre attrice e il padre cantante di country e gospel. Viene invece da Ottawa la intrigante Kathleen Edwards (1979), un solo album all’attivo, il per altro bellissimo Failer del 2003, ma numerose approvazioni da pubblico e critica. Stilisticamente, una via di mezzo tra i Whiskeytown e Gillian Welch, la Edwards scrive ottimi brani roots nella vena artistica di Bob Dylan, Tom Petty e del suo connazionale Neil Young. Più di lei, della Arden e della MacLean è però Jane Siberry (1955) la songwriter con il maggior tasso di canadesità. In pista dal 1981, la Siberry mostra non solo un’originalissima raffinatezza eterea, tipica dell’arte nordica, ma anche un’attenzione tutta particolare ai territori di provenienza. Come certificato dall’album Summer In Yukon o dai vari esperimenti compiuti successivamente. Stilisticamente a cavallo tra folk, rock, pop e jazz, la Siberry è stata affiancata nelle produzioni da personaggi del calibro di Brian Eno, Michael Brook, Joe Jackson.

Alla tradizione folk degli anni 60 simbolizzata da Penny Lang, a quella cantautorale degli anni 70 splendidamente rappresentata da Joni Mitchell, in Canada negli ultimi anni si è aggiunto un nuovo filone; quello delle songwriter pop-rock. Le più fresche sono le Lillix (rock band tutta al femminile), la più celebre senza dubbio Alanis Morissette; ma a ogni anno che passa si aggiunge un nome nuovo.

A sentire una di loro, Amanda Marshall “probabilmente è solo un fenomeno di moda. Una delle tante trovate del music business”. Fuggita a gambe levate dal Conservatorio di Toronto dove aveva studiato per anni, Amanda si esibisce per la prima volta su un palco durante una serata per dilettanti a Toronto accompagnata dalla leggenda canadese del blues, il chitarrista cieco Jeff Healey, conosciuto soltanto la sera prima. Pur non essendo “la figlia segreta di Joe Cocker e Janis Joplin”, come aveva scritto con esagerato entusiasmo un giornalista presente, la Marshall se la cava egregiamente e parte in tour con Healey. Il suo pop-soul dinamico piace a Elton John che la lancia verso il successo negli Usa.

“Certo che sono orgogliosa di essere canadese”, aveva dichiarato Joni Mitchell nel 1974 all’apice del successo, “ho costruito una casa nella British Columbia e ci andrò a vivere quando mi sarò stufata della California”.

In realtà, la Mitchell nel bucolico isolamento della sua villa sulla costa a nord di Vancouver c’era stata per scrivere i pezzi di For The Roses, il suo album più romantico e più “canadese”. Proprio nello stesso periodo in cui le due sorelle Kate e Anna McGarrigle, (vera e propria istituzione della cultura French-Canadian di Montreal), regalavano Heart Like A Wheel a Linda Ronstadt.

E se le McGarrigle non hanno mai pensato di lasciare il natio Canada (il loro sito www.latribu.ca/mcgarrigle è rigorosamente bilingue) molte delle artiste che sono emigrate nei vicini States stanno facendo ritorno. O quanto meno, come la Mitchell, conservano una residenza nel loro Paese d’origine.

Perché, come sostiene una delle ultime arrivate, la fascinosa Sarah McLachlan, “la mia musica è assolutamente influenzata dalla natura, dalle atmosfere e dallo spirito canadese. Lì affondano le mie radici: non potrei vivere in un posto diverso”.

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DIANA KRALL
Bella, bionda e… jazz
di Antonio Lodetti

“Il Canada è un Paese misterioso e sterminato dove si vive in pace, senza pressioni. Questo è importante anche per crearsi una cultura musicale. Ascolti i suoni americani dall’esterno, ti fai toccare dalle emozioni delle canzoni senza farti schiacciare dalle pressioni del business, dalle mode, dal finto conformismo. Non a caso Joni Mitchell, l’artista più poliedrica in assoluto, viene dal Canada, e anche un cantautore rock come Neil Young ha uno spirito particolare, malinconico e introverso, che caratterizza i suoi suoni. Se io canto con questa libertà di temi e di spirito, devo ringraziare la mia terra”. Ecco Diana Krall, ovvero che fatica essere una signora del bel canto; soprattutto per le biondone sofisticate, sensuali e dalla pelle bianca. Viaggiano sempre in altalena tra jazz e musica leggera di lusso, conquistando il pubblico e la vetta delle hit parade sconcertando ora i puristi ora i fan della black music a denominazione di origine controllata.

Un tempo accanto al rigore di June Christy e Anita O’Day c’era la vena romantico-melodica di Peggy Lee e Julie London e addirittura la candida esuberanza di Doris Day che rileggeva il jazz in chiave pop. Oggi ci sono le signore del rock, poi quelle che piacciono al pubblico e spiazzano la critica (come Norah Jones, su cui tutti si arrovellano: è soul, è jazz, cosa mai sarà?) e infine ci sono una valanga di pretendenti che sgomitano per guadagnare – pur essendone spesso molto lontane per radici e cultura – una laurea in jazz. Tra queste la più accreditata è la nostra Diana. Con la sua voce dai timbri morbidi, il tocco essenziale del pianoforte, con il clima quieto e pensoso delle sue ballad sposa concentrazione lirica, doti tecniche e un pizzico di mestiere che non guasta. Album come Love Scenes, When I Look In Your Eyes, The Look of Love conquistano Grammy e classifiche (quelle del jazz naturalmente) rimanendoci per mesi e mesi.

Eppure qualcuno dubita ancora della purezza del suo stile. “Non me ne frega un accidente di ciò che pensa la gente e men che meno di ciò che dice la critica. Le mie radici sono nel jazz; il mio approccio alla musica è jazz; anche i miei modelli vengono dal jazz, da Earl Hines a Herbie Hancock, da Billie Holiday a Ellla Fitzgerald. Io però vivo in un’altra epoca, ho imparato a conoscere i miei eroi sui dischi. Posso ispirarmi a loro ma non imitarli, altrimenti sarei una cantante da night come altre mille. Non esisterà mai più un’altra Billie Holiday, così come non ci sarà un secondo John Coltrane o un nuovo Picasso. Sarebbe umiliante cercare di copiarli. Il jazz come lo intendo io cresce confrontandosi con la vita quotidiana e con i suoni della modernità”.

Sa come colpire Diana, come cambiare marcia – dondolando tra i tempi lenti e quelli swinganti -, senza perdere feeling e profondità. Poi è anche una splendida quarantenne, che per qualità artistiche e fisiche ha fatto perdere la testa persino a Clint Eastwood (uno che di musica e di donne se ne intende) che ha scritto per lei Why Should I Care inserendola nel film Fino a prova contraria. Gli appassionati di gossip si fregavano le mani; avrebbe potuto nascere una bella storia d’amore ma Diana ha preso un’altra strada, altrettanto allettante per le cronache rosa ma anche, e soprattutto, per gli appassionati di buona musica. Ha sposato il colto reuccio del rock Elvis Costello e con lui ha scritto il suo nuovo cd The Girl In The Room, inno alla ballata con preziosi omaggi a Tom Waits (Temptations), Joni Mitchell (Black Crow) e all’anziano pianista bianco del Mississippi – ancora oggi star del blues e del jazz nei locali di Londra – Mose Allison (Stop This World).

“Le storie su me e Eastwood erano solo chiacchiere; lui è un ottimo pianista honky-tonk e ha una sviscerata passione per il blues. Potrebbe parlare di boogie woogie o di ragtime per ore davanti a una birra, sia-mo molto in sintonia musi-calmente. Ma non si può con-fondere questo rapporto con quello profondo che mi lega ad Elvis. Elvis è un vulcano, fa mille cose senza perdere mai la bussola. Un giorno suona rock scatenato e il giorno dopo dirige un’orchestra d’archi. Non perde mai la concentrazione, dopo un album intimista, vicino alla musica classica come North Star ora ha ripreso il rock più scatenato con gli Attractions. Mi ha insegnato ad allargare sempre più il mio spettro di esperienze. Ciò non vuol dire che un giorno suonerò ballate scatenate accompagnata da chitarroni elettrici”.

La serenità nella vita privata influisce sulle nuove composizioni della coppia, molto introspettive senza diventare melense o troppo sdolcinate. “Le nostre canzoni nascono dalla sintonia emotiva. Il lavoro però non ha nulla a che vedere con la vita in comune. Piuttosto ci sono profonde affinità artistiche. Ognuno mette cio che ha nel cuore. Lui scrive i testi, io la musica. Spesso io mi ispiro alle sue liriche, in altri casi lui parte da una mia melodia. Brani come I’ve Changed My Address e Departure Bay sono una sorta di conversazioni private che regaliamo a chi le vuole ascoltare. Per ora nel matrimonio tra jazz e rock vince il jazz”.

È il disco di una donna in continua evoluzione, che ha uno stile e non vuole arrendersi alla routine e allo stereotipo. “È l’opera di una donna che sta bene con sé stessa e con le persone che le stanno attorno. Ho raggiunto un buon equilibrio, così sono in grado di esprimere emozioni contrastanti; canto gioia e dolore con grazia e veemenza”.

Dai brani composti a quattro mani al classico costelliano Almost Blue, un peana alla ballata d’autore. Al di là di qualsiasi definizione, Diana Krall punta tutto sulla ballad. “Mi piace raccontare e raccontarmi e penso che la struttura della ballad, con un tocco bluesy, sia la maniera migliore per farlo. Ogni tanto però mi piace scatenarmi in qualche pezzo swingante per rompere l’equilibrio. La musica deve rimbalzare continuamente tra rilassa-tezza e tensione, questo è il segreto. Nel nuovo album c’è più cura per i testi e la musica è più asciutta, più drammatica. Ho dato più spazio al mio pianoforte grazie al supporto di grandi artisti jazz come Anthony Wilson alla chitarra, Christian McBride al basso, Peter Erskine alla batteria. Voglio crescere su questa strada”. Senza dimenticare di buttare l’occhio oltre confine, dove la ballata (ancora lei) acquista i colori della poesia quotidiana e della vita da strada. “Non a caso ho scelto di reinterpretare Tom Waits e Joni Mitchell. Sono cantori moderni che mi emozionano profondamente. Tom sa dare calore e sentimento ai personaggi diseredati e dimenticati. Con i suoi racconti trasforma gli incubi in sogni. È un grande consolatore, la sua voce rabbiosa sfida le mode e il tempo. Joni è nata con il folk più puro, solo chitarra e voce, e ora è una delle più raffinate autrici a tutto campo, che spazia dal repertorio di Charles Mingus alla rivisitazione dei suoi classici con orchestra d’archi. Mose Allison è un idolo, uno dei più vecchi musicisti in circolazione, che ha ancora il blues del profondo Sud nel cuore così come l’improvvisazione jazz”.

Quella di Diana è una visione candida del jazz, che tende a recuperarne il lato conservatore (nel senso positivo del termine) con un pizzico di progressismo. “Voglio stare in equilibrio tra passato e presente; il jazz ha un passato gloriosissimo e noi oggi dobbiamo mettere in campo tutte le nostre esigenze per reggere il confronto. Spero di non perdere l’ispirazione, altrimenti a che serve cantare? È facile intrattenere il pubblico ma a me non basta. Voglio creare un feeling, un linguaggio che comunichi qualcosa, questo è il senso del jazz e del blues”.

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SARAH MCLACHLAN
L’usignolo di Halifax
di Ezio Guaitamacchi

È davvero in forma smagliante la bella Sarah. Gentile e ospitale (“C’è un sacco di roba da bere e da mangiare. prendi quello che vuoi”) mi accoglie radiosa nel salottino che la sua casa discografica ha riservato all’interno della hall di un lussuoso albergo del centro di Milano.

“È lontana Via della Spiga?” mi chiede, desiderosa di fare un salto nello show room di Roberto Cavalli, il suo stilista preferito. “Di solito, quando capito in Italia, vado a trovarlo a Firenze. Sai, mi fa sempre grossi sconti.”.

Ignoro quanto costino gli abiti di Cavalli, ma so che alla signora McLachlan non mancano certo i quattrini. Con soli sei dischi all’attivo, la ragazza di Halifax ha totalizzato infatti oltre 25 milioni di copie vendute: senza contare i proventi di concerti, edizioni, pubblicità e quant’altro.

Sarah (36 anni, portati benissimo, compiuti lo scorso 28 gennaio) è artisticamente ferma dalla fine del 1999 quando ha pubblicato il live Mirrorball e chiuso definitivamente la parentesi del Lilith Fair. Quella del “Festival itinerante tutto al femminile” resta una delle esperienze più gratificanti della sua vita professionale.

“Pensa che è nato quasi per caso”, racconta, “l’estate del 1997 era piena d’impegni. Avevo un sacco di richieste di concerti. Ed ero an-gosciata dal pensiero che tutta questa responsabilità potesse gravare solo sulle mie spalle. Quindi ho pensato: proviamo a coinvolgere qualche amica. Cono-scevo un sacco di musiciste e cantanti donne bravissime e la maggior parte dei festival estivi erano ‘controllati’ dagli uomini. Allora mi sono detta: è ora di far qualcosa di diverso. L’idea di un festival al femminile, semplice ma al tempo stesso nuova, mi è parsa interessante. Anche il nome, Lilith Fair, si è rivelato un’intuizione vincente. Il successo è stato enorme e assolutamente imprevedibile”.

Ma tre anni di fila, sempre sulla cresta dell’onda sono tanti. Forse troppi.

“Ho voluto smettere all’apice del successo”, confessa Sarah, “era faticoso: subivo pressioni di ogni tipo. In più, avevo l’obbligo di essere headliner tutte le sere. Non riuscivo a scrivere canzoni nuove né ad avere una vita privata. A un certo punto ho deciso che avrei voluto avere un figlio. E il Lilith Fair è finito”.

Il festival per la McLachlan è stato anche la scusa per coinvolgere alcuni dei suoi idoli musicali. “Indigo Girls e Emmylou Harris”, ci dice, “sono sempre state le mie artiste preferite. Hanno aderito con entusiasmo al Lilith Fair. Anzi, sono state davvero decisive per il successo della manifestazione. Joni Mitchell e Annie Lennox (gli altri due miei grandi idoli) per differenti ragioni hanno declinato il mio invito”.

Oggi la McLachlan vive a Vancouver ed è orgogliosamente cittadina canadese. “Riven-dico le mie origini”, dice, “l’influenza della natura e del mare della Nova Scotia sono state fonti d’ispirazione fondamentali delle mie canzoni”.

Sarah è una che ha la musica nel sangue. Da quando ha memoria, i suoi ricordi sono legati alle sette note. “Ho iniziato a cantare a 4anni”, racconta, “conoscevo a memoria tutta i dischi di Joan Baez. Ma invece di accompagnare quelle canzoni con la chitarra, usavo un ukelele .”.

Per un po’ la musica è stata solo un hobby. “Ho studiato tre anni alla scuola d’arte di Halifax”, spiega.

L’approccio con il mondo della discografia è stato curioso. Sarah ha addirittura rifiutato un contratto. “Non è andata così”, sorride, “innanzitutto perché non si trattava di un contratto vero e proprio. E poi ero giovanissima: avevo 17 anni e avevo suonato in pubblico una volta soltanto con una band di musica elettronica, gli October Game. Mi proposero di andare a Vancouver. Ovviamente i miei genitori si sono opposti: mi hanno chiesto di terminare la scuola prima di intraprendere seriamente la carriera musicale, sempre che quella fosse stata la mia intenzione”.

Il destino la ripaga dell’occasione persa. “Un paio di anni dopo”, ricorda Sarah, “la stessa compagnia mi ha proposto un vero contratto discografico. Così è iniziata anche la mia carriera di autrice. Gli anni di studio e di passione (dodici di chitarra classica, sei di pianoforte e cinque di canto) avevano fatto sì che avessi messo da parte un sacco di idee musicali. E un vero e proprio repertorio di canzoni mie. Ho sfruttato al massimo quell’occasione”.

Quindici anni dopo, Sarah McLachlan è una superstar internazionale. Il suo ultimo album Afterglow (vedi JAM 103) che in Nord America è uscito lo scorso inverno, qualche mese prima rispetto all’Europa, ha già vinto un paio di Juno Awards, i Grammy Canadesi. La sua elegante proposta artistica (poeticamente e stilisticamente molto femminile, intimista, davvero ispirata) è un originale mix tra il classico folksinging nordamericano e il sofisticato pop d’autore di stampo europeo.

“Il merito è di Pierre Marchand, il mio produttore”, ammette Sarah. “Quando sono andata da lui, per la prima volta, avevo i pezzi scritti solo per chitarra acustica e voce. Lui mi ha dato consigli importanti sul mio modo di cantare: ‘Non esagerare’ mi diceva sempre. Specie perché cercavo di far vedere a tutti le mie capacità tecniche, la mia abilità interpretativa. ‘E’ perfettamente inutile che dimostri a tutti quanto sei brava: canta le tue canzoni. Questa è la cosa più importante’, mi ha suggerito. Ho seguito i suoi consigli, e oggi credo di essere una cantante e un’artista migliore”.

La voce di Sarah, melodiosa, espressiva e con un timbro assai personale (“Ho studiato tanto ma penso ci sia anche una componente naturale”) è senza dubbio un trade-mark inconfondibile. Così come lo stile delle sue composizioni.

“La maggior parte delle mie canzoni”, spiega, “raccontano storie vere, argomenti reali o emozioni provate. Oppure assomigliano molto a esperienze di vita che ho vissuto. Ma non rivelo quasi mai tutto sino in fondo: in questo modo, tendo a preservare la mia intimità. E, conseguentemente, a non rendere troppo doloroso il processo creativo e le modalità espressive”.

Sarah ci svela anche qualche piccolo segreto. “Il mio modo di comporre”, spiega, “parte sempre dalla musica. È un processo che sgorga in modo naturale e che sintetizza emozioni, atmosfere, climi, colori. Per fare un paragone pittorico, è la parte astratta dei miei quadri sonori. La situazione ideale per esprimere la mia creatività è quella in cui ho la possibilità di star da sola. A volte cerco un vero e proprio isolamento, fisico e psicologico. In particolar modo, ho bisogno della massima concen-trazione per la stesura dei testi”.

Non sempre i pezzi nascono con una forma definitiva. “Al contrario”, racconta, “nella maggior parte dei casi rimangono per un bel po’ nel cassetto. È come se li lasciassi lì a decantare, a trovare una loro dimensione artistica autonoma, anche perché, dopo un po’, perdo l’obiettività di giudizio. E mi identifico talmente tanto da sviluppare nei confronti dei brani una sorta di amore morboso. Ecco perché le canzoni che preferisco”, dice ancora, “sono quelle che ho composto con facilità e naturalezza, come Angel. Ma anche come Drifting o Answer. Oppure Push, che è una piccola, semplice ma sentita, canzone d’amore scritta per mio marito. È un brano positivo, felice che riflette il mio vero carattere: sono una persona solare. Quello che scrivo è quello che sono: prendere o lasciare”.

“Anche se gli accadimenti più importanti degli ultimi tre anni come la morte di mia madre e la nascita di mia figlia India”, continua, “sono stati così importanti che necessitano di una maggior elaborazione prima di essere espressi in modo convincente in musica”.

Oggi Sarah McLachlan è uno dei grandi orgogli artistici del Canada. Una che si può permettere il lusso di gestire nel modo migliore carriera e vita privata. Con i giusti ritmi.

“Dopo questo album e la successiva tournée”, spiega, “sarà ora di dare un fratellino a India. Quindi per il prossimo disco dovrete aspettare almeno altri cinque anni”.

Ma anche una che non dimentica il suo status di persona privilegiata. E che, appena può, dedica tempo, energie e denaro a cause sociali importanti. “È iniziato tutto nel 1992, quando un amico giornalista di MuchMusic (il canale televisivo canadese interamente dedicato alla musica, nda) mi ha invitato in Cambogia e Tailandia per commentare un documentario che stava girando sulla prostituzione giovanile in quei Paesi. Allora, ho capito quanto tutto, nella vita, può essere relativo: pensi di essere brutta, ignorante, povera e depressa. Poi vai a qualche ora di distanza, dall’altra parte del mondo e ti scopri bella, colta, ricca e fortunata. Da allora mi occupo di solidarietà: ho attivato da qualche anno il Sarah McLachlan Music Outreach Program proprio per aiutare i ragazzi del ghetto a trovare un futuro attraverso la musica”.

Complimenti.

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ALANIS MORISSETTE
Donna liberata
di Barbara Volpi

La nuova Alanis Morissette, quella dell’ultimo album intitolato So-Called Chaos, ha tagliato i capelli che portava lunghissimi da tre lustri. Come nella vita di ogni donna che si rispetti il fatto non è casuale, ma legato a un bisogno profondo di rinnovamento. “Erano una forma di protezione che ora non mi è più necessaria”, dice sorridendo. Eppure, in questa decisa svolta verso una nuova e più matura consapevolezza, Alanis conserva dei tratti di continuità, soprattutto con il suo essere canadese. “I miei maggiori ispiratori sono Joni Mitchell e Leonard Cohen, due artisti che hanno saputo abbinare la musica a una profonda capacità introspettiva”.

“Canadian” non è soltanto un’aggettivo di nazionalità, quanto l’appartenenza a una tribù emotiva. “Adoro essere canadese e sono molto orgogliosa di essere nata in una terra dove sono alti il senso di civiltà e di rispetto. Durante i miei trent’anni ho avuto la fortuna di poter viaggiare molto, sia con la mia famiglia che per le mie varie attività, e così ho potuto rendermi conto di quanto i canadesi siano mentalmente attivi e attivisti rispetto ad altri popoli. Sono felice di essere nata in uno stato dove vengono rispettate le basilari forme di libertà e dove, proprio come nel film di Michael Moore Bowling A Columbine, la gente esce di casa lasciando la porta aperta. Dopo aver vissuto negli Stati Uniti, comunque, io ora chiudo la porta anche per andare a controllare la posta”.

Alla cerimonia degli ultimi Juno Awards, la Morrissette si è presentata sul palco avvolta in una tuta color carne che la faceva apparire nuda e vulnerabile. “È stata una forma di protesta contro la censura americana. La gente si scandalizza per le manifestazioni naturali del corpo e della sessualità (nel caso, il seno scoperto di Janet Jackson), ma non per la violenza e gli omicidi trasmessi ogni giorno alla tv. Lo trovo veramente paradossale”.

Essere canadese significa quindi possedere ancora la capacità d’indignarsi in un mondo in cui nulla pare fare più scalpore, significa credere e combattere ancora per le giuste cause e per l’evoluzione della specie umana. “Ho chiamato l’album So-Called Chaos perché credo che soltanto dal caos possa generarsi un nuovo ordine. Viviamo in un’epoca di follia ma proprio per questo ciascuno di noi deve impegnarsi ad accrescere la propria consapevolezza in modo da aumentare la coscienza globale. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità in prima persona invece di continuare a delegare ai governi, salvo poi lamentarsi dopo. Soltanto con un sano attivismo, con l’iniziativa dei singoli individui, si può tornare alla vera democrazia e anche tale concetto è un’eredità della mia terra”.

Come molte “canadian women” Alanis sa gestire la vulnerabilità insieme a una forza che viene spesso definita femminista. “Non mi sento una femminista nel senso che questo attributo aveva negli anni 70; parlerei piuttosto di una capacità di integrare i lati maschile e femminile presenti dentro ciascuno di noi. In passato mostravo in modo esasperato la mia forza, la mia indipendenza e il mio coraggio per il terrore di apparire debole, dipendente, codarda, proprio come canto in Doth I Protest Too Much. È il gioco degli opposti, ma il segreto sta sempre nell’equi-librio. Anche in Spineless parlo della paura della debolezza. Bisogna abbracciare la dualità delle cose per diventare completi e la com-pletezza è per me la sfida più importante racchiusa in questo album, sia a un livello personale che relazionale o globale. Alla fine tra microcosmo e macrocosmo non c’è distinzione”.

Nel suo percorso per diventare una donna integrata, Alanis è stata non soltanto aiutata dal “coaching”, ma anche dall’essere da qualche anno in una relazione stabile. “Una volta attribuivo agli eventi o al partner il fallimento delle mie relazioni ma ora ho capito che ero io inconsciamente a farle finire perché non mi sentivo pronta. Compreso ciò, ho incominciato veramente ad assumermi le mie responsabilità e ora, nella mia relazione, cerco di interagire equamente con il mio partner, tentando di equilibrare anche gli aspetti di forza/debolezza, prevaricazione/sottomissione, maschile/femmi-nile di cui parlavo prima. È un viaggio verso la completezza, personale e di coppia, da fare con il proprio compagno, che conduce a un accrescimento reciproco. Ho acquisito questo tipo di capacità anche grazie al ‘coaching’, che è una nuova forma di terapia non più diagnostica come la psicoanalisi (che ho frequentato per circa quindici anni), ma che porta a far uscire il meglio del potenziale dell’individuo. Ti aiuta a concentrarti sui tuoi veri obbiettivi e a calibrare la tua vita per raggiungerli e ti aiuta ad accettare la tua schizofrenia. Ora per me essere nello stesso momento felice e triste, coraggiosa e impaurita, femminile e maschile non è più un problema, perché ho imparato ad accettare la mia dualita’”.

La dinamica del maschile/femminile ritorna anche quando si parla della diversità tra Canada e Stati Uniti: “Considero il Canada come il lato femminile, mentre gli Stati Uniti quello maschile. Solitamente si mettono in contrapposizione, ma ciascuno non può esistere senza l’altro e soltanto attraverso la loro interazione si può giungere alla pace e all’armonia”.

Come un’altra bella e talentuosa canadese illustre, Melissa Auf Der Maur, anche la Morisette è tornata a vivere nel Paese d’origine dopo un periodo trascorso negli Stati Uniti. “Sto ancora negli States anche se il Canada è la mia casa, il posto dove posso ritrovarmi e ricaricarmi. Viaggio molto, ma tornare nel posto in cui sono nata mi aiuta a non perdermi e a rifocalizzarmi ogni volta sui miei obbiettivi. Mi considero un’attivista spirituale e amo occuparmi di ambiente, della diffusione dell’arte soprattutto nelle scuole e delle questioni delle donne. Ultimamente ad esempio, insieme ad alcuni membri dei Beasty Boys, abbiamo raccolto dei fondi per combattere il piano di Bush di aprire dei cantieri petroliferi nel nord dell’Alaska. Vorrei anche tornare in India, perché le donne lì sono per me una grande forma di ispirazione”.

Alanis si occupa di cause civili, vorrebbe scrivere un libro e approfondire il coaching, recita (ha partecipato a Dogma, al musical De-Lovely, a serie televisive come Sex And The City e a pieces off-Broadway quali The Exo-nerated e Vagina Monologues), scrive e canta le sue canzoni. Quale può essere il filo conduttore in tale poliedrica ecletticità? “Credo di essere su questo pianeta per aiutare e ispirare le altre persone a esprimersi e a diventare com-passionevoli. Il mezzo usato non è poi in fondo così importante perché tutto è la manife-stazione della stessa forma di energia. Ciò che vale a un livello personale può essere esteso al globale e la negatività che genera un conflitto di relazione è la stessa, su scala più vasta, che scatena attrito tra due stati. Di solito amo la musica perché esprime, meglio di qualsiasi altro linguaggio, tale universalità. Mi piace quando un’emozione vulnerabile è espressa attraverso un suono aggressivo. In futuro, però non escludo di sperimentare musicalmente di più (in fondo ascolto l’hip-hop, la musica classica, la world music) e di scrivere testi più direttamente politici”.

Se, come dice in Everything, Alanis Morissette vuole “essere tutto”, allora le avventure di questa trentenne canadese non possono che essere soltanto iniziate.

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