So long, brother RAY…
Ricordo che quando mi giunse la notizia, quasi, non ci credevo. Un’intervista con Ray Charles. cavolo, che occasione!
Il merito era stato di Paolo Checchetto che all’epoca (metà anni 90) lavorava alla Gala Records, meritevolissima etichetta veneta che si era distinta per il suo interessante catalogo jazz. Motore operativo della vicenda, l’amico Luciano Linzi che, prima di spiccare il volo professionale verso le major, si era fatto le ossa nella discografia indipendente (a diretto contatto con l’amatissimo universo musicale afro-americano).
Checchetto aveva da poco sostituito Linzi e capitò a lui la chance di prendere in licenza per l’Italia Strong Love Affair, disco in verità piuttosto modesto ma pur sempre con la griffe del Genio.
Checchetto mi telefonò dicendomi che Ray Charles sarebbe stato per mezza giornata in uno studio di Milano per registrare una versione di It’s Now Or Never insieme ai mandolinisti dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore. E che gli aveva dato la disponibilità di fare un paio di interviste.
Mi chiese se potevamo inventarci uno special televisivo.
Andai subito nell’ufficio di Piero Crispino, direttore di Telepiù 3, prototipo di tv culturale durata un paio di stagioni prima di essere oscurata. Crispino, come sempre senza esitazione, diede l’autorizzazione allo special.
Insieme alla producer Carmen Acquati (oggi dirigente di Sky) e a una troupe di Telepiù ci recammo in un recording studio nella zona di via Mecenate. Lì, Checchetto ci fornì tutte le istruzioni del caso: dovevamo montare il set in una stanzetta apposita, essere prontissimi nel momento in cui Ray fosse entrato, non fare interruzioni e concludere il tutto in venti, venticinque minuti al massimo. Questi, infatti, erano gli accordi che lui aveva preso con il manager francese (nonché grande amico del Genio) Jean-Pierre Grosz.
Una volta sistemato il tutto, non ci restava che attendere il suo arrivo. Che avvenne puntualmente all’orario stabilito.
Ray Charles si presentò, devo dire molto professionalmente, vestito da Ray Charles: giacca sgargiante, camicia di seta, pantaloni neri a tubo, tipica andatura ciondolante.
Ricordo la sua estrema cortesia nel rispondere a domande alle quali (presumo) aveva già risposto migliaia di volte.
Ricordo il suo entusiasmo quando parlava del suo primo approccio alla musica avvenuto nel negozio di Wylie Pitman, il Red Wing Cafe, quando lui era ancora piccolino e la sua vista non era ancora stata compromessa da quel glaucoma mal curato. Lì, tra un pianoforte verticale e un luminoso, coloratissimo juke-box Wurlitzer, Ray ascoltava i “race records” di pianisti boogie formidabili come Meade Lux Lewis, Pete Johnson, Albert Ammons. Ma anche il country blues di Tampa Red e Washboard Sam, le grandi big band di swing o persino la musica country e bluegrass. Pitman (come si dice nell’autobiografia Brother Ray, scritta a quattro mani con David Ritz) “mi teneva sulle ginocchia quando suonava il piano e mi incitava a seguire il suo esempio. A ripetere quelle frasi musicali sino a che non gliele rifacevo esattamente come le aveva suonate lui”.
Ricordo il suo coinvolgimento quando mi raccontava della fanciullezza, dei tempi in cui studiava musica alla St. Augustine School for Deaf And Blind, di quando (morti entrambi i genitori) aveva dovuto iniziare presto a lavorare nella musica.
Ricordo la sua passione nel descrivermi gli incontri decisivi della sua vita personale e artistica. Come quello con Ahmet Ertegun (boss della Atlantic Records), nel 1952, che farà la fortuna di entrambi. È negli anni trascorsi alla Atlantic, infatti, che Ray consolida il suo stile. “Fu in quel periodo”, ricorda nella autobiografia, “che cominciai a riarrangiare il gospel trasformandolo in canzone.” Emblematica al proposito è la completa ristrutturazione di un gospel come My Jesus Is All The World To Me che, dopo il trattamento ritmico di Ray, diventa I Got A Woman, canzone-archetipo del R&B e brano che incarna al meglio lo spirito musicale del Genio.
Ma ricordo soprattutto che, dopo una mia precisazione musicale, fratello Ray si alzò in piedi, mi abbracciò con grande trasporto, e rivolto a Jean-Pierre Grosz gli disse: “Ehi, questo ragazzo italiano la sa davvero lunga.”.
Un paio di anni dopo (grazie al credito acquisito dopo quello special televisivo) venni chiamato da Canale 5 per commentare un concerto che Ray Charles avrebbe tenuto a Portofino. Si trattava, in realtà, di una marchetta che Publitalia aveva imbastito insieme ai tipi della Motorola (se no, perché mai avrebbero mandato in onda un concerto in prima serata?). A condurre la serata c’era la bella Ami Stewart. Qualcuno pensò che Ami avesse bisogno (per così dire) di un “supporto tecnico”. E così entrai in gioco io. Posizionato di fianco al mixer, con il monitor davanti, cuffie e microfono da commentatore sportivo, mi sono ritrovato nell’inedita veste di “telecronista rock” (carriera che avevo inaugurato qualche mese prima commentando per Telepiù il concerto/tributo a Bob Dylan in occasione del 30° anniversario della sua carriera discografica).
Il setting era mozzafiato: il palco era situato nella piazzetta proprio di fronte al mare e le telecamere potevano così contestualizzare il tutto in maniera davvero poetica. Altrettanto poetica fu la performance di Ray Charles. Anche nei suoi momenti più ovvi: sentirgli cantare (presumo per la milionesima volta) Georgia On My Mind fece comunque venire i brividi. Dopo il concerto, non riuscimmo a realizzare l’intervista prevista. Ray era stanco e non aveva voglia. Ma fu lo stesso gentile e carino con me. Fece persino finta di ricordarsi che ci eravamo incontrati un paio di anni prima in quel piccolo studio di registrazione milanese.
Quella del backstage del concerto di Portofino è stata l’ultima volta che l’ho visto di persona.
Lo scorso 10 giugno, mentre ero al Castello di Pavia per un concerto della Treves Blues Band, ho saputo della sua morte. Di colpo, mi sono passate davanti agli occhi le immagini di quei nostri incontri mentre, a compendio sonoro ideale, risuonavano nel mio cervello le note di What I’d Say. Sarà stata un po’ di romantica retorica o, più presumibilmente, sarà il segno del tempo che passa; vi posso assicurare che mi sono commosso.
So long, brother Ray.
