15/05/2007

Ben Harper & The Blind Boys Of Alabama

There Will Be A Light – Virgin/Emi

Forse era inevitabile che prima o poi accadesse. Di sicuro è ciò che molti si auguravano di cuore. Si sono corteggiati per anni Ben Harper e i Blind Boys Of Alabama, sia sui palcoscenici sia negli studi di registrazione e ora finalmente ciò che prima si era configurato solo sotto forma di collaborazioni estemporanee è diventato una liaison stabile, almeno per questi undici brani. Per capire la genesi di There Will Be A Light rimandiamo al dettagliato articolo di pagina 42, qui ci preme analizzare il disco e soffermarci brevemente su un paio di punti.

In passato Ben Harper aveva disseminato canzoni dal sapore religioso lungo il suo repertorio e già si intuiva che non solo era un lato della sua espressione artistica a cui teneva molto, ma che forse sarebbe diventato anche quello in cui le sue capacità e il suo talento avrebbero trovato le condizioni migliori per esprimersi al massimo livello. Insomma le tematiche a sfondo spirituale sono proprio quell’humus su cui sarebbero potuti crescere i frutti più prelibati. E allora quale modo migliore per costruire un progetto che desse voce a quelle istanze di unire le forze con uno dei più celebri gruppi gospel del mondo? L’addizione ha pagato: è vero che There Will Be A Light non funziona esattamente al cento per cento per tutti i capitoli in scaletta, ma è vero altrettanto che quando funziona (spesso) il risultato è superiore alla somma dei singoli componenti, il che vuol dire attestarsi su livelli d’eccellenza.

Altra questione basilare perché progetti di questo tipo vadano felicemente in porto consiste nella spontaneità di intenti ed esiti. Sui primi lasciamo la parola all’articolo sopra citato, sui secondi invece ci esprimiamo subito: basta ascoltare anche solo una volta la musica di quest’album per rendersi immediatamente conto di cosa significhi incidere dal vivo in studio in una manciata di giorni, pervasi da uno spirito che non si può non riconoscere come genuino, al di là del background che sostiene i pezzi. Sarà anche retorico dirlo, ma questa volta potrete constatare bene con le vostre orecchie il sapore e la cura artigianale con cui sono state realizzate queste perle che stanno tra il soul e il gospel.

È giusto evidenziare che tutto ruota intorno all’artista di Pomona, che ha composto otto canzoni e ha scelto il traditional e le due cover da interpretare. Scalpiccio di tom e punture di charleston introducono l’iniziale Take My Hand, fino a che un liquido piano elettrico e vagiti di chitarra elettrica wah wah riempiono lo spettro sonoro, coadiuvati da tambourine e percussioni. Nella prima parte i Boys si limitano ai cori, ma nella seconda lo swing cresce ed è la voce solista nerissima di George Scott a dettare legge. Wicked Man è un classico soul rock dal drive sostenuto immerso in un aroma vintage, che si sente a distanza di miglia. Where Could I Go è il primo vero capolavoro: una ballata lenta, dal ritmo che culla in maniera dolce, ma soprattutto pregna di un’intensità (merito soprattutto dell’interpretazione vocale di Harper) che in pochi sanno raggiungere (e viene in mente l’aura magica che circondava Otis Redding). In Church House Steps girano costantemente intorno alla stessa frase musicale caricandosi di volta in volta di sentimento, grazie anche a vampate di Hammond e una chitarra elettrica che gioca paciosa con wah wah e distorsione. 11th Commandment è un frammento strumentale per sola chitarra acustica ed ecco che si arriva a un altro capolavoro: Well Well Well. Brano composto a quattro mani da Bob Dylan e Danny O’Keefe e inciso da quest’ultimo nell’album Runnin’ From The Devil del 2000. Chitarra pigolante e voce espongono la melodia, puntellate dalle ugole dei Boys. Il feeling è talmente antico e polveroso che ci si aspetta che Vigilante Man di Woody Guthrie sia la prossima canzone in scaletta. Invece troviamo una nuova versione (da brividi) della già nota Picture Of Jesus, tratta dal recente Diamonds On The Inside. Segue il classico country-gospel Satisfied Mind, che stuzzica e funkeggia, con la voce solista di Jimmy Carter in evidenza. Il traditional Mother Pray, cantato a cappella, è una delizia, mentre la title-track si merita la palma di episodio più toccante dell’intero lotto. Chiude la ritmata e spensierata Church On Time.

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Voto: 8,5
Perché: di sicuro tra le prove migliori in assoluto di Ben Harper per talento compositivo e doti da interprete. E i Blind Boys Of Alabama non si limitano a essere solo la ciliegina sulla torta.

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