San Francisco, 1 marzo 2005, ore 11. Al 425 di Washington Street, tra l’Embarcadero e il Financial District, c’è l’Istituto Italiano di Cultura, emanazione “colta” del Consolato Italiano. Quando lo raggiungo per effettuare il sopralluogo tecnico, ecco la prima piacevolissima sorpresa. Nella Nella bacheca, che annuncia gli eventi promossi dall’Istituto, campeggia una locandina dello spettacolo che si svolgerà due giorni dopo: c’è la mia foto e un lungo elenco di celebrità che mi accompagneranno nel corso di una serata speciale. Cavolo, penso, ma allora. è tutto vero! Sono qui a presentare il mio libro/cd Peace & Love nella città che ha fatto da sfondo alla più importante rivoluzione musical-culturale del 900. Senza falsa modestia, questo è un momento di enorme gratificazione, la realizzazione di un sogno.
Era stato Sergio Caputo, che vive nella Bay Area da qualche anno, a suggerirmi l’idea mesi fa. Così avevo conosciuto il direttore dell’Istituto, Anna Maria Lelli, e la sua vice Valeria Rumori cui avevo proposto la possibilità di organizzare uno spettacolo tratto dal libro e che, da subito, avevano appoggiato la mia idea. Dall’Italia, sono quindi partiti gli artisti che hanno collaborato con me allo show Peace & Love: la mia partner musicale, la bravissima vocalist Brunella Boschetti, il Maestro Carlo Montana, pittore rock straordinario e suo figlio Matteo, assistente tuttofare. In più il mio vecchio amico e “socio” Roberto Monesi, curatore di tutta la parte relativa a suoni e visioni del progetto. All’ultimo momento, poi, ho avuto la piacevolissima sorpresa di sapere che anche Fabio Treves sua moglie Susanna si sarebbero uniti a noi. Insomma, un bel gruppo in piena sintonia, personale e artistica. E anche se nessuno di noi, Brunella a parte, è venuto a San Francisco “con un fiore nei capelli” stavamo tutti quanti condividendo con eguale passione l’arte colorata, visionaria e immaginifica della controcultura hippie.
2 marzo, ore 12.30: Eddy Street all’angolo con Van Ness Avenue. Joel Selvin, critico musicale del San Francisco Chronicle e massima autorità per quanto riguarda psichedelia e dintorni, si presenta puntuale al volante della sua spider, una Chevrolet Impala del 1969: ha deciso di portare me e Nicoletta (“My lovely wife”, come la chiama lui) a far colazione da Swan. Il posto, un’ex pescheria su Polk Street, è spettacolare: immaginate un bancone da saloon al di là del quale troneggiano quintalate di crostacei, pesce fresco, ostriche, cozze, vongole. Sulla quindicina di sgabelli di fronte a tanto ben di dio si accalcano diversi habitué che ordinano le squisitezze marinare usando nomi in codice che i titolari di Swan (italo-americani di seconda generazione) raccolgono con una strizzatina d’occhio. Finito il succulento pranzo, passiamo da una deliziosa “chocolate house” dove ci riforniamo di ghiottonerie che gustiamo sorseggiando un caffè in un baretto che somiglia a quelli di North Beach frequentati da Ginsberg e Ferlinghetti. Confesso a Selvin il timore che la gente, il giorno dopo, possa pensare che io sia un presuntuoso straniero venuto a insegnare agli americani la loro storia. “Non ti preoccupare”, mi dice Joel in tono fraterno, “vedrai che tutti apprezzeranno il tuo lavoro. E poi, stai tranquillo, ti presenterò come si deve: anzi, sai cosa ti dico? In tuo onore, mi metterò lo smoking”
3 marzo, ore 18.30, la sala conferenze dell’Istituto è piena zeppa. Ci sono alcuni rappresentanti della comunità italiana della Bay Area ma soprattutto parecchi americani (molti giovani, figli di vecchi hippie) accorsi per curiosità e per vedere alcuni dei miei ospiti speciali, autentiche leggende del San Francisco Sound come Sam Andrew, (chitarrista di Big Brother & The Holding Co. nonché grande amico di Janis Joplin), icone della musica americana come Country Joe McDonald, virtuosi di razza come il magnifico Mike Marshall.
Dan Hicks, che con i Charlatans aveva dato il via a quella formidabile epopea, mi ha lasciato un messaggio dicendo che ci avrebbe raggiunto più tardi. Lo stesso ha fatto Paul Kantner dei Jefferson Airplane. Pochi minuti prima dell’inizio, arriva Chet Helms, “Mr. San Francisco”, come qualcuno lo chiama o “Il re degli Hippie” come gli storici in genere si rivolgono a lui. Chet (accolto da una standing ovation) in quegli anni ha letteralmente inventato la scena musicale della città: Fillmore, insieme a Bill Graham, e Avalon Ballroom, la sua grande intuizione, sono stati gli indiscussi templi del culto psichedelico.
Selvin arriva davvero in smoking (anche se sotto ha una coloratissima camicia tye-died).
Quando sale sul palco, sorridendo, dice: “Una volta ci chiamavano sporchi hippie. Oggi, guardateci: siamo qui in smoking, ospiti del Consolato Italiano per celebrare il lavoro di un amico che ha passato notti insonni pur di farci diventare famosi.”.
Ok: sta parlando di me. Così, inizia lo show, con i testi che Mark Harris mi ha aiutato ad adattare in inglese e le musiche che si alternano gioiosamente ai racconti. Country Joe sale e urla il celebre “Fuck Cheer” che 36 anni fa ha travolto la Woodstock Nation prima di intonare l’immortale I-Feel-Like-I’m-Fixing-To-Die-Rag (l’inno pacifista cantato dai soldati americani in Vietnam); Sam Andrew accompagna Brunella in una travolgente Piece Of My Heart, suonata con la Gibson Hummingbird che Janis ha usato per incidere Me And Bobby McGee. Mike Marshall e Fabio Treves improvvisano una Mercedes Benz da brivido interpretata magnificamente da Brunella e, dopo che Carlo Montana dipinge in sei minuti uno stupefacente ritratto di Jimi Hendrix, c’è tempo per un link storico tra San Francisco e l’Italia. Da Genova, infatti, Levi Strauss (uno dei padri fondatori della città della Baia) ha portato quel pezzetto di tela blu servito a confezionare pantaloni e tute per i cercatori d’oro. Ma che poi è diventato l’abbigliamento ufficiale dei rocker di cinque generazioni. E chi, meglio di Fabrizio De André può rappresentare la miglior musica d’autore italiana? Un’intensa Creuza De Ma chiude una serata, per noi, assolutamente indimenticabile.
Il miglior complimento me lo ha fatto l’amico Country Joe (con cui ho portato pochi giorni fa lo stesso spettacolo in giro per l’Italia): “Guardando il tuo show”, mi ha detto, “ho capito quanto la nostra musica ha influenzato la cultura e i costumi del mondo. Noi americani dovremmo guardare oltre i nostri confini per imparare dal nostro passato”.
