11/05/2007

Carole King: ritorno a casa

New York, 13 luglio 2005.

Il Radio City Music Hall è sold out. Da settimane, per la gioia di bagarini e trafficoni, non si trova più un biglietto regolare per il ritorno della “figliol prodiga” nella Grande Mela. È da oltre 12 anni, infatti, che Carole Klein (così si chiamava prima di entrare nel gotha della musica decidendo di trasformare il suo comune cognome ebreo nel regale King) manca dalla sua città natale. Ha deciso di tornarci per promuovere il suo progetto discografico più bello degli ultimi anni, un doppio live acustico che ripercorre i momenti topici di una carriera impareggiabile: nessuna donna, prima e dopo di lei, ha saputo confezionare tali e tanti successi, scrivere pagine indimenticabili del songbook nordamericano, far sognare più generazioni rivolgendosi a maschi e femmine riuscendo nella non facile impresa di emozionare tutti.

Oggi, Carole è una bella e ancora seducente signora di 63 anni (è nata a Brooklyn il 9 febbraio 1942) che ha scelto di sfidare ancora una volta lo stagefright, quel malefico terrore del palco che da sempre la affligge, e suonare nelle concert hall statunitensi come fossero il salotto di casa sua. E così, seduta semplicemente davanti a un maestoso piano a coda (con l’aiuto sporadico del producer Rudy Guess e del chitarrista Gary Burr) Mrs. King accoglie appassionati e curiosi nella sua “living room”, come titolano album e brano d’apertura, invitando tutti a cantare insieme a lei una ventina di brani più un medley strepitoso di hit scritti insieme al suo primo marito, il paroliere Gerry Goffin.

Era stato proprio Goffin, insieme a Paul Simon e a Neil Sedaka, a stimolare alla composizione la giovane Carole sul finire degli anni 50 (i più informati tra i lettori ricorderanno che il pezzo di Sedaka del 1959 intitolato Oh! Carol, era dedicato proprio alla King). In un paio d’anni, Carole e Gerry diventano la coppia d’assi del Brill Building, la leggendaria fabbrica di hit sita nella Broadway newyorchese: sono loro i nuovi Leiber & Stoller. I testi, poetici ma diretti e ficcanti, di Goffin sono indiscutibile motivo di successo anche se è la musica di Carole il fattore chiave: la sua straordinaria facilità di scrittura capace di far convivere melodie sofisticate con ritornelli orecchiabili e riffettini efficacissimi è portentosa. E funziona non solo per i gruppi femminili in voga all’epoca (le Shirelles di Will You Love Me Tomorrow, le Chiffons di One Fine Day o le Crystals di He Hit Me And It Feel Like A Kiss), per boy band ante litteram (i Monkees di Pleasant Valley Sunday) o soul band navigate (i Drifters di Up On The Roof). Persino i Beatles cantano Chains. Addirittura, la sua cameriera (Little Eva) diventa una superstar interpretando Locomotion, oggi un superclassico.

Quando nel 1967 la coppia scoppia e i due divorziano, Carole si trasferisce in California e trova un nuovo amore, il bassista Charles Larkey insieme al quale forma il trio The City. Il terzo, è il chitarrista Danny “Kootch” Kortchmar che presenta Carole a James Taylor. Che, oltre a incidere e portare al successo uno dei più bei pezzi della King (You’ve Got A Friend) la convince a perseguire una carriera solista. Nel 1971, Carole King pubblica Tapestry, uno dei più grandi album della storia del rock: 10 milioni di copie vendute in pochi mesi solo negli Usa per un totale di 25 milioni nel mondo. Un lavoro che presenta una manciata di canzoni formidabili che attestano la King nella Hall Of Fame musicale di tutti i tempi. Riascoltare oggi dal vivo i pezzi più famosi di quel disco (It’s Too Late, I Feel The Earth Move, So Far Away) fa venire i brividi. La voce di Carole, pur segnata dal tempo, emana infatti un fascino particolare proprio come le rughe espressive che, saggiamente, ha deciso di non cancellare dal viso. Fa addirittura tenerezza quando duetta con la figlia Louise Goffin in Where You Lead I Will Follow, nella versione con testo modificato dopo che questo brano era stato scelto come tema di uno spettacolo televisivo. Tutto ciò contribuisce a creare un clima confidenziale e pieno di charme che consente a Mrs. King di proporre la sua arte in modo encomiabile, contando su un talento compositivo immacolato. Il brano d’apertura, decisamente autobiografico, recita in modo esemplare: “Suonerò qualche canzone / A volume ragionevole, qui nel mio salotto / Ce ne sono così tante che vorrei fare / Se non riesco a suonarle tutte spero mi perdonerete / Sapete, ho 62 anni e ne conosco un sacco tra vecchie e nuove / Ma mi auguro di potervi accontentare”.

Il giorno dopo il concerto, il New York Times titola a nove colonne: “Trionfale ritorno di Carole King. Con lei non hanno cantato solo le donne”.

Se volete fare pace con il grande cantautorato americano e incontrare la madre (o forse la nonna.) delle varie Norah Jones, questa è un’occasione d’oro.

Welcome back Carole.

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