Di questi tempi è decisamente fuori moda. Anzi, secondo molti, non esiste nemmeno più. Ma per chi, come me, è cresciuto coltivandolo quotidianamente, sfiorandolo più volte con la segreta speranza di viverlo, un giorno, a 360 gradi, il “sogno americano” continua a rappresentare un mito senza tempo. Perché la terra delle opportunità e dei grandi spazi, del rock e della controcultura giovanile, della nuova Hollywood e dei moderni mezzi di comunicazione ancora oggi, su molti di noi, suscita un fascino irresistibile. In questa accezione, l’America (senza K) è sempre stata sinonimo di libertà: politica, intellettuale, artistica e culturale. Pur con tutte le contraddizioni e le storture del caso; quelle, e mi pare quasi superfluo ricordarlo, fin troppo denunciate, ad esempio, da Michael Moore nei suoi libri o nei suoi film. Ho sempre ammirato e, in fondo in fondo, un po’ invidiato chi questo sogno è riuscito a trasformarlo in realtà. Come Fabrizio Sotti, musicista e discografico trentenne nato a Padova ma da dieci anni residente a New York. O come la fotografa/filmaker/producer Gabriella “Gabi” Belloni, da Roma (non si chiede l’età a una signora, please) che, come raccconta lei, “il 1° ottobre del 1970, mentre a Seattle si stava celebrando il funerale di Jimi Hendrix”, è atterrata sulla pista dell’aeroporto JFK.
Quelle di Fabrizio e Gabriella sono due storie diverse, che si svolgono a quasi 25 anni di distanza l’una dall’altra ma che hanno una cosa in comune: entrambe hanno l’America nel cuore. I miei lettori più fedeli si dovrebbero ricordare di Fabrizio Sotti; di lui abbiamo parlato (benissimo) in occasione della collaborazione con la grande Cassandra Wilson (Glamoured) e, più recentemente, analizzando il suo intrigante album solista Through My Eyes distribuito in Italia da RaiTrade (vedi JAM 113). Simpatico e disponibile, Fabrizio mi racconta con semplicità come ha messo in piedi dal nulla (“cosa che in Italia non avrei mai potuto fare”) una sua etichetta (la Sotti Records) che, confessa candidamente, “mi sta facendo fare un sacco di soldi. Produco artisti di black music e hip-hop, molti dei quali sconosciuti in Europa ma che qui negli States hanno un vasto mercato. Poi, nel resto del tempo, suono le cose che mi piacciono: la chitarra acustica, come in Through My Eyes, il jazz sperimentale insieme a Dave Holland e Mino Cinelu, le canzoni con Cassandra con cui sto preparando un disco per sola chitarra e voce”.
Quando gli faccio notare che è la prima volta in vita mia che sento un discografico ammettere che le cose gli stanno andando bene, Fabrizio mi dice: “Amo l’Italia ma non la trovo certo il posto ideale per far musica: troppo provincialismo, troppa poca professionalità. Qui a New York c’è grande competizione ma se sei bravo il tuo valore, prima o poi, viene riconosciuto”.
Sotti mi spiega che “dopo l’11 settembre 2001, New York è cambiata tanto. La gente ha paura ad uscire e spesso ci si trova nei locali a suonare per un pubblico formato da turisti”. Proprio gli avvenimenti dell’11 settembre, uniti al desiderio di passare gli ultimi anni accanto alla vecchia madre, hanno convinto Gabi Belloni a tornare a Roma dopo oltre 30 anni di vita americana. I suoi ricordi sono raccontati con passione coinvolgente e tenerezza sentimentale, con crudo realismo e capacità dissacratorie nel bellissimo diario di vita Il sentiero americano (Edizioni Memori), volumetto impreziosito da un’accattivante prefazione scritta da un altro “americano d’Italia”, Eugenio Finardi. La storia di Gabriella suona soprattutto come dichiarazione d’amore assoluta per il “sogno americano” che lei ha avuto il coraggio, la tenacia e la pazienza di perseguire. E che, per dirla con le sue parole, “ha alimentato i miei sogni di bambina e ha fatto di me quello che sono: una donna che non ha paura di camminare da sola, che vive al presente senza recinti e senza rimpianti”.
Pur non essendo infarcito di citazioni rock, il libro della Belloni piacerà molto agli appassionati di musica che ci troveranno la New York del Village e la California del Laurel Canyon, la cultura dei nativi e il mito dell’on the road. Il tutto filtrato attraverso gli occhi e l’obiettivo di un’italiana che in America ha avuto la fortuna di conoscere e frequentare tante celebrità ma che non ha bisogno di menzionarlo.
Consiglio spassionatamente a tutti i lettori l’album di Fabrizio Sotti e il romanzo di Gabi Belloni: per vivere insieme vecchi e nuovi “american dream”.
