11/05/2007

Spiriti liberi

Da Kurt Cobain a Mark Lanegan

Il punk-rock è arte, scriveva Kurt Cobain nei suoi diari: “Il punk-rock per me significa libertà. L’unico problema che ho avuto con i situazionisti del punk-rock è il loro totale rifiuto della sacralità. Trovo poche cose sacre, come la superiorità del contributo offerto da donne e neri all’arte. Il punk-rock è libertà. L’espressione e il diritto di esprimersi è vitale. Tutti possono essere artistici”.

Nel 1977 fu il punk a rompere le righe. Il rock antagonista del flower power aveva percorso un ciclo e si era oramai totalmente istituzionalizzato. Il diniego, il nichilismo del “no future”, l’asciuttezza furente di una musica viscerale e veloce, due secondi di sovvertimento e distruzione contenuti in uno sputo, frammentavano il linguaggio, rovesciavano gli schemi, rendevano asintattico un idioma che nella sua prolissità non aveva più nulla di rivoluzionario. Non era solo anarchia, ma una nuova visione della democrazia.

Fu la generazione post punk a rendere quella protesta finalizzata alla mera espressione del proprio disprezzo verso la vita e l’establishment un po’ più articolata. Se il popolo punk diceva: “Life stinks”, quello post punk aggiungeva: “Why does life stink?”. Non è più soltanto l’esternazione del sentimento di rifiuto ma l’indagare sulle motivazioni del malessere e delle ingiustizie, senza peraltro attribuire alle proprie istanze una chiara valenza ideologica o politica. L’espressione del malessere era più personalizzata e, soltanto nel vasto contesto della nascente tribù della controcultura alternativa disseminata in tutto il territorio americano, assumeva una contestualizzazione sociale e universale. Come amava ripetere Kurt Cobain nelle sue intime confessioni, “il punk è libertà musicale. È dire, fare, suonare ciò che vuoi. Nirvana significa libertà dal dolore e dalla sofferenza del mondo esterno ed è quello che si avvicina di più alla mia definizione di punk-rock”.

Malgrado l’hardcore non avesse cercato di cambiare nulla della società, rimanendo una protesta fine a sé stessa senza echi rivoluzionari concreti, neppure sarebbe rimasto una manifestazione intimista e silenziosa. Band come i Dead Kennedys seppero abbracciare valutazioni politiche e sferrare critiche al vetriolo contro l’ambigua politica reaganiana. Molti gruppi poterono sviluppare una lucida consapevolezza nei confronti di un edonismo concesso a pochi che confutava uno dei capisaldi della democrazia americana, quella “equality of opportunity” che restava oramai un miraggio elitario. Le grandiose politiche dettate da una sfrenata corsa agli armamenti (si ricordi che a metà degli anni 80 si era in piena guerra fredda ed erano stati stanziati fondi per la costruzione di un poderoso scudo spaziale) avevano aumentato a dismisura un deficit non controbilanciato da misure economiche a favore della middle class e dei più poveri, che videro erodersi il loro potere d’acquisto. La mancanza di una vera e propria politica sociale rese le classi disagiate senza più alcuna deterrenza nei confronti di una diffusa povertà, mentre il decadimento delle grandi industrie concomitante al boom delle nuove tecnologie avrebbe determinato una forte migrazione verso l’Eldorado californiano e un depauperamento delle aree del Midwest.

La gioventù del periodo che non poteva riconoscersi nei valori dello yuppismo imperante basato sempre più sui must effimeri dell’immagine giusta, del possesso di denaro e status symbol, reagì colmando il vuoto asettico della società di plastica con rigurgiti musicali corrosivi e con un’attitudine antagonista che si insinuava tra le cellule di un nascente popolo. Questa connessione orizzontale, favorita da una parcellizzazione sociale che smembrava le strutture gerarchiche per formare nuovi reticoli infra-personali (come la tendenza tutta americana a costituire gruppi di auto-aiuto), si espresse in campo musicale anche con la nascita di molte etichette indipendenti sparse su tutto il territorio, per lo più unite dal vecchio motto punk del do it yourself e da un atteggiamento antiestablishment e anticelebrità. Tra di esse si ricordano la SST, la Slash, la Frontier e la Posh Boy. Esse furono favorite anche dalla recente diffusione capillare degli strumenti informatici, che permettevano modi comunicativi alternativi ai circuiti ufficiali.

Tramite i nuovi canali e le fanzine (eredità queste ultime del periodo punk) la scena hardcore poté estendere le sue radici nel sottobosco, formando l’humus per la nascita della futura alternative nation. La separazione tra scena underground e scena mainstream negli anni 80 era abbastanza netta, e si sarebbe sfaldata soltanto dopo l’esplosione mediatica del grunge, che avrebbe portato alla luce il sottosuolo indie facendolo assorbire dalle multinazionali. Quando i Sonic Youth firmarono per la Geffen nel 1989, seguiti poco dopo dai Nirvana, la cultura dell’indipendenza sarebbe rimasta un retaggio di pochi. Lo stesso Kurt Cobain mostrò a proposito un atteggiamento ambiguo, ben delineato da questo suo pensiero: “L’industria dell’entertainment comincia solo adesso ad accettarci, soprattutto grazie alla falsità del trendy… Ma stanno usando i media! I media. Le major. I malvagi oppressori delle corporation, quelli che sono pappa e ciccia con il governo, quelli a cui il movimento dell’underground si è ribellato nei primi anni 80. Le corporation permettono finalmente a gruppi teoricamente sovversivi e alternativi di ottenere prestiti bancari per mostrare al mondo la propria crociata. Ovviamente non è che stiano regalando prestiti per questo, ma solo perché gli sembra di poterci fare su soldi… Possiamo fare la parte del nemico per infiltrarci nell’ingranaggio del sistema e iniziare a farlo marcire da dentro. Sabotare l’impero facendo finta di stare al gioco, compromettendosi quanto basta per poi smascherare il loro bluff”.

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Il passaggio dalla moltitudine delle etichette indipendenti fiorite durante il periodo punk e post punk alle major, foriere di un miglior potenziale distributivo, avvenne durante i primi anni 90 sull’onda della diffusione mondiale della musica grunge. Nato nella bolla ovattata di Seattle, ultima frontiera dell’epopea del West che vide lo sviluppo di colossi quale la Boeing e la Microsoft, ben presto esso sarebbe uscito dagli umidi anfratti della città per espandersi a macchia d’olio come un nuovo fenomeno generazionale. Musicalmente variegato, esso era rappresentato da gruppi che attingevano stilisticamente in modo prevalente da un serbatoio differente: l’hard rock a tinte Seventies nel caso dei Soundgarden, il metal per gli Alice In Chains, la psichedelia per quanto riguardava gli Screaming Trees, il garage per i Mudhoney, il rock più tradizionale nel caso dei Pearl Jam, il punk per i Nirvana. Cobain stesso descrisse il suo timbro come una fusione di energia punk con riff hard rock nell’ambito di una sensibilità pop. L’attitudine però accomunava queste band secondo un retaggio comune, che era quello cresciuto nell’humus del territorio indie, dove la sostanza contava più della forma e l’integrità più della celebrità.

Madre putativa di questa neo tribù di musicisti, nel grembo della quale essi si riunivano e si scambiavano complicità ed esperienze, fu l’etichetta Sub Pop. Anche la C/Z Records ebbe il suo ruolo soprattutto all’inizio, ma fu la label di Bruce Pavitt e Jonathan Poneman a cristallizzare l’attitudine delle band grunge. Così ricorda Greg Dulli, ex membro degli Afghan Whigs, una delle prime formazioni non di Seattle (erano di Cincinnati) ad essere messe sotto contratto dalla Sub Pop: “Tutto avveniva ad un livello di estrema purezza. Stare nella Sub Pop era come essere parte di una famiglia dove ciascuno espletava il proprio ruolo: c’era chi si occupava della musica, chi di faccende più pratiche, ma ci si sentiva tutti parte dello stesso modo di sentire. Soprattutto era chiaro che le band non suonavano per soldi. Quella ricerca di onestà totale e di visceralità era l’eredità di un nuvolo di gruppi che iniziarono ad attraversare in lungo e in largo gli Stati Uniti in un furgone durante tutti gli anni 80, diffondendo in piena era reaganiana un urlo vorace e sincero. Sto parlando di Hüsker Dü, Replacements, Pixies, Sonic Youth, Violent Femmes, Minutemen. Si viaggiava in modo scomodo e girava in tasca poco denaro, ma ovunque si andasse c’era un amico pronto ad accoglierti e a offrirti il pavimento per dormire. Era una sorta di tribù”.

La tipicità ruvida e rumorosa delle loro sonorità, invece, venne per lo più firmata da Jack Endino, membro dei seminali Skin Yard e dal 1985 anche produttore. Il marchio Sub Pop includeva il tipico timbro sonoro grunge, le fotografie di Charles Peterson (patrono dei caratteristici hair shot, le foto dei musicisti mentre scuotevano in avanti le lunghe chiome di capelli), un certo modo di agghindarsi costituito da anfibi, jeans strappati

e camicie di flanella, i capelli lunghi, l’atteggiamento scazzato. Per la verità la storia della Sub Pop fu esemplare della evoluzione della scena di quel periodo. Nata come progetto limitato alla sola famiglia di Seattle, ben presto si sarebbe trasformata in un trademark di culto, le cui ambizioni andavano ben oltre l’aspetto meramente musicale. La promozione, che inizialmente si avvaleva della stampa di t-shirt con l’emblematica scritta “Loser”, assunse mano a mano dimensioni che varcarono le soglie dell’oceano (l’hype del grunge fu costruito per lo più dai giornalisti inglesi), e la visione di Poneman e Pavitt diventò quella di creare una indie con connotati da major. Ben presto l’atteggiamento anticelebrità divenne simbolo delle nuove rockstar, che vennero colte letteralmente di sorpresa da un tale cambiamento di registro.

Il punto di svolta fu la pubblicazione di Nevermind dei Nirvana nel 1991. In quella melodia disperata e fragile si riconobbe l’anima di un’intera progenie. Kurt Cobain non divenne il nuovo eroe della Generazione X soltanto perché sapeva comporre canzoni viscerali e orecchiabili e perché aveva un’immagine e una vita da perfetto prodotto mediatico; egli divenne un emblema perché nel suo cantico vulnerabile e angosciato i suoi coetanei potevano leggervi sé stessi. Era un malessere senza più codici ideologici né sociali, era un’energia che non poteva trovare collocazione nelle regole dell’establishment e che quindi si ritorceva su sé stessa diventando depressa o autodistruttiva; era la speranza negata per un mondo migliore per chi era cresciuto dentro a un limbo che lo aveva privato della capacità di lottare. Quel botto avrebbe cambiato per sempre le regole del gioco. L’essere indipendenti e liberi sarebbe diventato un fattore sempre più personale e meno artistico. Kurt Cobain, come un novello messia, visse sulla propria carne le contraddizioni di un’epoca. Desiderare il successo universale che il mainstream poteva offrire e cercare di non perdere la propria integrità era un po’ come fare un patto con il diavolo e, si sa, non c’è via di ritorno per chi decide di perdere la propria anima. A salvarla, a volte, può essere soltanto un colpo di fucile.

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Per le altre band rappresentative dell’epopea di Seattle il percorso fu leggermente diverso, anche perché la loro esposizione mediatica non raggiunse mai le soglie del delirio collettivo suscitato dai Nirvana. Ad ammazzare Layne Staley, il talentuoso cantante degli Alice In Chains qualche anno fa, non fu un conflitto di coscienza sulla presunta integrità artistica (già il loro primo album Facelift era uscito per la CBS) ma piuttosto tormenti intimi e privati, confluiti nell’eterna simbiosi con l’eroina. I Pearl Jam hanno saputo evolversi al di là della fase storica che li generò diventando dei classici. I Soundgarden a un certo punto considerarono esaurita la loro esperienza in comune, ma Chris Cornell ha saputo riciclarsi negli Audioslave (gli ex Rage Against The Machine senza Zack De La Rocha) cambiando veste e immagine. Tad e Melvins sono rimasti, come lo erano sempre stati, nelle retrovie (non ebbero mai l’appeal giusto per il boom). Soltanto i Mudhoney sono restati longevi e fedeli alla linea, una vera band di culto per i fautori del suono indie e senza compromessi. Discorso a parte meritano gli Screaming Trees (vedi intervista a pagina 42). Seppure il loro percorso ci parli di una strada molto comune tra le band del periodo (dissensi all’interno del gruppo, acuiti dai problemi di tossicodipendenza di Mark Lanegan e dalle sue ambizioni da bluesman solista, che li avrebbe portati allo scioglimento nel 2000), la storia del tenebroso cantante diventa esemplare.

Uomo dalle mille ombre e dalla pelle coriacea, poeta dell’abisso e di un desiderio di redenzione sempre frenato sull’orlo del precipizio o anestetizzato dalle sostanze stupefacenti, egli diventa nel tempo il più grande sopravvissuto non soltanto all’epopea grunge, ma a sé stesso e a una integrità artistica che non ha mai scambiato l’eucarestia del proprio sangue con una via di salvezza facile. Spiega Mark: “L’unica regola per me è quella di seguire sempre la personalità della canzone. È lei a decidere, con la sua dinamica, dove vuole portarmi. A volte mi conduce in territori che non amo affatto, ma per me scrivere resta comunque una grande forma di terapia. La disciplina che mi richiede mi tiene ancorato al presente, fatto per me importantissimo. Lasciato solo ai miei meccanismi psichici continuerei a guardarmi indietro e a confrontarmi sempre con gli stessi fantasmi, quelli che tendo a fuggire rifugiandomi in una sorta di oblio artificiale”.

Il cantautorato quindi come forma taumaturgica estrema, come estrinsecazione massima di un’indipendenza che parte dal matrimonio con le muse per arrivare a manifestarsi in un discorso artistico che non conosce compromessi e non insegue le ultime mode o tendenze del mercato. In questo senso si può inquadrare anche l’ultima collaborazione di Lanegan con Isobel Campbell per il suo Ballad Of The Broken Seas (vedi intervista a pagina 38). Come il suo mentore, l’ex voce dei Belle And Sebastian si considera una outsider. “Spesso mi chiedono con chi mi identifico e quali sono gli artisti che stimo o da cui mi sento ispirata. In realtà non so rispondere. L’unico che mi viene in mente è Leonard Cohen. Non sono legata ai trend contemporanei e questo mio essere per certi versi demodé è anche l’attitudine che per certi versi mi ha differenziata dagli altri membri della band. Mi piacciono le voci angeliche che sanno muoversi fuori dal tempo e le donne forti come Kate Bush. Come lei mi sento una drop out perché la forza della mia femminilità viene continuamente fraintesa. Se sei una donna coerente e consapevole vieni sempre additata come strana. Sembro dolce ma dentro sono diventata di ferro perché ho dovuto affrontare due diverse vulnerabilità: l’essere artista e l’essere donna. Non è facile dover sempre provare di valere e combattere i pregiudizi”.

Così non deve averla pensata Lanegan, che all’apparente fragilità è sempre stato avvezzo. Non per nulla ha recentemente collaborato a Dog Train, un libro per bambini con cd allegato scritto da Sandra Boynton. Il crooner ha donato la sua profonda voce in Sneakers, riuscendo a trasformare ancora una volta la violabilità in forza, l’innocenza in poesia. Egli precisa: “È importantissimo per un cantautore nutrire la propria parte più incontaminata”.

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Non è stato soltanto il coraggio di aver seguito unicamente sé stesso e il proprio estro ad aver traghettato Lanegan attraverso l’Acheronte. A salvarlo dalle macerie del collasso della sua generazione ha contribuito ancora una volta il senso di appartenenza a una comunità di musicisti che, come all’inizio della scena di Seattle, è unita da un’attitudine di grande sincerità e indifferenza ai must dello star system. Quell’approccio pare ora aver del tutto abbandonato i piovosi meandri di Seattle (anche se Jack Endino in una recente conversazione non si è detto d’accordo) per dirigersi a sud, verso i territori impervi e mistici del deserto californiano. A Joshua Tree, alle pendice del Mojave Desert dove l’aura dei pellerossa albeggia ancora in sciamanici rituali, l’alchimia dell’antica tribù non è morta e si ridesta al Rancho De La Luna all’imbrunire di ogni tramonto. Qui lunghe jam session frantumano gli ego dei singoli musicisti fondendoli in un dictat dove solo la musica conta. All’inizio fu Josh Homme, membro nei primi anni 90 di una formazione semisconosciuta di nome Kyuss, a unirsi agli Screaming Trees nel tour del 1996 e a sostenere l’amico Mark in uno dei periodi più duri della sua esistenza. Uscito dal baratro, quest’ultimo non se ne sarebbe dimenticato, ripagando Homme con la sua presenza come terza voce nei Queens Of The Stone Age. Chris Goss, sacerdote dello stoner nonché collaboratore usuale di Lanegan e presenza fissa della compagine del deserto risponde così ad Endino, il quale vede nella musica dei Queens Of The Stone Age la continuazione dello spirito del grunge: “Mi fa onore che Jack pensi una cosa simile, ma sinceramente non ne sono troppo consapevole. Credo semplicemente che la musica buona o cattiva sia sempre esistita e sempre esisterà indipendentemente dal periodo storico”. Se comunque le aurore rosse del deserto hanno saputo attirare due forti presenze femminili del rock alternativo degli anni 90 come Melissa Auf Der Maur e PJ Harvey, qualche particolare magia deve esserci in quel posto. Continua Lanegan: “È importante che nella creazione si rispetti la magia, il mistero. Ora tutto è accessibile, attraverso le nuove tecnologie si può tutto, persino depredare un artista della sua opera prima che questa sia compiuta. Io per vedere un concerto facevo miglia sotto la neve, ma quella partecipazione diventava poi un rituale collettivo, un momento unico e importante”. Eppure è proprio grazie alle nuove frontiere dello scambio telematico che lui e la Campbell hanno potuto collaborare con un oceano di mezzo: “Il feeling artistico tra me e Isobel, che ha scritto tutti i brani del suo album, è stato così forte da colmare ogni distanza fisica. La sua musica e la sua voce erano così emotivamente potenti da convincermi ad affrontare questa strana esperienza. Oltretutto, dopo un album estroverso e rock come Bubblegum, per me è stato utile tornare ai toni di I’ll Take Care Of You”.

Eppure all’inizio l’accesso libero alle informazioni che il web forniva venne salutato come la prossima frontiera della perfetta democrazia. Le etichette indipendenti, che dopo l’esplosione del grunge non riuscirono a frenare l’emorragia dei propri talenti verso i contratti più sicuri e lucrosi delle major, e che per anni avevano foraggiato quel sottosuolo fertile che sarebbe poi stato conosciuto come scena indie, potranno forse conoscere grazie alle nuove tecnologie un nuovo sviluppo. Il dibattito è tuttora aperto in un’epoca dove i colossi discografici si fondono tra di loro per tenere testa a un mercato ancora una volta sempre più parcellizzato e incontrollabile. Ma forse oggi l’indipendenza è ancora una volta un valore che si muove su altre corde. Come ebbe a dire J Mascis, “la musica è e sarà sempre una terapia sia a livello personale che sociale, però è vero che nei primi anni 90 si respirava un’aria particolare, come se i codici potessero venire riscritti. La spasmodica ricerca delle major dei prossimi Nirvana distrusse quell’attitudine di onestà e integrità perché mise la creazione nuovamente al servizio del business. Colpa anche di alcune band che facilmente barattarono la propria indipendenza con la seduzione del successo”.

Certo è che oggi, al di là delle varie nuove ondate tanto reclamizzate dalle riviste inglesi, è difficile trovare artisti disposti a sacrificare il guadagno facile rispetto alla coerenza. Se lo può permettere chi degli alti e bassi della vita e della carriera ha già vissuto tutto, come Greg Dulli, che afferma: “Mi hanno offerto un pacco di soldi per riformare gli Afghan Whigs ma ho rifiutato. Si sciolsero proprio per non buttare alla deriva l’onestà di intenti e l’amicizia che erano stati il motivo per il quale si erano formati. Quello che accadde a Seattle nel 1989 fu simile a ciò che successe a San Francisco vent’anni prima. Sono movimenti che hanno origini socio-culturali profonde e che non sono facilmente ripetibili. Per me ora ciò che conta è restare un musicista coerente e credibile lavorando con passione, entusiasmo e sincerità. Ci sono molte buone band in giro. Gli Afterhours, per i quali ho lavorato all’ultimo album, sono una di queste”. E il fratello di sangue Lanegan aggiunge: “Essere indipendenti significa potersi permettere di fare ciò che si vuole, ma è una fortuna concessa a pochi”.

I due reduci della scena di Seattle condividono il progetto Gutter Twins (vedi box a pagina 40). Uniti dallo stesso binomio perdizione/redenzione che ha visto affondare le radici del primo nel soul e del secondo nel blues, i due sopravvissuti del grunge hanno mantenuto intatto quell’atteggiamento che li spinge a sbattersene di mode e tendenze, decretando come propri giudici soltanto i voli interrotti dei propri angeli e demoni.

Forse l’indipendenza oggi è proprio questa: perseverare nella ricerca di una catarsi che non è mai leggibile né definitiva, ma che diventa il tratto distintivo dela differenza che fa la vera musica dai simulacri della propria storia.

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