E pensare che tutto ebbe inizio in un bugigattolo londinese da quattro soldi. Caso più unico che raro di una rivoluzione nata tra grucce, magliette borchiate, giacche e pantaloni a dir poco eccentrici e altri capi di abbigliamento uno più improbabile dell’altro. L’indirizzo era noto già trent’anni fa, ora è quasi più celebre di quello che indica la residenza del premier britannico: 430, King’s Road.
È in quel piccolo spazio che il giovanotto Malcolm McLaren decide di creare il suo altrove, uno spazio altro, il quartier generale di una metamorfosi socio-musicale che prenderà il nome di punk, mutuata da esperienze determinanti occorse poco tempo prima dall’altra parte dell’Atlantico. Quando però McLaren capita per la prima volta al 430 di King’s Road, un giorno dell’estate 1971, tutto ciò è lungi dall’avverarsi. Quella è la sede del Paradise Garage, un negozio di moda e abbigliamento sui generis di proprietà di Trevor Miles, un tizio con il fiuto per i trend, che aveva già caratterizzato da qualche anno l’anima eclettica del negozio, puntando su articoli unici ed estrosi. Complice un gestore a dir poco maldestro, Bradley Mendelson, e la luna di miele di Miles, McLaren riesce in ottobre a insediarsi al 430 con i suoi amici Vivienne Westwood e Patrick Casey. Quando Miles si accorge che sotto il suo naso parte dell’attività è già stata concessa in affitto a sua insaputa al nuovo terzetto, dichiara bancarotta e McLaren rileva il negozio.
È tempo di un nuovo nome, Let It Rock. La Westwood e McLaren hanno le idee chiare: vogliono svecchiare, stupire, colpire, vogliono essere un nuovo punto di riferimento nella Londra di quegli anni. Ci mettono passione, idee politiche progressiste, un’inedita morale libertaria in un’Inghilterra ancora oscurantista, fiuto per gli affari e un pizzico di situazionismo. In breve tempo Let It Rock diventa un punto di ritrovo per i teddy boys, che finalmente hanno la possibilità di acquistare gli abiti preferiti, senza doverseli cucire da soli. Malcolm e Vivienne si completano a vicenda, sono allo stesso tempo stilisti e creatori tout court e fra non molto assurgeranno anche al rango di maître à penser. L’idea, vincente, è quella di fare in modo che Let It Rock sia un luogo di aggregazione e svago e non semplicemente un punto vendita: ci si può accomodare su un divano, leggere delle riviste e ascoltare dischi, che McLaren ricerca appositamente e inserisce nel juke-box presente nel negozio.
Vivienne e Malcolm rileggono la moda del passato e creano un proprio stile, sempre più personale. Il rude abbigliamento da teddy boy viene abbandonato, in favore del revival degli anni 50 e 40. Il giro di clienti e conoscenze si allarga e i due hanno modo di andare fino a New York a pubblicizzare la loro attività. È un totale fallimento: agli americani non importa un fico secco dei loro bizzarri abiti. A McLaren però capita un’occasione che gli cambierà la vita: conosce i New York Dolls, i nuovi fenomeni dell’underground cittadino, esplosivi, sessualmente ambigui e dinamitardi come solo gli Stooges prima di loro. Ne diventa il tour manager e viene fulminato sulla strada di Damasco. Nonostante l’esperienza duri solo una stagione (1973), contribuisce a focalizzare le sue ambizioni: Malcolm ha assaggiato la celebrità e quando torna a Londra l’obiettivo è quello di preparare una svolta.
I due disegnano nuove creazioni, sempre più estreme, ispirate alla moda fetish del sadomasochismo, rinnovano totalmente look e impostazione del negozio. Ormai il loro stile è immediatamente riconoscibile, cool, esclusivo, al punto da irretire anche una ragazza di nome Chrissie Hynde, che inizia a rifornirsi dalla premiata ditta McLaren-Westwood.
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Cambio di scena. Ci troviamo sempre a Londra, 1974, in un giardino di Hemlock Road, tra i distretti di Hammersmith e Fulham, non lontano da King’s Road. È il retro dell’abitazione di Warwick Nightingale, un teenager che è solito ritrovarsi con i suoi coetanei Steve Jones e Paul Cook, due teppistelli disadattati di ascendenze proletarie. Da un anno suona con loro, e con gli altri amici Jimmy Mackin e Stephen Hayes, in una rock band che guarda all’esempio di Faces, Mott The Hoople e New York Dolls. Si fanno chiamare Strand, si arrangiano come possono (arrivano persino a rubare due chitarre dalla casa di Windsor di Rod Stewart) e provano in continuazione, spesso marinando la scuola. Nonostante l’impegno profuso le cose non ingranano e Mackin e Hayes mollano il colpo. Jones è tenace e l’idea della band non lo abbandona un attimo. Sono già due anni che frequenta il negozio di McLaren, facendo di tutto per ottenere il suo interesse. A furia di insistere, Steve ottiene una risposta da Malcolm, che gli consiglia un posto dover potersi dedicare alle prove con il gruppo, affittando per loro una sala al Covent Garden Community Center. McLaren si premunisce anche di andare a vederli e l’esibizione è un disastro: Steve è il cantante, ma non sa cantare; Paul non è tanto meglio alla batteria e Warwick suona la chitarra alla bell’e meglio, senza neanche un bassista. Nonostante ciò pare che Malcolm veda scoccare la scintilla: “Provavo una certa simpatia per quei tipi” come riportato in Il sogno inglese: i Sex Pistols e il punk rock “perché mi sembravano un po’ pazzi e un po’ ribelli”. Il tassello mancante, il bassista, fa in fretta ad arrivare: si tratta di Glen Matlock, uno studente d’arte che ogni sabato lavora come commesso per il negozio di McLaren. Malcolm sa che Glen è un ragazzo tranquillo, con un retroterra sociale più elevato di quello che sta alle spalle di Cook e Jones, ma è anche conscio che il suo dipendente conosce già l’ambiente in cui si dovrà muovere e, elemento che avrebbe fatto comodo, possiede una seppur minima esperienza musicale. Gli Strand cominciano a provare regolarmente in un vecchio studio della BBC, per gentile concessione del padre di Nightingale, che vi lavora come elettricista.
Intanto comincia a diffondersi in città quello che verrà chiamato pub rock: gli esponenti di punta si chiamano Dr. Feelgood e Killburn And The High Roads. Complice la pubblicazione due anni prima della raccolta Nuggets, tornano di moda il garage rock americano degli anni 60 e il pop più spiccio e diretto. Anche il glam, sotto una patina sgargiante e multicolore, predica il ritorno a una forma musicale più semplice e istintiva, che si discosta volutamente dagli eccessi lambiccati del progressive, per adocchiare di nuovo il rock’n’roll degli anni 50.
McLaren ha bisogno di cambiare aria: riparte per gli Stati Uniti e si riaggrega alla truppa dei New York Dolls. La situazione all’interno della band è tesissima e ai limiti di rottura, che puntualmente avviene. Malcolm non si perde d’animo e si accorge che a New York è in fermento qualcosa di eccitante: una nuova scena di gruppi e locali che sta soppiantando sempre più velocemente quella vecchia. I nomi che girano sono quelli di Television, Ramones e Patti Smith, la mecca il CBGB’s. McLaren conosce Richard Hell dei Television e ne rimane affascinato. La sua figura, il suo abbigliamento, il suo atteggiamento: tutto perfetto per gli Strand. Il punk è già nato e Malcolm ne vuole portare un pezzetto in Inghilterra. Hell non cede alle sue lusinghe: non è più un ragazzino e non vuole darla vinta a Tom Verlaine, con il quale si litiga la leadership dei Television.
Quando McLaren torna a Londra, nel maggio 1975, il suo negozio si chiama già Sex, una dichiarazione di intenti. Viene assunta come commessa Jordan (vero nome Pamela Rooke), che con il suo corpo avrebbe funto da pubblicità vivente per Sex: look e abbigliamento il più provocanti possibile, per l’epoca un vero shock. Sex è diventato un fenomeno di costume e la sua clientela abituale una vera e propria comunità.
McLaren riprende in mano le redini degli Strand e comincia a imporre la sua visione: Nightingale è troppo timido e riservato, va eliminato. Detto, fatto. Jones riceve la chitarra Les Paul bianca che Sylvain Sylvain dei New York Dolls aveva regalato a McLaren. Malcolm prosegue nel suo infruttuoso intento di convincere qualche musicista newyorchese a trasferirsi a Londra, per suonare nella band che aveva intenzione di lanciare e con Sylvain quasi ci riesce, ma all’ultimo momento il chitarrista decide di accettare un ingaggio per una tournée giapponese con i New York Dolls.
Nel frattempo lo stile degli abiti creati dalla Westwood diventa sempre più ammiccante ed esplicito, fino allo scadere nel volutamente volgare e provocatorio. I tempi sono cambiati ed è necessario lavorare sempre di più sull’aspetto iconografico per stupire, scioccare, innovare. È un’esplosione senza freno che attraversa la Gran Bretagna in uno dei suoi momenti più neri: la recessione è manifesta e la disoccupazione galoppante. I conti pubblici sono un disastro, il taglio obbligato delle spese enorme, l’intero equilibrio è sull’orlo del collasso (senza contare che è appena stato introdotto il Prevention of Terrorism Act, legislazione speciale per contrastare gli attentati dell’I.R.A.). Il 1975 è un annus horribilis per i britannici, in particolar modo per la fascia d’età più giovane, che si ritrova di punto in bianco senza prospettive ben auguranti. È trascorso solo un decennio dalla Swinging London, ma l’ottimismo che aveva permeato quella stagione sembra lontano di secoli. Monta l’insofferenza sociale che via via sta trovando sempre più sfoghi che sfociano in violenza e razzismo.
Nel bel mezzo di questo scenario apocalittico un gruppetto di adolescenti tutti chiamati John comincia a bazzicare Sex. Tra loro ce n’è uno etichettato come Sid e un altro, capelli verdi e t-shirt dei Pink Floyd brutalizzata con la scritta “I hate” fatta a biro, che di cognome fa Lydon. Lydon e Sid (John Simon Ritchie) sono due scapestrati amici per la pelle, il cui hobby è andarsene a zonzo a molestare le persone. Ragazzi problematici abituati fin dalla più giovane età a una vita non regolare, insofferenti alle regole, strafottenti e cinici. Una vita da randagi e squatter, tra bravate ed eccitazioni a buon prezzo. L’estate di quell’anno Sid lavora a una bancarella di Portobello Road, mentre John è sempre più di casa a Sex. Il suo piglio strafottente e arrogante incuriosisce McLaren, al punto che questi gli chiede se è capace di cantare. Lydon risponde: “Cosa? Che vuoi dire? A che scopo? No: sono stonato e comunque suono il violino”. Malcolm è solleticato dal fare insofferente di John e lo invita comunque la sera stessa a incontrare gli Strand. Steve Jones vede Lydon e racconta: “Erano stati con noi alcuni idioti e poi arrivò Rotten. Sembrava un tipo davvero interessante, c’era in lui qualcosa di magnetico che attraeva le persone. Indossava tutta roba punk, gli spilloni e il resto: non aveva niente a che vedere con McLaren. Il suo aspetto era terribile: aveva dei fratelli rozzissimi. Così, quando arrivò, non mi piacque per niente il suo modo di fare: sembrava proprio un cazzone”. Malcolm armeggia con il juke-box di Sex, fa partire I’m Eighteen di Alice Cooper, mette in mano a John il sifone di una doccia e gli dice di cantare. Qui nasce Johnny Rotten. Qui nascono i Sex Pistols (sebbene formalmente entrambi i nomi verranno ufficializzati qualche mese dopo).
Nonostante Cook, Jones e Matlock avessero più di un dubbio su quell’odioso insolente dai capelli verdi, McLaren aveva l’occhio lungo e aveva fiutato il colpo grosso. I Sex Pistols nascono male, nascono già in mezzo a incomprensioni e litigi, con Steve, Paul e Glen indirizzati verso le musiche di Iggy Pop, New York Dolls, Faces ed MC5, e John che invece va matto per le stramberie à la Captain Beefheart. E poi c’è quel furbacchione di McLaren, che fin da subito si impone come mastermind dell’intero progetto, ben presto in rotta di collisione con la personalità senza compromessi di Rotten, che invece rivendica il proprio ruolo e relative intuizioni come centrali.
In autunno comincia a fiorire il sottobosco punk: nascono Stranglers, London SS, Eddie And The Hot Rods e i 101’ers di Joe Strummer. Verso la fine dell’anno i Pistols cominciano a comporre i primi brani originali, tra cui Pretty Vacant, Seventeen e Submission. La band debutta il 6 novembre alla St. Martin’s School of Art. Il mese successivo le edicole statunitensi vedono la nascita di un nuovo giornale, fondato da due studenti, che darà il nome al fenomeno: si chiama Punk. Il primo numero contiene interviste a Lou Reed e Ramones, in quelli successivi coprirà tutta la scena del CBGB’s.
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Il 1976 è l’anno chiave, il primo vero atto di affermazione del punk inglese. I Sex Pistols sono a dir poco sconvolgenti: rozzi, violenti, incontrollabili. Nasce un pubblico di riferimento e con esso il punk diventa sottocultura, non più una semplice moda. La band dichiara al giornalista Neil Spencer del New Musical Express: “A noi non interessa la musica, a noi interessa il caos”. Intorno al gruppo si forma una schiera di aficionados dai modi e dal look in tema coi soggetti in questione. McLaren escogita sempre nuovi modi per incuriosire pubblico e stampa, in modo tale che la popolarità famigerata dei suoi protetti diventi inarrestabile, ma non sembra essere sufficiente. Si comincia a pensare ai concerti in termini di spettacolo, radicalmente diverso da quello che comunemente si intenderebbe beninteso. Durante i concerti dei Pistols deve sempre accadere qualcosa, che sia pericoloso, scandaloso, disturbante. Acidi e anfetamine iniziano a essere trangugiati come caramelle. Nonostante lo scalpore suscitato gli unici introiti vengono dai concerti (non sempre pagati) e il gruppo arranca, tanto che McLaren lo considera ancora un mero veicolo pubblicitario per Sex e più di una volta pensa di scioglierlo, nel timore di rimetterci personalmente del denaro.
Il destino però è con i Sex Pistols. In primavera Malcolm corteggia la stampa musicale e ottiene i primi articoli sulla band che, dal canto suo, svolge diligentemente il proprio compito. Il 3 aprile suona di supporto ai 101’ers e Joe Strummer commenta: “Erano avanti anni luce rispetto a noi. La differenza era che noi suonavamo Route 66 per gli ubriaconi del bar, della serie: ‘Per favore apprezzateci’. Ma qui c’era questo quartetto che se ne stava là in piedi della serie: ‘Non ce ne frega niente di cosa pensiate voi coglioni, questo è ciò che ci piace suonare e questo è il modo in cui lo faremo’. Erano di un altro secolo. Rimasi sconvolto. Non gliene fregava un cazzo”.
La violenza si fa strada durante i concerti, che talvolta degenerano in risse opportunamente premeditate dall’entourage del gruppo, come il 23 aprile durante lo show al Nashville. Avevano oltrepassato un limite che nel giro di meno di due anni li avrebbe portati al tracollo. Il 100 Club di Oxford Street assume pian piano per il punk locale il ruolo del cugino CBGB’s. A maggio i Pistols partono per un tour nel nord dell’Inghilterra, che si rivela un fiasco quasi totale (fuori dalla capitale i germogli del punk non erano ancora fioriti), ma si rivela determinante nell’influenzare lo scarso pubblico che accorre a vederli, tra cui si distinguono Morrissey, Howard Devoto, Peter Hook, Bernard Sumner e Tony Wilson, tutti personaggi che di lì a poco diventeranno protagonisti della seconda ondata punk e poi del post punk (pensate a Smiths, Buzzcoks, alla Factory e ai Joy Division).
A giugno registrano il primo demo con l’aiuto di Chris Spedding.
Sid è un habitué ai loro concerti e la leggenda narra che sia lui a inventare il pogo al 100 Club. Il 4 luglio due debutti importanti: i Clash di spalla a Rotten e compagni al Black Swan di Sheffield e i Ramones al Rondhouse di Londra come prima esperienza inglese. Il 9 la grande occasione: i Pistols suonano al Lyceum in una non stop che li vede di spalla a Pretty Things e Supercharge. John Ingham di Sounds ricorda: “Nei camerini erano assolutamente pietrificati. La stavano prendendo davvero sul serio. Per la prima volta volevano davvero conquistare il pubblico. Fu quella notte che John, mentre cantava, si spense le sigarette sul dorso della mano: mi impressionò. Era l’essere vivente più forsennato in circolazione”. John Povey dei Pretty Things racconta che “i Pistols erano caricati a mille, è stata un’esibizione davvero potente la loro, ma la cosa che più mi rimane impressa è che erano la band più stonata che avessi mai sentito”.
Tra il 13 e il 18 dello stesso mese, con l’aiuto di Dave Goodman in una sala prove di Denmark Street, incidono un nuovo demo. “Quelle session furono atroci” ammette Glen. “Tentavamo ogni volta di ricreare un suono live, ma loro non sapevano mai quand’era la volta buona. Ogniqualvolta stavamo imbroccando la take giusta loro continuavano a ripeterci: ‘Più veloci, più veloci’. Malcolm e gli altri ci nutrivano a cocaina, mentre cercavano di farci raggiungere il giusto spirito. E più andavamo avanti e più non ne potevamo più di suonare. Stava diventando tutto sempre più veloce e l’approccio era quello sbagliato. Siamo stati là almeno due settimane. Sarà costato una fortuna”.
Ad agosto il Melody Maker mette la band in copertina e McLaren comincia a guardarsi intorno per testare l’interesse delle case discografiche. I tempi sono maturi perché le cose si concretizzino, sebbene i dissidi interni tra Malcolm e Rotten siano all’ordine del giorno. A settembre un viaggio a Parigi per inaugurare la discoteca Chalet du Lac rischia di trasformarsi in un incubo, complice la mise inopportuna della loro amica Siouxsie Sioux, con tanto di seno in bella vista e svastica sul braccio, che irrita dei tizi armati di coltello, pronti a farli a fettine.
Il mercato discografico scopre le etichette indipendenti e una di loro, la Chiswick Records, mette a segno il primo grosso colpo, ingaggiando i Damned, la band le cui origini discendono dagli storici London SS e che avevano appena preso parte al Primo Festival Europeo del Punk Rock, organizzato nel sud della Francia, da cui i Pistols erano stati estromessi “per aver oltrepassato il limite” e a cui i Clash, in solidarietà coi loro colleghi, avevano rinunciato di partecipare.
McLaren vuole assolutamente stringere i tempi, lanciare in grande stile il punk e assicurare per i suoi protetti l’appoggio di una prestigiosa casa discografica. Comincia con l’assicurarsi i servigi di Sophie Richmond e Stephen Fisher per la neonata agenzia della band, la Glitterbest, e poi allestisce e promuove il primo festival punk britannico, che si terrà il 20 mentre il 21 settembre al 100 Club. In cartellone sono previsti Sex Pistols, Subway Sect, Siouxsie And The Banshees e Stinky Toys il 20, mentre il 21 è la volta di Vibrators, Buzzcocks e Damned. Simon Barker, uno dei componenti del Bromley Contingent, lo zoccolo duro dei fan dei Pistols fin dalla prima ora, racconta: “Malcolm ebbe proprio una bella idea, perché diede ai media la sensazione che il punk-rock fosse abbastanza importante da meritare un festival. Non accadde gran cosa al 100 Club, eppure la gente va ancora lì per vedere il posto. È una specie di mecca”. John Ingham la pensa diversamente: “Quella sera i Pistols furono assolutamente fenomenali. Credo sia stata una delle loro migliori apparizioni: il posto divenne una bolgia”. Ad arroventare un’atmosfera già calda ci pensa Sid, all’epoca batterista dei Siouxsie And The Banshees. Durante l’esibizione dei Damned, scaglia polemicamente un boccale di birra verso il palco. Il boccale si infrange contro un pilastro e ferisce alcune persone. Seguono parapiglia e arresto. Il punk fa di nuovo notizia, il punk è violenza.
Intanto la band era già vincolata alla Glitterbest tramite un contratto capestro: “Non avevamo avvocati che fossero super partes” racconterà Lydon “ci avevano detto: ‘Se non firmate stanotte non ci sarà nessun contratto’. A quell’età sei ingenuo e non pensi a queste cose. Vedi solo la parola CONTRATTO, segno che ce l’hai fatta. Pensi al centinaio di sterline che ne ricaverai e non a come diventerà la tua dannazione per il resto della vita”.
La lotta per accaparrarsi la band si anima tra Polydor ed Emi, ma alla fine è quest’ultima a spuntarla. McLaren convince il cacciatore di teste Nick Mobbs a mettere la band sotto contratto. “Cercai di convincerlo che doveva considerare quella musica astraendosi dal suo gusto personale. Dissi: ‘Se non dà una mano a quei ragazzi, allora che Dio aiuti l’industria: non c’è più scampo. Se non può scritturare una cosa nuova e giovane che ha davanti agli occhi, significa che vive nel passato e che può anche chiudere bottega’”. Mobbs preme sul suo superiore, Bob Mercer, e i Pistols firmano con la Emi. È l’8 ottobre 1976.
Qui finisce la storia dei Sex Pistols e inizia la leggenda della più formidabile punk-rock band britannica di sempre.
