Eccola l’ennesima next big thing proveniente da New York, diventata ancora una volta, dopo il periodo di potere assoluto della Cool Britannia nella seconda parte degli anni 90, il centro della musica.
Dopo il successo planetario degli Strokes, l’hype su band come Interpol, Radio 4, Liars, il ritorno del disco punk in atto proprio in queste settimane per volere di un’etichetta (la DFA) e un duo (LCD Soundsytem) infatti New York, sempre più, insieme a Detroit (nel mirino dei media per la connessione di White Stripes ed Eminem con la Motor City), è il centro della musica, e in particolare il centro di quel ‘movimento’ nu rock’n’roll, o nu garage, o come vogliate chiamarlo, che ha spazzato via (ed era ora) il nu metal, i Limp Bizkits e affini.
All’interno di questo ‘movimento’ di rivoluzionari del rock’n’roll, sicuramente sono collocabili anche i chiacchieratissimi Yeah Yeah Yeahs, finalmente usciti con il loro disco d’esordio (Fever To Tell).
Il loro percorso è simile a quello degli Strokes, in termini di coinvolgimento dei media. Già, perché come successe per gli Strokes, sono stati giornali inglesi come New Musical Express o riviste patinate d’oltremanica come The Face che hanno puntato i riflettori su questa band. Sono loro che hanno iniziato a parlare di Karen O (la front woman del gruppo) come di una versione femminile di Iggy Pop. Lei, il nucleo vero e proprio della band (sempre secondo i media inglesi), con i suoi vestiti ‘mini’ (pensati da un amico newyorkese ben introdotto nella scena fashion della Grande Mela), è stata bollata come una ninfomane schizofrenica che canta con in testa i primi dischi di PJ Harvey, Siouxsie & The Banshees, che pensa testi in cui il sesso e gli eccessi sono al centro della narrazione. Le sue performance dal vivo le hanno fatto guadagnare l’attenzione delle riviste musicali inglesi, che l’hanno definita come la cosa più bella che è venuta fuori da New York dai tempi di Debbie Harry. Come se non bastasse, fin dai tempi del loro esordio (con l’ep uscito nel 2002 per la Whichita e il singolo Bang) fecero breccia nel cuore di John Peel.
E così l’hype è cresciuto sempre più, anche perché, al di là dell’innegabile coolness della band, ci sono anche le molte similitudini con band trendy come i sovraesposti (e sopravvalutati) White Stripes o The Kills. Yeah Yeah Yeahs infatti, pur essendo in tre (Nicolas Zinner, Brian Chase e Karen O), come White Stripes e The Kills, sono anzitutto una band voluta fortemente da una coppia (Nick e Karen) e, come i gruppi suddetti, si rifanno allo slogan minimalista “less is more”, optando per una line up scarna (niente basso, ma solo batteria, chitarra e voce) che dia, come diretta conseguenza, un suono altrettanto scarno, primitivo, diretto.
Loro comunque cercano di non dar peso a tutto questo rumore mediatico che si è scatenato intorno alla band. “Abbiamo iniziato a fare musica come Yeah Yeah Yeahs solo due anni fa”, dice Nic. “È strano tutto quello che sta succedendo. Ma una cosa so per certo. Che una band in queste cose non c’entra niente. Non siamo noi che abbiamo voluto questo hype. È divertente vedere la tua faccia sulle copertine dei media. Ma non dobbiamo dimenticare di non perdere troppo tempo a preoccuparci di quello che scrivono su di noi. Anzi, dirò di più. Essendo tutti e tre persone molto sensibili, a volte è doloroso leggere quello che scrivono su di te. E quindi la soluzione migliore è pensare alla nostra musica, suonare in giro, scrivere nuovi pezzi e andare avanti per la nostra strada.”
La strada degli Yeah Yeah Yeahs è iniziata, come dice Nic, solo due anni fa, nell’Ohio. È lì, al college, che Brian (il batterista) e Karen O si sono incontrati e hanno iniziato a scrivere pezzi e suonare. Poi però a Karen l’Ohio stava troppo stretto. Decide di andarsene a New York, per frequentare una scuola di cinema. A New York, al mitico Mars Bar, incontra Nic, un fotografo con uno stile molto ‘aggro’ (faceva ritratti di gente in giro per New York mettendosi davanti ai suoi ‘bersagli’, senza il consenso dei soggetti di turno). Oltre all’amore per le immagini, il cinema e la fotografia, scoprono di avere la passione per la musica. E così iniziano a scrivere canzoni, sviluppando le idee che già Karen aveva iniziato ad assemblare con Brian. All’inizio si fanno chiamare Unitard. Registrano su una “karaoke machine”. Nic suona la chitarra, Karen canta. I due decidono che manca qualcosa. Karen chiama il suo vecchio amico Brian. Dopo poche settimane, Karen, Brian e Nic si ritrovano a vivere insieme in un loft a Williamsburg, Brooklyn, in una zona zeppa di artisti, musicisti, aspiranti fashionistas che, come gli Yeah Yeah Yeahs, hanno pochi soldi da spendere in affitto per permettersi Manhattan.
I tre dicono di provare otto ore al mese. Un po’ poco per una band che sembra suonare come un monolite sonoro compatto, per una band che, a giudicare dalle singole passioni musicali (Karen è un’appassionata dei Grateful Dead e di Bjork, Nicolas ha una discografia immensa di no wave, Brian ama alla follia l’avant jazz degli anni 60, in particolare Billy Dixon). Ma Nic dice che con uno come Brian, che scrive arrangiamenti e ha la musica nel sangue, basta poco per raggiungere ottimi risultati. E i risultati, ben presto, arrivano.
Nell’aprile 2002 la band ha un contratto con un’etichetta indie (la Whichita). Esce il primo ep. Ed è subito una bomba. Bang, il singolo, diventa un hit underground. Greil Marcus, il famoso critico americano, nel commentare l’ep, dice: “Non posso credere che un brano simile non sia cantato per le strade da tutti i newyorkesi”. Rolling Stone dichiara che questo è uno dei 10 dischi da avere assolutamente. Il gruppo inizia a suonare in giro per l’Europa di spalla a Jon Spencer Blues Explosion. Poi esce un altro ep (Machine).
Nel frattempo, a una festa newyorkese, Karen O mette le mani addosso a Courtney Love. “Non sapevo che fosse lei”, dice dopo qualche giorno Karen ai media. Ma la notizia ha già fatto il giro del mondo e alimenta ancor di più il fuzz intorno al gruppo. L’hype diventa sempre più forte, tanto da far pensare a Yeah Yeah Yeahs come a una band costruita. “Media hype machine”, è l’accusa che inizia a girare, soprattutto dopo la firma del contratto della band con una multinazionale come la Interscope. “Affanculo!”, risponde semplicemente Nic a queste accuse di essere un giocattolo ben costruito per media e major. “Il fatto che si sia deciso di firmare con Interscope ci farà perdere la cosiddetta credibilità”, diceva Nic qualche mese fa. “Ne siamo consapevoli, ma a dire il vero non ce ne frega un cazzo. Non ci interessa perché credo che debba essere la musica ad interessare alla gente, non con chi abbiamo firmato. Se la gente ascolterà i nostri nuovi brani si accorgerà che non siamo costruiti, che siamo credibili perché suoniamo con il cuore. Chi invece rimarrà lì a pensare che siamo dei venduti, beh, che si fotta. Io sono certo solo di una cosa: che se gli Yeah Yeah Yeahs dovevano avere un posto nel panorama del rock e nell’industria discografica era ora. È ora, grazie al successo di band come gli Strokes e i White Stripes, che possiamo far sentire la nostra voce. È vero. è pericoloso ora essere di New York, perché le case discografiche hanno sguinzagliato i loro direttori artistici per la città e sono disposti a metterti sotto contratto. Sembra di rivivere la situazione che si era creata a Seattle negli anni 90. Ti mettono sotto contratto e non hai nemmeno un disco pronto. Sembra assurdo ma è così. Se poi non venderai più di 20mila copie ti sbatteranno fuori. È già scritto nel contratto. Ma va bene lo stesso. Perché i primi due ep li abbiamo dovuti registrare in due giorni. Il disco abbiamo potuto registrarlo in un mese. Pochi giorni per batteria e chitarre. Il resto del tempo a registrare le voci.”
Il risultato è ottimo e spazza via tutto il rumore mediatico creatosi intorno alla band. Già, perché, come già detto nella recensione del numero scorso, immagine di Karen a parte e tutto il resto che piace soprattutto a quei ‘pettegoli’ delle riviste inglesi, Fever To Tell è un gran disco che oltretutto suona sì garage, suona rock, ma allo stesso tempo suona disco punk come il gruppo migliore dell’attuale scena disco punk newyorkese (The Rapture). Nic conferma le nostre riflessioni sul disco dicendo che gli Yeah Yeah Yeahs alla fine non sono propriamente una garage rock band, non suonano decisamente come gli Strokes. “A parte che, storicamente, considerando come suoniamo, non possiamo assolutamente sentirci parte della così detta scena nu garage. Siamo tre ragazzi a cui piacciono cose diverse. A me per esempio fa impazzire la no wave. Non credo che agli Strokes interessi molto la musica dei Contorsions. E poi abbiamo fatto un disco in cui, prima di pensare al rock, abbiamo scritto canzoni che potessero anche far ballare la gente. Rispetto alle produzioni precedenti questo disco suona decisamente meno garage, meno schizofrenico, più danzereccio.” Che poi gli Strokes vadano in giro a dire che gli Yeah Yeah Yeahs sono la loro band preferita è un altro discorso, così come è un altro discorso che Karen stia con Angus Andrew dei Liars (una delle band più chiacchierate della presunta nuova scena disco punk funk di New York), che Karen si faccia fare i vestiti per gli show da uno stilista underground di New York (Christian Joy) o che l’alcol e, in particolare lo champagne, siano un propellente importantissimo per la band e i loro show.
Quello che conta è che Fever To Tell è uno dei dischi più interessanti sentiti negli ultimi mesi. Loro sembrano soddisfatti del risultato. “Siamo okay”, dice Nic. “Stiamo attraversando un momento molto positivo. Non abbiamo più difficoltà a pagare l’affitto. Ci possiamo comprare senza problemi un nuovo paio di scarpe. Di solito ai gruppi serve un sacco di tempo in più per arrivare a questo livello, ovvero a non avere problemi economici che ti attanagliano. E così ora c’è tempo per fare tante cose. Brian può scrivere nuovi brani con la sua band (The Seconds). Karen dipinge e io ho tempo per assemblare il mio libro di fotografie che pubblicherò tra poco. In più stiamo già lavorando a nuovi brani. È bello non avere da preoccuparsi ogni mese dei soldi che hai a disposizione.”
