22/03/2007

Ritratti d’autore

Intervista a Francesco Guccini

Ama considerarsi un cantastorie, erede di quei bardi di inizio secolo scorso che arrivavano nelle piazze del paese accolti dalla curiosità della gente semplice. Gente che, anche quando sapeva leggere, aveva troppo da lavorare per poter prestare orecchio a ciò che succedeva nel mondo. I cantastorie mettevano in musica i grandi fatti amplificandone le gesta perché potessero colpire l’immaginario collettivo, Francesco Guccini ci racconta di un altro mondo, quello interiore, sviscerando paure e desideri, fantasie e realtà, a volte in modo epico per sottolinearne la forza, altre in modo dimesso per rendere tollerabile il dolore.

Eppure in quel lontano 18 febbraio 1960 quando a Modena prese il via lo spettacolo studentesco Tutti contro tutti, a cui il giovane Guccini partecipò insieme ad altri giovanotti che si chiamavano Victor Sogliani, Alfio Cantarella e Pier Farri, nessuno avrebbe sospettato il percorso che avrebbe fatto. Allora suonava con i Gatti nei locali della provincia modenese presentandosi con un’inappuntabile giacca a strisce bianche e nere, camicia inamidata e cravattino scuro a V capovolto, che alternava con un’altrettanto raccapricciante giacca di lamé che ricorda ancora oggi con un senso di nostalgia mista a imbarazzo. “Ogni cambiamento, ogni trasformazione dovrebbe sempre avere anche i suoi lati positivi. Noi, in quel periodo, abbiamo fortunatamente saputo coglierli, viverli, gestirli. Oggi possiamo soltanto trasmettere questo insegnamento ai nostri figli, nella speranza che se ne possano ripresentare le condizioni”, dice lo stesso Guccini in un suo contributo al bel libro Seduto in quel caffè. foto-cronache dell’era beat, uscito recentemente per le edizioni Rfm.

Insomma, come si dice in queste occasioni, il Maestro ne ha fatta di strada, una strada lunga oltre quarant’anni e costellata di venti album, una mezza dozzina di libri e riconoscimenti prestigiosi come il Premio Librex-Guggenheim Eugenio Montale per la sezione Versi in Musica, nel 1992, l’inserimento del suo racconto La cena nell’antologia Racconti italiani del Novecento edita da Mondadori nel 2001 e la laurea ad honorem in Scienze della Formazione conferitagli dalle Università di Bologna, Modena e Reggio Emilia nel 2002.

Quando lo incontro in un noto ristorante milanese, durante la presentazione di Ritratti, il suo ultimo lavoro discografico, è come al solito gioviale, avvolto in uno sgargiante maglione rosso su cui spiccano barba e capelli ormai di un bianco dominante. In Eskimo del 1978 parlando delle sue canzoni recitava “e poi saran le ultime oramai”; è passato oltre un quarto di secolo e sembra che la vena creativa anziché perdersi progressivamente si sia invece ulteriormente rinvigorita. “Sono cose che si dicono, che in quel momento si pensano magari davvero, ma che poi devono essere suffragate dal tempo che passa; le canzoni, come buona parte del resto delle cose della vita, prendono forma e si evolvono secondo leggi di cui non siamo del tutto padroni. Non puoi prevedere cosa succederà nel corso del tempo, quando mi guardo indietro mi accorgo che sono passati un sacco di anni da quando ho cominciato, per un momento rimango impressionato, ma poi non ci penso più. È una fortuna che succeda così perché altrimenti passerei la vita ad angosciarmi. Mi capita di vedere persone molto anziane e tutte, al di là di un generico mi resta poco da vivere, credono in realtà in una loro specie di immortalità. Deve essere una sorta di rinforzo biologico che la natura ci ha regalato.”

Dopo l’esordio avvenuto nel 1967 con Folkbeat n° 1, Guccini ha mantenuto una continuità impressionante nel pubblicare i suoi dischi, solo ultimamente si è concesso tempi più lunghi. “È solo perché dalla fine degli anni 80 ho cominciato ad alternare alla scrittura delle canzoni quella dei libri e questo ha ovviamente richiesto un maggiore tempo di produzione. L’ispirazione certo è importante, ma per me non è qualcosa di astratto, quando rimango impressionato da qualche fatto mi si scatena qualche sentimento particolare, generalmente mi viene voglia di scrivere, che è un modo davvero importante per capire quello che stai pensando.”

Comporre una canzone necessita forse una forma mentale differente da quella richiesta per scrivere un libro. Si può sintetizzare un libro in una canzone? “La differenza tra lo scrivere una canzone e un libro sta proprio nella capacità di essere sintetici piuttosto che prolissi. Per me è più difficile scrivere il testo di una canzone perché riassumere in pochi minuti, e in modo esauriente, sentimenti maturati nel tempo non è cosa semplice. È necessaria una ricerca molto precisa delle parole e la consapevolezza che il banale è sempre un rischio molto concreto. Molto meglio potersi dilungare, spiegare, trovare modalità esemplificative che diano la possibilità di essere chiari, senza contare poi il compiacimento della scrittura in sé che non è una cosa da sottovalutare.”

Ritratti è una raccolta di fotografie dai colori vivaci perché parlano al presente, o color seppia, poiché rimandano anche al tempo andato e concorrono a delinearne il ricordo. Già in passato, Francesco aveva sviluppato intere pellicole in cui erano state impresse vite dure o avventurose di personaggi mai apparsi agli onori delle cronache, ma tanto veri e umani in cui potersi riconoscere senza fatica. Ora invece si concentra su figure mitiche, storiche e attuali e sempre sono un pretesto per raccontarci di quello che hanno rappresentato o raffigurano ancora. Ritratti non è però solo umanità. “Ritratti sono tanti cassetti, ciascuno dei quali contiene un ricordo che può scaturire da figure leggendarie piuttosto che da eventi o semplici oggetti. Se guardi i titoli delle canzoni solo quattro o cinque sono legati a uomini, gli altri si perdono a raccontare di canzoni, sogni e sensazioni che tracciano i contorni di momenti precisi che possono essere fotografati solo dalla nostra mente e che quindi non trovano realtà sulla carta, ma solo nel ricordo.”

Ascoltando attentamente i testi vengono alla memoria paralleli con altre canzoni del passato. La ziatta sembra avere punti di contatto molto forti con Il pensionato, che certe immagini evocate da Piazza Alimonda si sovrappongano ad altre già sentite ne La primavera di Praga e, ancora, il tema di Vite ricorda in qualche modo Incontro visto da un’altra angolazione. “Le sensazioni soggettive non si possono discutere proprio perché fanno parte di una costruzione personale che dipende dalla propria storia e sensibilità, ma tra gli esempi che mi hai fatto posso forse confermare solo il primo, anche se a ben pensarci è stato proprio La ziatta (la zia zitella, nda) a influenzare l’atmosfera de Il pensionato. La ziatta, di fatto, è la traduzione in modenese de La tieta di Serrat, una canzone che conoscevo già da molto tempo. Per il resto è probabile che ci siano delle assonanze, ma per quel che mi riguarda non sono volute.”

Piazza Alimonda è dedicata a Carlo Giuliani, ma di lui si parla solo in modo trasversale, un modo forse per evitare la retorica che in questi casi rischia sempre di fare capolino. “I fatti di Genova del 2001 mi hanno molto colpito. Quando poi, successivamente, mi è capitato di passare per Piazza Alimonda mi sono reso conto di come il tempo cancelli apparentemente tutto, permetta inesorabilmente il ritorno della normalità lasciando solo alla sensibilità della gente il fardello del ricordo. Mi ha scritto il padre di Giuliani perché aveva saputo, non so da chi, che stavo scrivendo una canzone su quei fatti. Voleva ringraziarmi, ma non abbiamo parlato né di quel giorno, né di Carlo.”

Quando parla di Ulisse (Odysseus) sente il bisogno di metter una postilla prima del testo e scusarsi con Omero, Dante, Foscolo, Kavafis, Izzo e Prandi. Ma chi è questo Prandi? “È un mio cugino che ha composto una poesia sull’Odissea. Ma le vere scuse vanno a Omero a cui ho sostituito o aggiunto alle parti originali alcune espressioni personali, per esempio quella che vuole Ulisse (“Bisogna che lo affermi fortemente che certo, non appartenevo al mare”) essere prima che marinaio, un montanaro come me, visto che proveniva da un’isola rocciosa come Itaca. Ulisse è l’eterno riferimento per poter parlare dell’ansia esistenziale, della curiosità e del non rinnovarsi inteso come morte.”

Anche Cristoforo Colombo è il riferimento obbligato, la quasi ovvia metafora per poter parlare del grande tradimento americano. Vengono in mente, virandolo sul grottesco, Benigni e Troisi che cercano, in Non ci resta che piangere, di impedire al grande navigatore di partire per evitare che si sviluppi un futuro di violenza. “Colombo è stata scritta a quattro mani con Beppe Dati, è quindi il terzo capitolo di una collaborazione avviata con Cyrano e proseguita con Don Chisciotte. Viene rappresentato come un uomo “già stanco di viaggiare sotto un cielo sfibrato”, ma che “continua a puntare l’ignoto con sguardo corsaro”; la sua è la debolezza di chi prosegue il cammino senza mai avvistare la terraferma di casa.”

A chiusura dell’album c’è anche un vecchio brano inedito, La tua libertà, scritto addirittura nel 1971 e proposto in versione originale. “Non è stata proprio una scelta mia. Ascoltare oggi quelle esse sibilanti che ricordano il parlare degli imbonitori della provincia emiliana mi fa un certo effetto. Col tempo la mia voce è cambiata e soprattutto ora, questa canzone, l’avrei cantata in modo differente, ma tant’è, ho voluto accontentare il mio produttore Fantini che sembrava molto convinto di quel che faceva e quindi l’ho lasciato fare.”

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