22/03/2007

Fuck The World

Intervista ai Vines

Dopo l’uscita del loro primo album Highly Evolved, che ha venduto più di un milione e mezzo di copie, ne hanno dette tanto su di loro. A parte l’affermazione un po’ eccessiva che vuole i Vines come la band più onesta uscita sul mercato dopo i Nirvana, tutte le altre definizioni si possono dire azzeccate. È vero, ad esempio, che siano stati battezzati come gli Strokes australiani, ma è altrettanto vero che Craig Nicholls, Patrick Matthews e compagni hanno cominciato a suonare rock’n’roll a causa di un amore viscerale per una musica sincera e lontana dalle pose. Loro malgrado si sono ritrovati a far parte della compagine di band affibiate alla “new rock’n roll scene” e a troneggiare sulle pagine delle riviste specializzate con gruppi quali Datsuns, Hives, Black Rebel Motorcycle Club, White Stripes e Strokes.

“Amiamo tutte quelle band “, ci spiega cortesemente Patrick, anche se deve aver sentito il paragone almeno mille volte, “ma consideriamo il cosiddetto fenomeno rock’n’roll più una tendenza creata dai media che un vero e proprio filone musicale. È divertente andare in giro per le grandi metropoli del mondo e osservare tutta quella fauna che popola i bar alla moda che si veste come noi e che ascolta la nostra musica, ma bisogna stare bene attenti a saper distinguere ciò che è fashion dall’attitudine originale. Abbiamo iniziato a suonare rock’n’roll in tempi non sospetti, spinti da una passione vera non legata affatto ai trend del momento. D’altra parte siamo australiani e in Australia, posto comunque lontano e abbastanza isolato dai centri del bel vivere, si è abitutati ad occuparsi della sostanza delle cose. È una terra per certi versi ancora selvatica, che ispira musica onesta e lontana dai meri atteggiamenti estetici.”

La memoria dei Vines scivola al lontano 1991 quando, in piena era post-grunge, Patrick, Craig e l’allora batterista David Olliffe si incontrarono bighellonando tra i banchi della high school e lavoretti part time al locale McDonald’s. “Tutti ci chiedono se, nella definizione del nostro sound, siamo stati influenzati dai concittadini Silverchair, ma noi siamo persino più vecchi di loro. Diciamo che in quel periodo tutte le band nascenti furono in qualche modo contaminate dal suono di Seattle. Noi però non ci siamo fermati e abbiamo cominciato ad ascoltare molti vecchi dischi dei nostri genitori e molto brit pop: Beatles, Stone Roses, Primal Scream, molte band di Bristol e Manchester, Kinks, Verve, Beach Boys, Radiohead, Supergrass, Blur, Oasis, Guns ‘n Roses. Alla luce di questi differenti ascolti abbiamo poi cercato di creare un suono personale e originale, favoriti dal fatto che, abitando così lontano dai luoghi in cui le cose accadono, abbiamo avuto lo spazio mentale per focalizzarci esclusivamente su noi stessi senza subire alcuna turbativa.”

I Vines, che presero il nome dal gruppo di cui il padre di Nicholls faceva parte negli anni 60 chiamato The Vynes, esordirono circa tre anni fa con il singolo Factory, che catturò l’attenzione della stampa britannica. Da lì in poi sarebbe stata tutta un’ascesa: il contratto con la Emi, la registrazione di Highly Evolved, il successo perfettamente sincronico con l’hype creatosi intorno al new rock’n roll, i tour continui. “Dopo l’esplosione del primo album non ci siamo più fermati. Siamo riusciti giusto a prenderci una pausa di due settimane per tornare a casa, ma per il resto ci siamo mossi come trottole. Tant’è che la maggior parte dei brani del nuovo album Winning Days sono stati composti in viaggio.” Per completare il lavoro e ritrovare la concentrazione in vista della registrazione del nuovo disco, il gruppo australiano si è recato ai Bearsville Studios di Woodstock, un posto ovattato e fuori dal tempo, immerso in un’atmosfera bucolica e agreste. “Finalmente abbiamo potuto riapproprirci dei nostri bioritmi e lavorare in santa pace, lontani dal tumulto del music business. I pasti e il sonno regolari e la campagna tutto intorno ci hanno riportati alle atmosfere rilassate della nostra terra e ci hanno permesso di affrontare la registrazione con un’attitudine molto laidback. Ovviamente c’era un po’ di tensione, dovuta al fatto di voler scrivere dei pezzi che potessero sancire un passo evolutivo rispetto a quelli del precedente disco, ma nel complesso eravamo tutti ben predisposti e positivi, il che ha influenzato il timbro dei brani. Immagino che saremo molto più stressati per la preparazione del terzo lavoro, che è la prova del nove per qualsiasi band.”

Come supervisore i Vines hanno scelto nuovamente il produttore Rob Schnapf, già noto per il suo notevole contributo a gruppi quali Foo Fighters, Beck, Elliot Smith, Guided By Voices. “Rob è oramai considerato parte integrante del gruppo. Sa esattamente come prenderci, dove guidarci, come ottenere il meglio da noi. È un punto di equilibrio fondamentale per noi. Grazie a lui e al paesaggio che circondava gli Studios, grandi spazi aperti maculati da tranquille aree residenziali, proprio come nei dintorni di Sidney, ci siamo davvero sentiti a casa. E ciò, per noi che ultimamente soffrivamo un po’ di nostalgia, ha davvero fatto la differenza. Negli stessi Studios stavano registrando anche Fish e Dave Matthews, il che ha contribuito a farci sentire circondati da un’energia speciale.”

Winning Days, che alterna incisi furiosi con spazi acustici di grande apertura melodica, richiama alla mente un viaggio musicale meno adolescenziale e impulsivo, più concentrato sul songwriting. “Forse prima non si era capito, ma il songwriting è stato sempre la nostra attitudine di base. Come ho già detto, uno dei nostri principali modelli è il duo Lennon-McCartney e inoltre la maggior parte delle canzoni nascono da un percorso introspettivo, condensato in pezzi acustici. Solo in seguito il suono viene rielaborato dalla band al completo e portato a toccare nuovi territori, più vicini al rock’n’roll tradizionale. Per Winning Days, comunque, non ci siamo posti limiti di sorta e abbiamo cercato di portare in musica un ampio spettro di emozioni diverse. Per questo vi puoi trovare il rock e la psichedelia, il pop e il lirismo più puro. Insieme a Rob ci siamo impegnati affinché l’approccio sonoro fosse il più semplice ed essenziale possibile, in modo da lasciar pieno spazio all’emotività della musica. È stato un processo totalmente spontaneo, pianificato soltanto nella linea generale da seguire, e per il resto abbandonato all’alchimia del momento.”

Consapevoli, determinati ma per nulla abbagliati dalla popolarità raggiunta, i Vines, al contrario dei loro colleghi inglesi e americani, mantengono intatto il pragmatismo e la semplicità d’intenti che Down Under paiono essere la regola. “Malgrado il tam tam mediatico che ci ha circondati, non abbiamo perso di vista le nostre origini e i nostri obbiettivi. Abbiamo lavorato sodo per arrivare fino a qua, abbiamo suonato in centinaia di posti sconosciuti in giro per l’Australia prima di varcare l’oceano e sappiamo che per ottenere dei risultati duraturi nel tempo è importante essere umili, non sedersi sugli allori e impegnarsi costantemente. Siamo sempre stati ottimisti rispetto alla nostra capacità e possibilità di sfondare, ma nessuno di noi si aspettava un botto simile. In questo senso la fortuna ci ha aiutati con un tempismo che ci ha senza dubbio favoriti.”

Il bacio della dea bendata di cui parla Patrick pare aver riguardato non soltanto i Vines, ma l’intera musica australiana e neozelandese, che con gruppi quali D4, The Veils, Datsuns pare aver attratto l’interesse mondiale. Ma si può parlare di una vera e propria scena autoctona? “Non credo ci si possa riferire a una scena peculiare. La musica Down Under è sempre stata molto influenzata da quella inglese e americana e, a parte qualche gruppo come gli Inxs, poche band sono state universalmente riconosciute per talento e originalità. Noi stessi abbiamo assorbito come spugne dai confratelli d’oltreoceano e non ce ne vergogniamo, perché poca musica oggi può dirsi non derivativa. L’importante è l’attitudine con la quale la si rielabora e, in questo senso, forse in Australia e Nuova Zelanda esiste ancora un approccio immediato e istintivo lontano dalle mode molto vicino al rock’n’roll classico. Per questo in un periodo di estrema omologazione, vedi il nu metal, i nostri suoni possono apparire freschi e ancora pregni di un’energia primitiva.”

Girando in lungo e in largo per i quattro angoli del pianeta il gruppo di aussie può comunque tentare un’analisi della peculiarità dei singoli mercati: “Negli Stati Uniti attiriamo un pubblico di ragazzine attratte dal fatto che al momento siamo un gruppo alla moda. Là tutto riguarda il successo e i passaggi su Mtv e contano poco la qualità della musica e la sincerità dell’attitudine. Nel Regno Unito veniamo invece percepiti come un fenomeno assimilabile a quelli locali ma nel contempo esotico e per questo suscitiamo molto interesse. In Australia, invece, siamo visti come gli amici della porta accanto che ce l’hanno fatta e siamo d’esempio e d’incentivo alla scena locale.” Alla luce di tutto ciò, esiste per i Vines un segreto per diventare i Vines? “Non esiste una formula vincente. Siamo soprattutto una band di aussie, che ha quindi in corpo geneticamente una predilezione per le atmosfere live e il rock onesto unita a una percezione molto british. Mescoliamo un’attitudine pop a suoni più primordiali e non sofisticati, ma ciò è semplicemente il risultato del brodo culturale in cui siamo nati e cresciuti. Se poi lo si vuole definire new rock’n’roll, o non so che altro, questo proprio non ci riguarda. Per noi è essenziale non perdere la motivazione, la capacità di trasformare le esperienze negative in positive attraverso la musica come cantiamo in Sunchild, e anche coltivare un sano approccio alla realtà che ci permetta ancora di sorprenderci e incazzarci. Non per nulla abbiamo scritto un pezzo come Fuck The World, dove protestiamo per lo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente e dove mescoliamo i suoni del passato, del presente e del futuro. Fuck The World metabolizza la rabbia d’oggi trasformandola in speranza per domani.”

Forse, il segreto dei The Vines sta proprio in questo.

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