22/03/2007

Kenny Loggins

Il ritorno di Winnie Pooh

Entriamo in teatro verso le 18.

Adolfo Galli, promoter dell’evento, ci aveva suggerito di arrivare un po’ prima. “Ne vale la pena”, mi aveva detto.

Kenny Loggins sta ancora effettuando il soundcheck.

A dire la verità ha già terminato la fase più noiosa delle prove del suono (quella che riguarda i singoli strumenti). Si sta concentrando sul volume dei monitor e sul risultato acustico complessivo.

Visto da sotto il palco, sembra in grande forma: sia fisica (magro, capelli brizzolati e pizzetto, ti dà l’idea di portare benissimo i suoi 56 anni) che artistica. Attento e grintoso, Kenny prova un paio di brani: corregge i timbri, verifica alcuni passaggi, testa le armonie vocali. L’impatto è formidabile: accompagnato da un quartetto di musicisti bravissimi tra i quali spicca il sensazionale chitarrista Chris Rodriguez, Loggins già nelle prove dà un assaggio della qualità della sua musica e della varietà del suo repertorio.

Finito il soundcheck, ci invita in camerino.

Gentile e molto disponibile, Kenny, dopo averci ricordato le sue origini (“Sono nato a Everett, nello Stato di Washington, il 7 gennaio 1948 ma si sono trasferito in California, neanche un’ora a nord di Los Angeles, quando avevo 6 anni”) ci racconta i suoi esordi artistici.

“Ho iniziato a interessarmi di musica”, dice, “durante il periodo del liceo, a 14/15 anni. Ci trovavamo in pieno folk revival e Bob Dylan era il grande eroe dei giovani americani. Poi arrivarono i Beatles e, di colpo, tutti si convertirono alla nuova religione. Io stesso non ne rimasi immune. Formai una band con la quale suonavo greatest hits della cosiddetta british invasion. Terminata la sbornia inglese, cominciai a comporre le mie prime canzoni: la band aveva già un bravo chitarrista, c’era bisogno di qualcuno che scrivesse i pezzi. Così mi impegnai io a farlo. Le mie prime composizioni erano influenzate dal folksinging di Dylan ma anche da un po’ di rock’n’roll. Poi, a 18 anni, quando studiavo all’università, mi sono trasferito a Hollywood. Lì, ho provato a far qualche soldo lavorando come session man, decisione per altro discutibile in quanto non ero affatto bravo come strumentista. Ottenni, piuttosto, un lavoro come songwriter per 100 dollari la settimana. In California, negli anni 60, i songwriter erano una specie in piena fioritura, un po’ come succede oggi a Nashville. Tutti, allora, suonavano la chitarra acustica e avevano la pretesa di scrivere canzoni. A Los Angeles, poi, ogni sera c’era un party. E a ogni party almeno la metà dei presenti portava con sé una chitarra. Ci si sedeva in cerchio e, a turno, ogni cantautore faceva sentire le proprie canzoni. A una di queste feste, c’erano anche un paio di musicisti che facevano parte di una band chiamata Nitty Gritty Dirt Band. Quella sera, suonai Danny’s Song, House At Pooh Corner, Yukon Railroad, Prodigal’s Return e altre canzoni che la Nitty Gritty avrebbe poi inciso nell’album Uncle Charlie & His Dog Teddy (lo stesso ellepì del 1970 che, tra le altre; contiene la leggendaria cover di Mr. Bojangles, nda). Poco dopo aver incontrato la Dirt Band, ho conosciuto Jim Messina.”

Quella di Loggins & Messina è stata un’avventura entusiasmante. Un country-rock raffinato ma sanguigno, in puro spirito californiano, una giusta via di mezzo tra CSN e gli Eagles.

Kenny ricorda come è nata quella formidabile accoppiata.

“Messina, in quel periodo, aveva un contratto con Clive Davis alla Columbia Records”, tiene a precisare, “aveva la responsabilità di pubblicare (e produrre artisticamente) 2 o 3 album l’anno. Il primo di questi fu il mio disco solista. O meglio, quello che avrebbe dovuto essere il mio disco solista. Io e Messina avevamo la stessa età, un background culturale simile, gusti musicali in comune. È stato facile andare d’accordo. Siamo diventati subito amici tanto che Jimmy ha cominciato a farmi sentire alcune delle sue canzoni. Lo ammiravo molto: lui era stato una rock star con i Buffalo Springfield e aveva deciso di interrompere la fortunata cavalcata country rock con i Poco. Inoltre, i suoi pezzi mi piacevano veramente. Più il lavoro proseguiva, più io incoraggiavo Jimmy a scrivere altre canzoni come fossimo un vero duo. Anche se, ciascuno di noi aveva in mente una propria carriera solista. Ecco perché quel primo disco venne intitolato Kenny Loggins With Jimmy Messina Sittin’ In. E non Loggins & Messina poiché era nostra intenzione comunicare le diverse (e autonome) individualità artistiche. Clive Davis non era per niente entusiasta di questa scelta. Già scottato dall’esperienza con Simon & Garfunkel ci disse: ‘Non voglio pubblicare il disco di un duo che si è sciolto prima ancora di essersi costituito’. Decidemmo quindi per il compromesso: se il primo disco fosse andato bene, il secondo si sarebbe chiamato Loggins & Messina. E firmammo così il contratto discografico con Clive Davis e la Columbia Records.”

Nei nostri ricordi personali c’è un classico di Loggins & Messina, quella House At Pooh Corner immortalata anche dalla Nitty Gritty Dirt Band.

“Quello di A.A. Milne sull’orsetto Winnie Pooh è stato il primo libro che ho letto da bambino”, spiega Kenny, divertito dal fatto che ricordiamo con precisione le diverse tappe della sua vicenda con Jimmy Messina. “Quando ero all’università”, continua, “e mancavano tre settimane agli esami finali, invece di studiare mi misi a scrivere House At Pooh Corner. Ricordo che composi il brano nella camera da letto dei miei genitori. Credo che, seppur in modo inconscio, quella canzone rappresenti il mio addio alla fanciullezza. Perché trasmette quel sapore nostalgico che ritrovi nell’ultimo capitolo del libro di Winnie Pooh quando Christopher Robin lascia la vita nel bosco per andare a scuola. Venti anni dopo, ho aggiunto una terza strofa al brano originario che ho ribattezzato Return To Pooh Corner. L’ho fatto perché, diventando più anziano, ho capito che gli addii non hanno mai senso. Specialmente quando hai dei figli.”

Gli addii non mai hanno senso, dice oggi Loggins. Eppure, alla fine del 1976, dopo sei album in studio e un leggendario doppio live (On Stage), dopo milioni di dischi venduti e migliaia di concerti sold out, Kenny dice addio all’amico Jimmy.

“Uno dei motivi della nascita del duo Loggins & Messina”, spiega, “era stata quella di lanciare le rispettive carriere soliste. E, una volta raggiunto il successo, come duo abbiamo considerato esaurita la prima fase del nostro progetto. Non tanto (o non solo) dal punto di vista commerciale ma soprattutto dal punto di vista artistico. Entrambi avevamo imboccato direzioni creative e stilistiche diverse. Io stavo scrivendo un sacco di pezzi nuovi, molti dei quali sarebbero poi confluiti in Celebrate Me Home. Messina (nonostante il successo) era frustrato dal fatto di dover essere il produttore e l’artista del progetto Loggins & Messina. Sentiva il bisogno di alleggerire la pressione. Insomma, lo scioglimento del duo è stato la logica conclusione di un processo evolutivo naturale.”

Un processo che ha portato Kenny a scelte musicali assai diverse.

“Celebrate Me Home ha visto il mio sodalizio con Bob James e un mutamento delle mie scelte musicali”, racconta, “dal country-rock di Loggins & Messina sono passato a un pop-jazz d’autore, piuttosto sofisticato, nella stessa vena delle produzioni californiane dell’epoca. Un paio di anni dopo, ho cominciato una altrettanto soddisfacente e prolifica liaison artistica con Michael McDonald. Il primo pezzo che abbiamo scritto insieme è stato What A Fool Believes.”

Cambia anche il suo modo di comporre.

“Le mie collaborazioni con alcuni pianisti sono alla base dei mutamenti compositivi. Sentivo accordi strani che non ero in grado di riprodurre sulla chitarra. Proprio in questo processo di ricerca mi sono imbattuto in Michael McDonald, anche lui in quel periodo desideroso di trovare nuove forme di collaborazione. La musica di fine anni 70 e primi anni 80 mi ha allontanato decisamente dal pubblico che costituiva lo zoccolo duro di Loggins & Messina. Persino dalla critica, che adorava Loggins & Messina e che ha per la quasi totalità stroncato Celebrate Me Home. Eppure quel disco mi ha fatto incontrare un pubblico nuovo. Idem dicasi quando ho scritto i temi di Footloose o di altri film di successo. O quando, negli anni 90, ho nuovamente cambiato mondo musicale cercando atmosfere più rarefatte e un approccio più spirituale alla musica. Ma io sono fatto così: non ho mai voluto (neppure inconsciamente) accondiscendere i desideri del pubblico. Ho sempre pensato che il primo ad essere convinto delle cose che proponevo dovevo essere io. Se non riuscivo a emozionarmi, mai avrei potuto trasmettere a mia volta le emozioni.

“Così è nato Leap Of Faith, album che secondo me racchiude la quintessenza del mio songwriting. Un disco che amo molto e che considero il più significativo della mia carriera. Quel lavoro è stato davvero il primo nel quale ho raggiunto una piena consapevolezza artistica. Molti hanno visto quel disco come album ecologista. In realtà è un lavoro dai forti contenuti spirituali: racconta benissimo il momento di un uomo che scrutando il suo mondo interiore capisce le diverse connessioni che lo circondano. Questa consapevolezza mi ha aiutato nella scrittura; e mi ha dato la forza di raccontare persino le mie sensazioni intime.”

Sensibile, delicato, raffinato, Kenny somiglia alle sue canzoni.

Si emoziona quando racconta di un album (Return To Pooh Corner) in cui ha assemblato brani scritti da autori famosi dedicati ai loro figli. Non può, infatti dimenticare, di aver cantato Love di John Lennon a sua figlia, tutte le sere, per farla addormentare.

“C’era anche il pezzo che Rickie Lee Jones ha scritto per sua figlia o quello che Paul Simon ha scritto per suo figlio. Questo, per me, è tempo di cambiamenti. Il divorzio da mia moglie Julia ha ribaltato la mia vita. Ho già avuto tre o quattro fasi di carriera; sono convinto che i giorni gloriosi siano finiti. Ma adoro la musica: la cosa che mi piace di più è suonare in pubblico. Comporre è un’attività difficile, a volte mi causa vera e propria sofferenza. Ma quando arriva il pezzo giusto lo sento subito.”

Ci chiede consigli sulla scaletta della serata.

Lo invitiamo a fare vecchi pezzi di Loggins & Messina anche se non li ha provati con la band.

“Siete sicuri che la gente li riconoscerà?”

Sì, la gente (poche centinaia di fortunati, ma appassionatissimi) quella sera ha riconosciuto e applaudito i suoi brani. E hanno apprezzato un concerto fantastico di un musicista ispirato, versatile ed elegantissimo che ha scritto alcune delle pagine più poetiche della musica del Novecento.

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