22/03/2007

Blind Boys Of Alabama & Ben Harper

Uniti per cantare la forza salvifica della fede. Uniti nonostante le differenze generazionali. Uniti a dispetto delle divergenze religiose. Dopo tre anni di collaborazioni saltuarie, Ben Harper e i Blind Boys Of Alabama hanno inciso un intero album insieme. There Will Be A Light, nei negozi di dischi il 17 settembre, è un piccolo gioiello soul-gospel che unisce il talento compositivo di Harper, la bravura della sua band e lo straordinario potere comunicativo delle voci dei Blind Boys Of Alabama, da sessant’anni un’istituzione della musica gospel. Inciso praticamente dal vivo in studio in poco più di una settimana, l’album trasuda spontaneità. È una gioia per le orecchie.

Oltre ad essere musicalmente godibile, There Will Be A Light (vedi recensione a pag. 78) racchiude le storie di un musicista che è riuscito a diventare una stella del pop disseminando i propri dischi di canzoni spirituali e di un gruppo vocale di afro-americani ciechi e ultrassettantenni che hanno fatto delle proprie voci una barriera contro il dilagare di cinismo e sconforto.

“So di per certo che i Blind Boys Of Alabama vedono quel che noi non vogliamo, riusciamo e possiamo vedere”, ha detto Ben Harper. “È un onore essere al loro fianco e sapere di essere loro amico. Li ringrazio per le lezioni di canto e ancor più per avermi insegnato che le fortune che uno ha sono un privilegio, non un diritto di nascita, e che non dovrebbero mai essere date per scontate”.

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In studio coi brividi

Con un pizzico di enfasi e di fatalismo, Ben Harper dice che “doveva succedere”. Era destino, insomma, che facesse un disco coi Blind Boys Of Alabama dopo essersi inseguiti e incontrati per anni su palchi e nelle sale di registrazione. La verità, però, è un’altra e cioè è che There Will Be A Light è nato per caso.

Chiamato dall’ensemble a produrre un intero album, Ben si è detto lusingato ma ha rifiutato per mancanza di tempo. “Non potevo dedicare una parte così consistente del mio tempo alla musica di qualcun altro”, ha dichiarato al sito Rollingstone.com, “perché in questo momento sto incidendo in studio la mia musica a un ritmo sostenuto.” Il gruppo ha rilanciato: perché allora non si prestava a produrre due soli brani? Harper non ha potuto rifiutare: “Mi sono detto: non esiste nulla al mondo che possa impedirmi di lavorare con questi tizi”. Ha perciò recuperato due gospel dalla propria riserva d’inediti – che a quanto pare è piuttosto nutrita e di buona qualità – e li ha incisi lo scorso gennaio coi Blind Boys e con la sua band personale, gli Innocent Criminals. Luogo: i Capitol Studios di Los Angeles, California. Tempo: due ore circa. “Ero parecchio intimorito”, ha detto Harper, “perché loro sono delle leggende e perché personalmente nutro grande riverenza per quegli uomini e per la musica che hanno creato. La sfida era non farsi prendere dal panico. È pazzesco, ho passato metà del mio tempo coi brividi.”

Con una sala prenotata per tre giorni, spronati da Ben i musicisti hanno continuato a fare session fino ad avere in mano cinque canzoni di ottima qualità e per di più varie, tra cui la ritmata Church House Steps, il canto tradizionale a cappella Mother Pray e il toccante soul-gospel There Will Be A Light, che avrebbe finito per fornire il titolo all’intero lavoro.

Arrivati a quello stadio, la voce solista di Ben doveva essere solamente una guida. Ma il potenziale dei brani era tale da spingere manager e musicisti a trasformare quelle session estemporanee – delle prove, in sostanza – in un vero e proprio disco, con la voce di Ben accompagnata dai cori dei Blind Boys e occasionalmente impegnata in duetti coi solisti. Rientrati in studio in marzo, dopo otto giorni il disco era finito. “È stato Ben a orchestrare il tutto”, ha detto Jason Yates, tastierista degli Innocent Criminals al sito ufficiale Benharper.net, “è stato lui a far sì che il tutto avvenisse e a indicare ai Blind Boys la direzione da seguire. Voglio dire, anche loro hanno esercitato un’influenza su quello che facevamo noi, sul materiale che Ben ha scelto. Ma per me, almeno, è stata una sorta di continuazione del lavoro fatto in tour. Il disco coi Blind Boys è nato come un progetto gospel, ma una volta inciso ha eluso ogni categoria. È come sbocciato, trasformandosi in qualcosa d’inatteso. Siamo fortunati ad averlo documentato.” Eric McKinney, batterista e road manager dei Blind Boys Of Alabama da quattordici anni, è d’accordo con Yates: “Il progetto e la scelta delle canzoni sono opera di Ben Harper. Noi abbiamo aggiunto il nostro tocco caratteristico”.

“Avevo dimenticato che la musica la si poteva registrare in modo così veloce, spontaneo e naturale”, ha dichiarato Harper durante una conferenza stampa qui in Italia lo scorso giugno, “ed è come se non ci fosse un domani: devi dare il massimo e darlo subito.”

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Sul palco senza provare

La collaborazione e l’amicizia tra Ben Harper e i Blind Boys Of Alabama risale al 2001. Ed è subito stata una storia di affinità elettive e rispetto reciproco. Nel corso di quell’anno, i Blind Boys sono apparsi in veste di ospiti sul palco degli Innocent Criminals per ben cinque volte. L’esordio è avvenuto il 3 maggio 2001, quando il gruppo vocale è salito a sorpresa sul palco dello State Palace Theater di New Orleans durante i bis, intonando Nobody’s Fault But Mine e versioni gospel di tre brani di Ben, I Want To Be Ready, Give Man A Home e I Shall Not Walk Alone. “Un giorno glorioso”, ricorda oggi McKinney. In quello stesso anno, il gruppo ha inciso proprio Give Man A Home nell’album Spirit Of The Century. In seguito, la collaborazione è approdata in studio di registrazione. Harper canta e/o suona in tre brani di Higher Ground, l’acclamato album del 2002 dei Blind Boys: People Get Ready, Freedom Road e la stessa Higher Ground. Nel disco, premiato nel 2003 con un Grammy Award come miglior album dell’anno in ambito soul-gospel tradizionale, compaiono il suonatore di pedal steel ‘sacra’ Robert Randolph e la sua band (vedi box a pagina 45).

Nel novembre 2003 al Palais Omnisport di Parigi, infine, il gruppo vocale si è unito alla band di Harper per intonare I Shall Not Walk Alone. “Non provammo nemmeno”, ha raccontato Yates. “I nostri strumenti erano sul palco e loro si apprestavano a iniziare il loro set. Ci riunimmo nei camerini e li ascoltammo cantare la canzone. Cambiarono il tempo da 4/4 in 3/4”, la qual cosa rese alcuni membri della band un po’ nervosi. Ma “il giorno dopo ascoltammo la registrazione e ci portò alle lacrime. Non sapevamo quale magia sarebbe accaduta. Ho insistito affinché quella canzone entrasse nel nuovo disco, ma è ottimo così com’è”. Il gruppo dell’Alabama compare anche nel documentario Pleasure And Pain che Danny Clinch ha dedicato al californiano.

Ogni volta che le strade di Ben Harper e dei Blind Boys s’incrociano, accade qualcosa di sorprendente. Eppure, almeno sulla carta, gli artisti hanno storie molto diverse, oltre ad essere separati da un notevole gap generazionale. La prima formazione dei Blind Boys Of Alabama fu assemblata esattamente trent’anni prima della nascita di Harper, nel 1939. Fu all’Alabama Institute For The Negro Blind, una scuola per afro-americani non vedenti con sede a Talladega, che s’incontrarono i membri fondatori del gruppo Clarence Fountain, Jimmy Carter e George Scott. All’inizio si facevano chiamare Happy Land Jubilee Singers, poi Five Blind Boys Of Alabama, un riferimento geografico che serviva a distinguersi da un altro gruppo vocale gospel proveniente dal Mississippi. Cominciarono a incidere nei tardi anni 40, ispirandosi in quanto a impostazione e repertorio al Golden Gate Quartet, diventando semplicemente i Blind Boys Of Alabama dopo la morte di un membro del quintetto, nel 1950. Allora la musica gospel aveva un mercato molto ampio e ancora oggi Fountain ricorda di essersi esibito, nel 1945, davanti a 50mila persone. Sebbene oggi siano considerati leggende viventi, i Blind Boys non hanno in verità raggiunto una vasta notorietà se non negli anni 80 grazie al musical di Broadway The Gospel At Colonnus. La formazione ha subito molti rivoluzionamenti, ed è stata praticamente inattiva per tutti gli anni 70. Il gruppo, che prevede di pubblicare un nuovo album nella primavera del 2005, è attualmente formato da Fountain, Carter e Scott, tutti ultrasettantenni, col batterista e tour manager Eric McKinney, il bassista Tracy Pierce, i chitarristi Joey Williams e Caleb Butler. Carter e Scott sono ciechi dalla nascita. Fountain lo è diventato a 5 anni, dopo che la sua matrigna tentò di curare con un rimedio casalingo un’infezione agli occhi. “Conosco Clarence da quando avevo 10 anni”, spiega McKinney, “perché cantava giù in Alabama nello stesso gruppo di mia madre. Lo accompagnai quando diventò solista negli anni 70. Quattordici anni fa mi chiamarono per diventare il batterista del gruppo e, dal 1997, ne sono anche il road manager.”

La loro è una storia di sofferenza e di privazioni. Immaginate che cosa potesse voler dire essere neri e ciechi nell’America degli anni 40 e che cosa significasse girare il Sud basando la propria sussistenza sui dollari racimolati giorno dopo giorno. “Era sicuramente duro”, dice McKinney parlando della vita on the road di Fountain, Carter e Scott, “ma se ami quel che fai, le difficoltà non contano.” In quanto alla differenza generazionale tra i Blind Boys e Harper, McKinney afferma che conta ben poco: “Non importa chi sei o da dove vieni: conta quello che dici. E le parole di Ben sono potenti”. Secondo il tastierista di Ben Harper, “i Blind Boys possiedono la magia” e la buona riuscita di un album come There Will Be A Light “è una questione di chimica” e non è sufficiente “mettere insieme un cast di musicisti di serie A”.

Come dice Harper, “se non ci fossero le registrazioni a provare che una tale magia è realmente avvenuta, non sarei del tutto cosciente di quel che è successo”.

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Un repertorio divino

Non stupisce che Ben Harper abbia inciso un intero album in stile soul-gospel coi Blind Boys, né che il disco sia favoloso. Stupisce l’impressione – credo fondata – che avrebbe potuto registrare un disco di roots reggae come qualcuno ipotizzava, oppure di country-blues con la medesima autorevolezza e con risultati ugualmente notevoli. “Non mi è stato difficile recuperare un pugno di canzoni gospel”, ha detto Harper, “perché ne scrivo per ogni disco. Se non rientrano nell’atmosfera di quell’album, le metto da parte.”

Ecco spiegata la presenza nell’album di molti gioielli – alcuni già presentati nel corso dei concerti e quindi conosciuti ai fan più accaniti. Pur non tradendo in nessun momento il proprio stile codificato, il musicista è riuscito a infondere a questi brani uno spirito nuovo. Ogni particolare strumentale emerge in modo vivido ed espressivo. Mentre alcuni si aspettavano una caduta commerciale dopo il successo di Diamonds On The Inside, Harper ha inciso un disco non solo stilisticamente rigoroso, ma in grado di rendere accessibile un genere non proprio popolare come il gospel. Ovviamente la differenza la fanno anche i cori possenti dei Blind Boys, perfetto e naturale contraltare alla voce più delicata, sofferta e a tratti femminea di Harper: lo dimostra il brano che dà il titolo all’intero lavoro, cantato in duetto con Clarence Fountain. I Blind Boys rafforzano i ritornelli di Wicked Man e Take My Hand (in quest’ultimo brano si ascolta la voce solista di George Scott), donano profondità e potenza emotiva a Well Well Well, offrono perfette armonie e sottolineano i passi importanti di Picture Of Jesus, sono perfette nel tradizionale a cappella Mother Pray. Restano in disparte solo in in Where Could I Go e nel breve strumentale blues 11th Commandment. “Il suono che esce dalle bocche dei Blind Boys Of Alabama quando cantano”, ha detto Harper, “è più vecchio della salvezza, è più vecchio della redenzione. È il suono dell’oppressione e della lotta. È il suono della rivelazione e della liberazione. È un suono vecchio come il tempo. I Blind Boys sono le piramidi della musica gospel, il luogo di nascita del soul sacro.”

Oltre agli otto brani autografi, There Will Be A Light contiene anche un tradizionale e due cover. Il traditional è Mother Pray, noto anche come If I Could Hear My Mother Pray Again, il canto di un figlio che anela a rivedere la madre pregare e condividere nuovamente con lei un momento d’intimità e spiritualità – in definitiva di bellezza. Ovviamente è un sogno impossibile: la madre è scomparsa. Harper e i Blind Boys hanno interpretato il brano a cappella dal vivo in studio. Le loro voci non sottolineano il dolore per la morte, ma evocano la gioia e il conforto delle preghiere della madre. Da notare che nella sua versione Harper ha eliminato i versi in cui si fa esplicito riferimento alla morte, sottolineando così che il cuore del brano non è il rimpianto, ma il ricordo affettuoso.

Le cover sono Satisfied Mind (Rhodes-Hayes) e Well Well Well (Dylan-O’Keefe). La versione di Harper della prima, cantata in duetto con uno dei solisti del gruppo, Jimmy Carter, fa sembrare uno scherzetto quella incisa da Jeff Buckley e pubblicata su Sketches (For My Sweetheart The Drunk). Il back up dei Blind Boys – il “doo doo doo” – è semplice quanto suggestivo, e quando le voci si dispiegano nell’armonia vocale che prelude al ritornello, riescono ad aprire un nuovo scenario per la canzone. “I Blind Boys cantano direttamente dall’anima e dal cuore”, dice con enfasi McKinney. Harper è famoso anche per le sue interpretazioni blues: non c’è conflitto tra gospel e blues, tra la musica di Dio e la musica del diavolo? “L’unica differenza tra gospel e blues”, dice McKinney, “è melodica. Se la canzone racconta una storia positiva, allora non importa che sia un blues o un gospel: finirà per toccare il cuore della gente. Il gospel racconta la buona novella di Dio, mentre il blues racconta quel che accade nella vita di tutti i giorni. Ma entrambi trasmettono sentimenti: nel gospel è il sentimento dell’amore di Dio, nel blues il sentimento che provi affrontando le difficoltà della vita.”

Uno dei brani più potenti del disco è Well Well Well di Bob Dylan – una potenza, si badi, che non ha niente a che fare col volume. Pur non essendo mai stata pubblicata ufficialmente dal suo autore, Well Well Well ha una lunga storia. Scritta presumibilmente nel 1993 col giovane cantautore Danny O’Keefe, è stata incisa da Maria Muldaur nel 1996 e dallo stesso O’Keefe nel 2000. “È stato Ben a presentarcela”, mi dice McKinney, “noi non la conoscevamo.” È possibile che Harper l’abbia conosciuta ascoltando una delle due versioni incise dal suo amico David Lindley, una con Hani Naser per l’album Playing Even Better del 1995, l’altra con Wally Ingram per Twango Bango Deluxe del 1998. Il pezzo è contenuto anche nel tributo di Steve Howe Portraits Of Bob Dylan (1999), dov’è interpretata con la vocalist P.P. Arnold.

Yates, co-autore con Harper e il chitarrista Marc Ford di un pezzo dell’album intitolato Where Could I Go, ricorda l’atmosfera in cui furono incise queste canzoni all’inizio del 2004: “Sono state registrate praticamente dal vivo. Ci sistemavamo in una stanza, discutevamo degli arrangiamenti, suonavamo il pezzo una sola volta e poi lo incidevamo. Le sovraincisioni sono minime, forse una chitarra qua e una là. Persino alcuni parti soliste sono state incise dal vivo, Marc (Ford, il chitarrista, già membro dei Black Crowes e ora nella band di Harper, nda) ha suonato un paio di assoli live”. L’essenza di queste incisioni, racconta il tastierista, forse sta nei particolari, per esempio nei mugugni di Ben che sono stati lasciati così com’erano: “Piccole cose come la tensione o la ruvidità degli spigoli: ecco come siamo fatti, come band e come persone”.

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Nel nome del Signore

Come nella migliore tradizione gospel, There Will Be A Light è pieno d’immagini vivide. Non è un disco fatto per convincerti che “ci sarà una luce”, ma per fartelo sperimentare in prima persona. E ci riesce, grazie alla bellezza composta ma toccante degli arrangiamenti e al trasporto emotivo evocato dalle voci di Ben e dei Blind Boys. “Non ci interessa convincere la gente”, dice McKinney, “ma trasmettere emozioni e fare buona musica. Né vogliamo in alcun modo condannare il comportamento di chi non crede in Dio: non siamo nella posizione per farlo. Il punto non è dire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il punto è toccare il cuore di chi ci ascolta.”

Clarence Fountain ha raccontato che, a volte, il messaggio del gospel si cela là dove nessuno andrebbe a cercarlo. “La gente pensa che People Get Ready (di Curtis Mayfield, nda) sia una canzone rock’n’roll, e invece bisognerebbe leggere il testo. Parla di un treno che sta arrivando, ma non è un treno qualsiasi, è il treno del gospel che arriva dal cielo per portarti a casa.” Harper – che lo scorso maggio ha perso il nonno, il famoso Charles Chase, fondatore del negozio di dischi e strumenti di Claremont in cui Ben ha mosso i primi passi e che ha recentemente comprato per permettere ai nonni di ritirarsi – sarebbe d’accordo. Sulla copertina del suo secondo disco Fight For Your Mind, si faceva ritrarre mentre pregava. “Se non preghi”, ha detto, “non potrai essere davvero umile e l’umiltà è importante.” Come canta in un pezzo di quell’album, “sono un uomo che teme Dio”. Ma il Dio di There Will Be A Light non fa paura: è, anzi, motivo di conforto, di speranza e di gioia. “Questo è il gospel”, mi dice McKinney, “ti fa alzare dalla sedia e ti fa venire voglia di cantare e ballare. Ma cantare il gospel significa soprattutto diffondere la buona novella. E la buona novella è che Dio è reale, che è lì per te quando ne hai bisogno, che si prende cura di te. Che c’è una ragione.”

A prestare ascolto alle sue canzoni – non solo quelle di There Will Be A Light, ma anche quelle disseminate nei precedenti cinque album – si capisce che la divinità di Harper è immanente, ha a che fare con la gente quaggiù sulla terra, dove Ben riesce immancabilmente a scoprire un messaggio di speranza e un riflesso della bellezza divina. Non c’è delega: il destino degli uomini non è affidato alla volontà di un Dio che segue un disegno imperscrutabile, bensì alle azioni degli umani. E ne è talmente convinto che il suo ottimismo rasenta – ad esempio nel testo del reggae With My Own Two Hands – un candore naif. È convinto che ci sia “un fine più alto”, ma anche che “dobbiamo trasformare le parole, le filosofie e ciò in cui crediamo in azioni”.

Per essere un artista che ha disseminato i propri album di canti di lode al Signore, Ben Harper ha una visione molto aperta della religione. Per lui non è un dogma, è uno slancio verso qualcosa che deve esserci. È una scoperta progressiva, non una rivelazione data per certa. Una volta disse: “Credo in Dio, ma non nella religione”, nel senso che crede ci sia qualcuno lassù, ma non ha fiducia nei culti organizzati. E ancora: “Lo spirito è il compimento dell’essere, mentre la religione divide l’umanità”. Non stupisce, perciò, che nel suo repertorio vi siano inni tanto al Dio dei cristiani, tanto a Jah, la divinità Rasta, un culto che Harper ha sicuramente conosciuto tramite i dischi reggae, ma che in un’ottica cristiana rigorosa è semplicemente un’eresia. “Non pretendo che la mia religione sia migliore di quella degli altri”, ha detto una volta. “Puoi essere ebreo e buddista, Rasta e tutto quel che ti pare, perché la terra non è stata creata per farci credere in una sola cosa. Ogni persona può credere in uno o più dei.” Ognuno, spiega, può prendere un poco di saggezza da ogni credo esistente e combinarli tutti insieme per stabilire “una comunicazione personale” con la divinità. Nella sua visione, le religioni convivono pacificamente anche perché il Dio delle sue canzoni è il Dio della Creazione. “È la forza che muove il mondo”, ha detto nel corso di un’intervista, “è il creatore del cielo e della terra, il re degli angeli e il padre della luce. È il padre del gospel, è la natura, gli alberi e le valli.” È il Tutto.

I Blind Boys Of Alabama non sono d’accordo con questa visione, ma ciò non impedisce loro di cantare con Harper. “Lascia che te lo dica: c’è un solo Dio”, afferma perentorio McKinney quando cito le parole di Ben. “La gente può credere in quello che desidera ma noi, in quanto cristiani, crediamo in un solo Dio. Non possiamo controllare la fede delle altre persone. A giudicare dalla sua musica e da come si comporta, Ben Harper è una persona buona, e questo è quel che conta.” Il batterista ammette, inoltre, che non c’è stata alcuna discussione con Ben circa la sua idea di fede o il significato delle canzoni di There Will Be A Light. “È bastato stargli vicino per capire che lui crede. E che è stato il Signore a dargli il talento e la possibilità di esprimersi attraverso la musica.”

Perché alla fine è la musica il messaggio più forte di There Will Be A Light. Ha un tale impatto da spingerti a pensare che un tale stato di grazia non può che essere provocato davvero da qualcosa di divino. Secondo McKinney, il segreto dell’album sta nell’unione tra lo spirito del giovane Harper e l’esperienza dei vecchi Blind Boys. “La saggezza sta nell’anziano”, dice, “ma la forza sta nel giovane.”

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