13/06/2025

La canzone folk-blues di Matteo Nativo

Il musicista fiorentino debutta con il suo album Orione

 

La canzone è uno scrigno nel quale ogni artista inserisce il proprio mondo. Le proprie origini, i propri orizzonti, le proprie esperienze. Matteo Nativo ha concentrato nel suo album d’esordio Orione ascolti, dolori e speranze. Il risultato è un lavoro pregevole, molto americano, che segue quel filo rosso poco gettonato ma tanto seducente, che unisce Loy & Altomare, Luigi Grechi, Roberto Angelini e, se vogliamo lanciare uno sguardo all’estero, Xavier Rudd. Ne parliamo con lui.

 

Il primo ascolto di Orione mi ha stupito per il suono poco italiano, un ascolto più approfondito mi ha colpito per l’elaborazione di un dolore privato. La sofferenza spesso fa da guida, da bussola. È stato così anche per te?

Il suono poco italiano è stata una scelta stilistica ben precisa, le sonorità di artisti come Bruce Cockburn, Bob Dylan, Nick Cave e Tom Waits hanno fatto parte della mia crescita sin da ragazzo, mi sono sempre chiesto se fosse possibile fare un disco in italiano mantenendo però quei colori e quelle atmosfere. Ho sempre scritto e suonato musica strumentale per chitarra acustica fingerstyle: la sofferenza in un preciso momento della mia vita mi ha spinto a  scrivere ed unire le parole alla musica.

 

Dicevo che Orione è un lavoro dalle sonorità molto americane, un nome su tutti è quello di Tom Waits, che hai omaggiato con Clap Hands a Jockey Full Of Bourbon: come mai queste cover di Rain Dogs?

Sono due canzoni che appena ascoltate mi sono venute sulla chitarra spontaneamente, ad orecchio, in modo istintivo. Le ho fatte subito mie arrangiandole secondo il mio stile.

 

Rivisitare, interpretare, è una scelta coraggiosa, soprattutto in un lavoro di debutto con cui un artista cerca di mettere in mostra tutta la sua poetica. Queste due cover sono in italiano: come hai affrontato la traduzione di una figura così impegnativa come Waits?

In principio pensavo che le avrei cantate in inglese, la traduzione è stato un suggerimento della mia amica e cantautrice Silvia Conti. Durante l’ascolto dei provini delle due canzoni di Tom Waits mi disse che i miei arrangiamenti meritavano il tentativo di tradurre i testi in modo da rendere le due cover ancora più personali.

 

Debutti a cinquantatre anni: Orione è la sintesi di una vita o i pezzi sono nati tutti in questo periodo recente?

Le sonorità di Orione sono la sintesi delle mie esperienze come musicista e dei miei gusti musicali. Le canzoni, soprattutto la scrittura dei testi, sono frutto del periodo più recente.

 

A proposito della tua lunga esperienza, in America hai avuto la possibilità di stare vicino a un gigante come Michael Hedges e hai scoperto la musicalità di un altro gigante quale Leo Kottke. Quanto c’è in Orione di questi due pilastri della chitarra?

Moltissimo, le canzoni sono stare scritte partendo da idee solo strumentali per chitarra Fingestyle.

 

Orione è scritto da te ma suonato con tanti musicisti. Quanto è importante, soprattutto dopo aver suonato in USA, aprirsi alla dimensione di gruppo?

La collaborazione con i musicisti del gruppo ha portato la mia musica su una dimensione del tutto nuova ed emozionante. Ho dato a tutti la massima libertà di interpretazione. Ho anche cercato di tenere tutte le prime registrazioni fatte, non volevo che insistessero troppo nel provare le parti, limitavo al massimo il numero di registrazioni, ho voluto catturare la spontaneità e mantenere il risultato istintivo, che è una prerogativa della musica Blues e Jazz.

Matteo Nativo - Orione

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