12/11/2025

Rinnegato: vita e canzonette di Edoardo Bennato

Francesco Donadio racconta l’opera del grande rockautore napoletano

 

A volte i titoli sono dei fulmini. È il caso di Rinnegato, che dice tutto di Edoardo Bennato. Una figura solitaria e inclassificabile, tra i padrini del rock italiano ma al tempo stesso one man band folk/blues, incatalogabile politicamente e libero battitore, anche contro i colleghi cantautori, rispetto ai quali risalta ancora oggi come una splendida anomalia. E se in inglese il titolo ci fa venire in mente l’epopea dei renegade, dei fuorilegge romantici e individualisti, c’è anche tanta napoletanità che esula dal mondo più oleografico. Insomma raccontare Bennato è cosa impegnativa ma Francesco Donadio – già noto per il suo approfondito lavoro sul mondo Bowie – riesce in pieno con Rinnegato – Vita e canzonette di Edoardo Bennato (Il Castello). Lo ritroviamo a dodici anni dalla prima uscita di quel libro, finalmente aggiornato.

 

Il primo libro che pubblicasti, caro Francesco, si chiamava Venderò la mia rabbia: dodici anni dopo lo hai ripreso e rinnovato. Il titolo della prima edizione e quello della nuova hanno in comune – oltre che due importanti canzoni – anche lo spirito ribelle e individualista di Bennato. È una caratteristica del suo modo di essere, anche in musica?

Senz’altro. Ma poi questi due titoli sono entrambi legati a “due” ulteriori caratteristiche prettamente bennatiane. La “rabbia”, da un lato, con cui si è fatto notare al momento in cui si è rivelato al mondo nel ’73-’74: nessun cantautore o musicista all’epoca era così ferocemente incarognito nei confronti del suo mondo circostante. Poi col tempo Bennato si è anche in qualche modo “addolcito”, la sua musica si è fatta in parte più melodica, però è sempre rimasto in lui qualcosa di instabile e in disequilibrio rispetto alla realtà, che in fondo è ciò che lo rende oggi ancora interessante. Poi, “rinnegato”: nel senso che quando pensavi che Bennato volesse dire una cosa o stare da una parte specifica, poi scoprivi che magari intendeva tutt’altro. E magari si scagliava contro chi si pensava fossero i suoi “amici”. Pensa a Sono solo canzonette e a come sbeffeggia gli “impresari di partito” che “mi hanno fatto un altro invito”. Non lo puoi classificare, Bennato è impossibile da catalogare. È il suo bello ma poi un po’ anche il suo punto debole, perché questa sua irrequietudine, questo suo rifiuto a legarsi a qualsivoglia “carro” o conventicola gli sono costati alla lunga tantissimo in termini di carriera. Altri artisti della sua generazione sono stati più diplomatici e accondiscendenti, e hanno avuto vita più facile. Bennato, la diplomazia non sa nemmeno dove stia di casa.

 

Bennato è musicista di record in Italia. Credo sia il primo uomo-orchestra del nostro pop-rock, la prima one man band italiana, giusto?

Sicuramente. Lui esplode sui palchi dei festival alternativi post-woodstockiani dei primi anni ‘70 presentandosi da solo con chitarra armonica, kazoo e tamburello a pedali. L’aveva visto fare in Inghilterra dai busker di strada ma in Italia si può dire che sia stato il primo. È un altro dei motivi – oltre alla rabbia e agli sberleffi che una generazione già di per sé incazzata non potè fare a meno di amare – per cui il primo Bennato fece così tanta impressione in chi lo vide dal vivo all’epoca.

 

Proseguiamo sul filone dei primati: in Italia la prima etichetta di punk spettò proprio a lui. Come mai?

Però guarda, il termine “punk” – come lo intendiamo noi – all’epoca non era praticamente stato inventato, veniva usato solo in qualche ambiente della Lower East Side di New York. Ma il suo era davvero un proto-punk acustico estremamente innovativo, e secondo me non solo a livello italiano, ma in assoluto per tutta la scena internazionale. In seguito c’è stato Billy Bragg in Inghilterra che faceva cose simili, ispirato però dai Clash. Ma nel 1973 Bennato quel suo folk-rock punkeggiante l’ha inventato pressoché da solo, portando alle estreme conseguenze il folk cantato in maniera sprezzante da Bob Dylan. E con una resa assolutamente originale, perché filtrato dal suo essere napoletano, “pulcinellesco” in qualche modo. Mi meraviglio pertanto che non sia stato mai scoperto e celebrato dal pubblico rock anglosassone – mentre presso quello di lingua tedesca una certa fama ce l’ha – perché suonare e cantare in quella maniera nel ’73-’74 era un’assoluta novità.

 

Altro primato: è stato il primo artista nostrano a esibirsi a Montreux e il primo a riempire San Siro. Questo ci porta a riflettere sul Bennato divo da concerti: anarchico e solitario, era una macchina da live impressionante…

Il fatto è che è stato un lungo cammino quello che ha portato Bennato a suonare “con band”: dai primi live in solitario, poi con qualche ospitata di Toni Esposito e Roberto Ciotti, quindi man mano con altre aggiunte, fino ad arrivare alla “full band” del 1979-80, un’idea che (da grande fan dei Rolling Stones oltre che di Dylan) non ha in seguito più abbandonato. La sua forza per me sono stati i tanti anni di esperienza, la lunga gavetta fin dalla metà degli anni ‘60, che lo ha fatto arrivare a San Siro nel 1980 (per dire) proprio nel momento giusto, in cui era un artista fatto e finito, con quattro-cinque album “classici” e una trentina di canzoni ormai evergreen alle spalle. Se gli fosse capitato sette-otto anni prima, sicuramente non sarebbe stato così bravo e travolgente.

 

A proposito di anarchico, ma Bennato alla fine da che parte stava? Tra i buoni, i cattivi o dove?

Spesso anche a Bennato stesso vengono fatte queste domande, e lui immancabilmente risponde suonando una sua canzone, Abbi dubbi, oppure anche Sono solo canzonette con la famosa strofa “Io di risposte non ne ho, io suono solo rock and roll”.

In generale, si può dire che Bennato non crede nei dogmi, di nessun tipo, anche se di tanto in tanto durante la sua vita (e nelle sue canzoni) ha ceduto alle sirene del populismo. Tuttavia non si è mai schierato, anche se a volte ha “dato l’impressione” di schierarsi. Però in quei casi si è subito ripreso, è tornato indietro. Non vuole essere un artista “di parte”, questo è chiaro: non gli interessa. I suoi idoli di riferimento (Elvis, Stones, Dylan) del resto non lo sono stati nemmeno loro.

 

Un aspetto che si sottovaluta è la capacità narrativa di Edoardo spalmata oltre le singole canzoni, ma in interi dischi: è stato uno dei pochi cantautori a esprimersi compiutamente nella lunghezza dei 33 giri, con i concept album. Quali sono stati i temi chiave che ha trattato?

Io penso che al di là dei plot che hanno ispirato questi concept, celebri favole quali Pinocchio, Peter Pan, il pifferaio di Hamelin e via dicendo, di base il tema di fondo sia sempre stata la società italiana, con le sue magagne, e con le sue evoluzioni e (purtroppo) a volte involuzioni. Pensa a La fata, che affronta in maniera estremamente poetica la questione della condizione femminile nell’Italia del 1977, o al Rock di Capitan Uncino dove parla dei “cattivi maestri” nel periodo del terrorismo, o ancora, a un pezzo come Salviamo il salvabile, adattabile a ogni Italia di ogni epoca, sempre sul punto di collassare ma che poi, quasi per miracolo, riesce comunque a restare a galla. Il suo, specialmente negli anni ‘70, è stato lo sguardo più lucido, ironico e impietoso sul nostro Paese di tutti i cantautori. A volte sotto forma di metafora favolistica, ma non solo.

 

Bennato è figlio di Napoli ma la sensazione è che sia una figura aliena rispetto al Naples Power dei vari Pino, James e Enzo. È stato così?

La penso anch’io così, e forse questa cosa dipende dalle sue origini, molto “anglosassoni” nelle ispirazioni musicali ma poi anche in qualche modo “milanesi”. Fu la Milano del grande pop italiano degli anni ‘60 – quello di Battisti ma non solo – il luogo in cui si formò professionalmente, e questa cosa gli è sempre rimasta, penso. Anche se Napoli è comunque rientrata un sacco di volte nella sua opera. Penso a cose come Chi beve chi beve!, alle collaborazioni con Toni Esposito, Enzo Avitabile e James Senese, o anche a quelle con il fratello Eugenio. C’è un alto coefficiente di “napoletanità” nella sua musica e nel suo approccio vocale. Bennato, però, in definitiva, resta un artista di base “italiano”, senza chinare il capo più di tanto verso le tradizioni della sua città. Un “rinnegato”, come dicevamo prima, anche rispetto alla sua Napoli.

 

Tra i venti album pubblicati in mezzo secolo di carriera, quale pensi sia il suo più rappresentativo?

Domanda difficilissima, ma la schivo dicendoti che i suoi dischi più rappresentativi per me sono due. Il primo è senz’altro I buoni e i cattivi – secondo me uno dei dischi (non solo) italiani più inventivi, belli e originali di tutti i tempi – in cui lancia il personaggio del pazzaglione punk “one man band” aggressivo che se la prende con tutto e tutti: fascisti, comunisti, preti, militari e perfino il Presidente della Repubblica. E poi Burattino senza fili che è un po’ il suo Sgt. Pepper, un disco pop perfetto in cui trova un equilibrio compiuto tra testi e melodie, tra folk, pop e rock’n’roll. Un disco che personalmente, dopo quasi 50 anni, non mi stanco di ascoltare e a cui non trovo alcun difetto.

 

La grande generazione dei cantautori italiani, da Tenco, Paoli, Bindi e De André fino ai più recenti De Simone e Corsi è una vera e propria costellazione di personalità, ognuna con la sua poetica, il suo linguaggio, i suoi suoni. Cosa lascia Edoardo nella storia della canzone italiana?

Vuoi dire “cosa lascerà”, perché ancora la sua parabola non si è pienamente compiuta. Sono certo che in questo esatto momento Edoardo sta già seriamente lavorando al disco successivo, limando le parole di un nuovo brano, studiando l’arrangiamento per una canzonetta che stavolta dovrà essere perfetta. Ma perfetta per davvero.

Comunque, per risponderti: lascia, per me, l’invenzione di un rock che con lui per la prima volta è stato davvero pienamente “italiano”. Con delle ovvie ispirazioni anglosassoni – trattandosi di “rock” non potrebbe essere altrimenti – ma le sue non sono mai state “imitazioni”. Quando le senti, suonano al contrario verissime, e ti fanno pensare che il rock’n’roll non sia stato concepito a Memphis in Tennessee ma piuttosto a Napoli, nella sua Bagnoli (passando per Milano e Roma). Chiunque suoni e suonerà in futuro della musica riconducibile al rock in Italia non può e non potrà assolutamente prescindere da quanto ha fatto – e ancora sta facendo – Edoardo Bennato, questo “rinnegato” che secondo me dovremmo, tutti noi, celebrare molto più di quanto già non si faccia.

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