28/01/2026

Il progressive spiegato ai nipoti

Fausto Pesarini racconta l’epoca d’oro del rock progressivo

 

La musica, soprattutto quella degli anni d’oro, segue itinerari imperscrutabili. Un disco dei Deep Purple, una canzone di De André, un concerto di David Bowie, una copertina dei Genesis hanno aperto nuovi immaginari e segnato per sempre tante vite. Come quella di Fausto Pesarini. Direttore di musei, docente universitario, scienziato naturalista, un curriculum di altissimo profilo culturale e istituzionale nel quale silenziosamente, ma con passione e curiosità immutate negli anni, si è mosso anche l’interesse per il rock progressivo. Oggi Pesarini lo spiega in un volume della collana 𝑸𝒖𝒂𝒅𝒆𝒓𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑺𝒄𝒖𝒐𝒍𝒂 𝒅𝒊 𝑴𝒖𝒔𝒊𝒄𝒂 𝑴𝒐𝒅𝒆𝒓𝒏𝒂 [di “Quaderni”] di AMF – Scuola di Musica Moderna di Ferrara. Si chiama Il progressive spiegato ai nipoti. L’età dell’oro (in pillole): capiamo con lui il perché.

 

Solitamente i nonni o gli zii spiegano ai nipoti, caro Fausto, gli affari importanti della vita: i segreti, le abilità, le rivelazioni. Anche il progressive merita di essere raccontato ai nipoti?

Credo che una passione meriti sempre di essere raccontata. Quella che ho sempre avuto per il progressive, anche se l’ho coltivata per così dire in privato, non coinvolgendo aspetti professionali della mia storia, per me è stata una cosa importante. Sono certo che ha contribuito a formare la mia identità e la mia personalità.

 

Questo primo libro, giocoforza sintetico, affronta l’epoca d’oro del rock progressivo. Quali sono stati gli elementi rivoluzionari, a tuo avviso, di questo genere?

Forse il progressive è stato ancor più rivoluzionario come fatto sociale che non sul piano strettamente musicale. O meglio: per comprenderne l’importanza bisogna capire che cosa ha rappresentato non solo dal punto di vista musicale: e cioè l’essere stato il primo caso – forse unico, fino ad oggi – in cui la musica pop, e dunque la cultura pop, hanno cercato di diventare arte partendo dal basso. L’elemento rivoluzionario è stato quello di non voler rinnegare la propria origine popolare. Io c’ero, appunto, e me lo ricordo: la sensazione che si stessero forzando delle regole si sentiva eccome. Ed era anche piuttosto esaltante.

 

Abbiamo parlato di “genere”, ma probabilmente sarebbe più corretto parlare di “cultura”, quasi un mondo alternativo…

Esatto. Certo, il progressive faceva parte di un fenomeno molto più generale di quegli anni, ma ci stava dentro appieno. Però non si deve dimenticare che con il progressive si era voluto dare una forma definita a una “new thing”, una cosa nuova, proprio sul piano musicale. Dunque parlarne come di un “genere” a mio avviso è corretto. L’errore è certamente quello di considerarlo semplicemente uno stile. Sarebbe qualcosa di molto riduttivo.

 

Una domanda al direttore di musei, al professionista abituato alla cura e alla custodia della memoria nonchè alla sua divulgazione. Oggi il prog è accusato – giustamente, ad avviso di chi scrive… – di nostalgia e anacronismo. È possibile raccontarlo sottolineandone invece la attualità?

Che bella domanda! Permette di mettere a fuoco molto bene alcuni errori di impostazione che si fanno quando si parla di progressive. A mio giudizio anacronistico, passatista, il progressive degli anni ’70 non lo era. O meglio, quelli erano proprio gli errori da cui si voleva emendare: il voler tentare di diventare una musica “colta” assimilando ad esempio i modi e gli stili della musica classica ottocentesca o addirittura barocca era stata l’ingenua formula adottata sul finire degli anni ’60, prima che il vero progressive trovasse la sua strada. Poi qualche strascico di questi errori, è vero, c’è stato anche dopo, il che gli è valso il giudizio affrettato e ingeneroso di essere magniloquente, pomposo, non autentico.

Ma vengo alla tua domanda: sì, secondo me è possibile raccontarlo sottolineandone la attualità. Ma bisogna liberarsi dall’equivoco di identificarlo come uno stile fissato una volta per tutte anziché come un itinerario di ricerca, dunque come un genere capace di evolversi anche sul piano formale. E doveva necessariamente evolversi, perché come sappiamo attorno alla metà degli anni ’70 il mondo è cambiato, è venuta meno da un giorno all’altro la speranza, o meglio l’illusione di poter cambiare il mondo. Qui sta il punto, qui sta la difficoltà di far capire che il progressive ha continuato a evolversi: perché molti non accettano di identificare come progressive tutti quegli itinerari di ricerca che hanno continuato a produrre cose affascinanti e assolutamente coerenti con le premesse da cui era partito. La parola progressive era ormai impronunciabile! E si è parlato di new wave, di art rock, di avant rock, o di avant-qualcosa. Sto andando fuori dal seminato? Non credo: pensiamo solo, per fare un esempio che credo illuminante, al percorso creativo delle varie formazioni dei King Crimson di Robert Fripp… Ma qui mi fermo, salvo sottolineare, o ammettere se vogliamo, che la mia idea di progressive è qualcosa di molto più ampio di quello che tanti, anche più esperti di me, sono disposti ad accettare.

 

Mi ha colpito la prefazione di un nome amato dai cultori della canzone d’autore: Paola Pallottino. Come mai questa scelta?

Be’, ad essere sinceri con il progressive c’entra poco, e anche con la canzone d’autore italiana. Semplicemente Paola è una mia cara amica, e da molti anni. Molto tempo fa ero dirigente del Servizio Musei e Centri di Documentazione del Comune di Ferrara, di cui faceva parte il Museo dell’Illustrazione – che oggi purtroppo non esiste più – di cui Paola era stata ideatrice e creatrice: risale ad allora il nostro rapporto che era a quel tempo prettamente professionale. Finché un giorno non le parlai di mia madre, Tita Visconti, che era stata un’illustratrice piuttosto conosciuta e che lei, Paola, conosceva benissimo di fama. Da quel momento è sbocciata questa nostra amicizia che dura tuttora. E poiché Paola è una persona straordinaria, che mi ha sempre incoraggiato, ho subito pensato a lei perché scrivesse una paginetta per presentare questa mia nuova “avventura”.

 

Il prog è stato un affare da 33 giri, ha scoperto l’ampiezza del long playing e se ne è appropriato interamente dopo l’epoca del 45 giri. Secondo te quale gruppo ha interpretato meglio questo passaggio dai frizzanti anni ’60 ai più controversi e impegnativi ’70?

Domanda a cui è abbastanza difficile rispondere, dato che l’adozione del formato long playing è stata in pratica generalizzata sin da prima degli anni ’70. Gli stessi Beatles, dopo l’abbandono dei concerti, optarono in modo deciso per il long playing, nonostante tutto il loro immenso successo si fosse basato sulle canzoni e dunque sui 45 giri. Il valore “simbolico” di Sergeant Pepper’s è eloquente.

Io di quei tempi ho il ricordo ben preciso di una cosa: alcuni gruppi seppero sfruttare il formato long playing non per presentare un florilegio di dieci-dodici canzoni, ma per cimentarsi in qualcosa di assolutamente nuovo. Ecco, per me chi aveva interpretato meglio la possibilità rappresentata dal formato long playing erano quegli artisti che ebbero il coraggio di proporre delle composizioni articolate, complesse, dunque delle suite o dei concept coerenti nelle loro parti non solo nel contenuto ma anche musicalmente. Per fare degli esempi, credo che Atom Heart Mother o Echoes dei Pink Floyd, ma anche le due facciate di Thick as a Brick dei Jethro Tull abbiano contato molto nel far apprezzare la musica che proponevano. Ma in fondo lo ammetto, non riesco a rispondere alla tua domanda: la prenderò come un’opportunità per una riflessione più approfondita.

 

Uno degli aspetti più affascinanti del prog è stato la diffusione in nazioni non anglofone, dalla Francia al Giappone, trovando straordinaria fortuna in Italia. Come mai, in un’epoca polarizzata e radicale, ha attecchito così bene da noi il rock aristocratico di Genesis, Yes e Jethro Tull?

Devo prenderla un po’ alla lontana. In Italia, come negli altri paesi, i giovani di quegli anni volevano cambiare il mondo. Credevano di poterlo fare? Certamente ci voleva una spinta interiore, per questo cercavano qualcosa che li facesse volare con la fantasia. La musica leggera di allora non lo poteva fare. Negli States e in Inghilterra c’era però un movimento, dapprima sotterraneo, che aveva alimentato una ricca controcultura: questa aveva a sua volta generato un rifiuto di tutto ciò che era prefabbricato, prevedibile o comunque riconducibile a criteri commerciali. Lì, e non da noi in Italia, stavano prendendo forma delle novità capaci di sovvertire quei criteri. Insomma, si guardava all’Inghilterra perché quelle novità erano eccitanti e perché non erano un fuoco di paglia. I nomi che hai fatto, soprattutto Genesis e Yes, erano quelli più capaci di esaltarci e di farci sognare. E infatti quando il clima ha cominciato a incattivirsi sono stati i primi a finire nel tritacarne. Ricordo che in quei primi momenti di crisi ci si aggrappava ai gruppi di Canterbury, ma anche quello è durato poco.

 

Inevitabile attendere il secondo volume: dopo l’epoca d’oro c’è stato qualcosa di altrettanto rilevante o dobbiamo cullarci nelle memorie degli anni ’70?

Veramente il secondo volume della collana si occuperà del “prima”, cioè di quello che, nel corso degli anni ’60 aveva per così dire preparato il terreno al progressive della “età dell’oro”. Comunque no, non dobbiamo cullarci nelle memorie degli anni ’70. È un punto importante, questo, e mi ricollego a quello che ho risposto a una tua precedente domanda: non bisogna intendere il progressive come qualcosa che si è evoluto ad una velocità impressionante nei primi anni ’70 e poi, finito l’incanto e riposte le speranze, si è trascinato nel tempo sempre più stancamente riproponendo la stessa minestra. Un prog siffatto è esistito, ma contraddice, se ci pensiamo, il significato stesso del suo esistere. Non sono mai stato un entusiasta del neoprog degli anni ’80, se non lo si fosse capito. E per le stesse ragioni non sono un detrattore del fenomeno punk, anche se il suo successo nella seconda metà degli anni ’70 ha remato contro il prog. Il punk ha sgombrato il campo dall’equivoco che si potesse continuare a proporre suite monumentali che vagheggiavano orizzonti metafisici in anni di drammatica disillusione. Per proseguire in una ricerca espressiva che volesse avere dignità d’arte, seppure di matrice popular come il progressive è sempre stato, bisognava battere strade nuove, diverse da quelle usate. E diversi artisti e gruppi l’hanno fatto e credo continuino a farlo.  Il mio problema semmai è un altro: quando dovrò cimentarmi con il quarto e ultimo volumetto della collana (Il “dopo”) farò fatica a propormi ancora come colui che ambisce a spiegare ai nipoti qualcosa di utile. Sarebbero semmai i “nipoti” a dovermi spiegare qualcosa che non ho capito o che ho frainteso non avendolo “vissuto” come quando si hanno vent’anni. Comunque cercherò di fare del mio meglio.

Il progressive spiegato ai nipoti. L'età dell'oro (in pillole) - Fausto Pesarini

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