04/02/2026

Gianni Sassi fuorigabbia

Filippo Pennacchio cura per Mimesis un libro che racconta l’inafferrabile intellettuale

 

Fatta eccezione per gli amanti del rock progressivo che attingono all’esperienza Cramps, per i cultori di poesia che ricordano Milanopoesia, o per gli esperti di culinaria che studiano “La Gola”, Gianni Sassi ancora oggi a distanza di trentatré anni dalla morte ha bisogno di presentazioni. Probabilmente la natura composita del suo lavoro, l’inafferrabilità del personaggio e la lungimiranza dell’operatore culturale difficile da incasellare rendono ostica una ricostruzione. Filippo Pennacchio – docente IULM – ha lavorato alacremente allo studio della sua eredità culturale, prima con le giornate di studi Gianni Sassi fuorigabbia. Comunicazione visiva, editoria, letteratura, musica, poi con il testo dallo stesso titolo pubblicato da Mimesis. Ne parliamo con lui.

 

In un testo Mimesis del 2017 (Non solo piombo. Politica e cultura nella Milano degli anni Settanta, a cura di Irene Piazzoni) notai l’assenza di Gianni Sassi, e solo sei anni dopo il Comune di Milano ha istituito la Passeggiata Gianni Sassi in Citylife. Una menzione tardiva da parte di una città nella quale Sassi ha lavorato fino alla morte. Come ti spieghi questa lentezza, sia intellettuale che istituzionale, verso la sua figura?

Credo dipenda dal fatto che Sassi è stato un personaggio difficile da classificare. Ha attraversato le controculture degli anni Settanta, ma lo ha fatto venendo dalla pubblicità; simpatizzava, come tanti, con i movimenti del periodo, ma li osservava da fuori e spesso ne prendeva in giro la seriosità. Aveva capito benissimo che la contestazione stava diventando o era già diventata una merce, e infatti lui come merce la trattava e vendeva: la pistola-gadget contenuta in Arbeit Macht Frei degli Area, la bomboletta per dipingere di giallo il poliziotto pubblicizzata su “Bit”…

Credo che per molti militanti fosse inaccettabile un personaggio che giocava così liberamente con i simboli contestatari. E del resto basta rileggersi I padroni della musica, il libricino uscito per Stampa Alternativa nel 1974, per capire cosa si pensava di lui in certi ambienti della sinistra radicale. Di certo, se lo si dovesse inserire in una storia degli anni Settanta occuperebbe una posizione anomala, fuori dagli schemi tramite cui solitamente si legge il periodo.

Allo stesso tempo, non è mai stato una figura istituzionale. Ha collaborato con realtà importanti, ma senza mai entrarci in simbiosi. Per la cultura a Milano ha fatto molto, ma sempre dal basso e in modo indipendente, mai inquadrato all’interno di realtà strutturate. Ricordiamoci che Sassi è morto senza un soldo in tasca, senza mai essere riuscito a ‘monetizzare’ nessuno dei suoi progetti (non che la cosa gli importasse più di tanto, suppongo).

Difficile, insomma, che Milano gli tributasse un omaggio come ha fatto con altri personaggi. Aggiungo che la targa che gli hanno dedicato è lì per iniziativa di Monica Palla, la sua storica collaboratrice, che ha lanciato una raccolta firme a cui hanno aderito in molti. Senza la sua intraprendenza dubito che oggi Sassi avrebbe una strada intitolata…

 

La letteratura in materia è frammentaria – prevalgono inevitabilmente i testi di area musicale – al contrario della sua opera che invece fu unitaria, benché trasversale. Qual è il punto di partenza per chi voglia intraprendere uno studio su di lui?

Il bello di Sassi, per me, è che puoi entrare nel suo universo, se vogliamo definirlo così, da tanti punti diversi. L’insieme dei suoi lavori è estremamente coerente, ed è facile passare da uno all’altro, nonostante la diversità degli ambiti in cui ha lavorato. Io ho iniziato dalla musica, poi ho scoperto “Alfabeta”, poi le cose degli anni Sessanta, e solo in un secondo momento ho ricollegato il tutto a MilanoPoesia.

Se invece mi chiedi da quale libro cominciare per saperne di più su di lui, ovviamente ti direi Gianni Sassi fuorigabbia! Scherzi a parte, tutto ciò che è stato pubblicato su Sassi ha una sua utilità e interesse. Il catalogo Gianni Sassi uno di noi è uno splendido omaggio da parte degli amici di una vita e contiene decine di immagini che riproducono i suoi lavori più iconici. I libri di Marino, Pollini e Casiraghi restituiscono bene la poliedricità della sua figura, specie a chi non sa nulla del personaggio. E poi ci sono lavori più specifici, come quello di Eugenio Gazzola su MilanoPoesia e quello di Federica Boragina sulla Ed.912, la prima avventura editoriale di Sassi.

Diciamo che spesso parlando di Sassi si toccano sempre le stesse cose: gli Area, Finardi, Battiato, MilanoPoesia, “Alfabeta”. Con Gianni Sassi fuorigabbia ho voluto dare conto anche di tanti altri progetti, meno noti ma non meno significativi. E soprattutto avevo come obiettivo quello di ragionare sul suo modo di lavorare e fare cultura, lontanissimo da quello a cui oggi siamo abituati.

 

Come tu stesso sottolinei, Sassi è stato pubblicitario, art director, editore, discografico, promotore di eventi. Difficile inquadrarlo da un solo versante, però è necessario mettere a fuoco i vari aspetti. In primis quello di discografico. Quando usiamo questo termine ci vengono in mente personalità come Ahmet Ertegun, o il nostro Stefano Senardi, o Clive Davis, tanto per citare qualcuno. Mai Sassi. Che tipo di discografico è stato?

Non sono un esperto di storia della musica, ma penso che la figura di Sassi come discografico sia piuttosto anomala. Di musica – lo dicono in tanti – non ci capiva granché. E anche il modo di gestire la Cramps e di lavorare con i gruppi che pubblicava non era così comune. Prendi gli Area: gruppo politicizzato, vicino ai movimenti, emblema del rock ‘contro’. Vero, ma tutto costruito a tavolino. I testi li scriveva Sassi in combutta con Sergio Albergoni, e tutto l’immaginario e le idee che esibivano sul palco e su disco venivano da un gruppo di ‘esperti’ (il primo dei quali era Gianni-Emilio Simonetti) che li istruiva sul da farsi. Sembra più il modo di lavorare di chi gestisce un qualsiasi artista pop pre-confezionato che non un gruppo ‘alternativo’. Con tutto che gli Area non erano certo gli ultimi arrivati, e magari anche senza Sassi&co. se la sarebbero cavata – ma chissà…

Aggiungici che Sassi non solo capiva poco di musica, ma nemmeno gli interessava così tanto. Patrizio Fariselli mi ha raccontato che quando gli Area suonavano dal vivo Sassi era presente a inizio concerto, poi se ne andava a bere in qualche bar vicino al locale per ripresentarsi a fine serata e complimentarsi per l’esibizione. Se l’idea stessa non fosse diventata insulsa, direi che più che la musica in sé a Sassi interessava il progetto che c’era dietro.

Ciò che però più di tutto mi colpisce sul fronte discografico è l’incredibile varietà del catalogo Cramps. Accanto ad Area, Finardi, Skiantos, Camerini c’erano John Cage, Steve Lacy, Cornelius Cardew, Walter Marchetti, solo per citarne alcuni. Mi chiedo come un ascoltatore di Camerini potesse reagire ascoltando un disco come Microphone di David Tudor…

 

Sassi editore. Basta citare Alfabeta e La Gola per capire la sua potenza comunicativa, oppure andare indietro all’esperienza Bit. Quali modelli aveva in mente e in quale esperienza editoriale secondo te troviamo la traccia più evidente del suo genio?

Credo che “Alfabeta” sia l’avventura editoriale più importante di Sassi. Come è stato detto, probabilmente si tratta dell’ultima vera rivista del Novecento. Riuniva intellettuali molto diversi per proporre un’idea di cultura impensabile negli anni Ottanta. E graficamente era splendida: lì Sassi ha davvero dato il suo meglio. Ricordo, peraltro, che non si è trattato di un’avventura estemporanea o di un prodotto prezioso, come ce ne sono stati tanti nella storia delle riviste: “Alfabeta” uscì in edicola tutti i mesi o quasi dal 1979 al 1988, per qualcosa come centoquattordici numeri.

Devo dire però che facendo un po’ di ricerche per il libro ho riletto o proprio scoperto tutte le riviste che sono venute prima, e si tratta anche in questo caso di oggetti interessantissimi. “Bit” era straordinariamente avanti sui tempi, e immagino solo quanti intellettuali impegnati abbia fatto arrabbiare…

Negli anni Settanta Sassi lavorò poi a riviste aziendali in cui inseriva contenuti che i loro lettori dovevano trovare incomprensibili, e andando avanti ce ne sono altre non meno interessanti. Consiglio a tutti gli appassionati di letteratura di recuperare o sfogliare in biblioteca qualche numero del “Cavallo di Troia”, una specie di rivista-bazar uscita negli anni Ottanta da cui sono passati molti degli scrittori più importanti del tempo.

Rispetto ai modelli,… Mi sbilancio nel dire due cose, legate rispettivamente al primo e all’ultimo periodo del lavoro editoriale di Sassi. La prima me l’ha in realtà raccontata Simonetti. Al tempo di “Bit”, o meglio, prima di “Bit”, Simonetti leggeva e passava a Sassi riviste importate dall’estero, soprattutto dagli Stati Uniti. Erano riviste che mescolavano parole e immagini, cultura e politica, fricchettonaggini varie e riferimenti artistici i più disparati. Non so se siano state effettivamente un modello, ma non mi sembra improbabile.

Quanto ad “Alfabeta”, potrebbe essere letta, sia per i contenuti che per la grafica, come una specie di prosecuzione, più di dieci anni dopo, dell’esperienza di “Quindici”, il principale organo periodico della neoavanguardia. Non è solo per il fatto che dietro a entrambe c’era Nanni Balestrini. Il punto è che lì come in “Alfabeta” emergeva l’interesse per la cultura in tutti i suoi risvolti, e a gestire il tutto era un gruppo di intellettuali animati dal desiderio di riflettere e intervenire sul presente. Certo, “Quindici” era una rivista molto politicizzata e agguerrita, cosa che “Alfabeta” non sarà mai; ma l’impostazione non era così diversa. Anche il minimalismo grafico di “Quindici” per certi versi lo ritrovo in “Alfabeta” – che però aveva anche le immagini, e che immagini! Ci sarebbe da ragionarci meglio sopra…

 

Sassi cominciò come pubblicitario con Albergoni in Al.Sa. La vicenda della reclame con Battiato sul divano è nota, quello che invece credo sia importante sottolineare fu l’originalità del suo modo di fare pubblicità. Quali elementi utilizzava?

Un appunto su Battiato. Ero anch’io convinto che la pubblicità del divano fosse molto nota ma ho scoperto che, in realtà, lo è quasi solo per chi conosce Sassi o ha seguito un po’ da vicino le cronache musicali dei primi anni Settanta. L’ascoltatore-medio di Battiato non ne sa nulla. D’accordo, non ne sa nulla nemmeno dei suoi primi dischi, ma insomma, visto tutto quello che se ne è scritto e detto credevo che quella storia fosse più conosciuta.

Detto questo, credo che l’originalità del Sassi pubblicitario (che almeno inizialmente è in realtà l’originalità del duo Sassi-Albergoni) stesse nella capacità di straniare il suo interlocutore, cioè il destinatario delle pubblicità. Le macchinine della Politoys con accanto un candelotto di dinamite e la scritta “non rompere bambino!” non sono certo un perfetto esempio di comunicazione sobria e che mette d’accordo tutti… A volte Sassi utilizzava elementi vagamente perturbanti, come nel caso di Paola Pitagora dotata di martello che osserva due bambini mentre giocano. E tieni conto che la pubblicità usciva su “Topolino”…

Si torna sempre lì: mercato e avanguardia, prodotti commerciali e provocazioni estetiche. L’impressione è che Sassi non rinunciasse mai a sperimentare, anche in spazi solitamente destinati a tutt’altro.

 

Credo che il filo conduttore della sua opera sia quello grafico. Un disco degli Area o di Finardi, una locandina di MilanoPoesia, un testo di Multhipla erano accomunati da un dato visivo fortemente riconoscibile, vero?

Senza dubbio. Se, come dicevo prima, l’universo-Sassi è in sé molto coerente lo è soprattutto per via della grafica. Un suo progetto lo riconosci al volo per la presenza di elementi ben precisi. Come il Times, il font che utilizzava per riviste, poster e copertine. Oppure le polaroid, che compaiono un po’ dappertutto. Anche certe gabbie grafiche ricorrono in vari lavori editoriali. E l’immagine di Frankenstein diventa nel tempo una sorta di brand.

L’aspetto più notevole, però, è il modo in cui Sassi combinava parole e immagini. Lo si coglie in tutto ciò che ha fatto, ma soprattutto in “Alfabeta”. Ogni numero (per inciso: se ne possono leggere un po’ qui: https://www.bibliotecaginobianco.it/?e=flip&id=97&t=elenco-flipping-Alfabeta) era composto da più immagini di una stessa serie che intrecciavano gli articoli in modo tutt’altro che scontato. Da questa specie di collisione spesso si generavano cortocircuiti di senso in grado di suggerire modi diversi di leggere il testo. Per dire, nel primo numero c’è una serie di fotografie scattate da Roberto Masotti a vari musicisti seduti a un tavolino, e capita che il ritratto di Demetrio Stratos incroci un testo di Renato Barilli sui Poeti del Novecento di Mengaldo, o che in mezzo a un articolo in cui si recensiscono testi di fantascienza appaia Charlemagne Palestine con una faccia da pazzo. Immagini e parole sembrano non c’entrare nulla, eppure, a guardar bene…

Tieni anche conto di due aspetti, che rendono il tutto, almeno ai miei occhi, ancora più straordinario. Sassi non aveva studiato grafica – e infatti ‘si limitava’ a progettare il lavoro, che erano poi altri a realizzare. Non aveva nemmeno studiato arte… Più in generale, Sassi non aveva studiato per fare nulla di ciò che poi fece. Aveva provato a iscriversi a medicina, mollando subito, per poi improvvisarsi pubblicitario e da lì passare alla discografia, alla grafica, all’editoria, all’organizzazione di eventi. Era una specie di talentuosissimo dilettante, dotato di una sensibilità estetica fuori dal comune.

 

MilanoPoesia fu un’esperienza capitale – oltre che di respiro internazionale – in un decennio così diverso da quello della Cramps o di Pollution. Quali furono i segreti di questo festival?

Credo che MilanoPoesia permetta di cogliere come nessun altro progetto che realizzò due aspetti fondamentali del lavoro di Sassi. Il primo è la compresenza nello stesso spazio (anche fisico) di più arti contemporaneamente. La parola “poesia” è nel titolo della manifestazione, ma fra gli ospiti del festival c’erano musicisti, filosofi, registi, performer e così via. Sassi aveva una vocazione autenticamente multimediale; l’idea stessa di arte, per lui, non poteva che declinarsi al plurale, e credo che MilanoPoesia sia stata la perfetta realizzazione di questo presupposto.

L’altro aspetto è la sua volontà di lavorare in squadra. Nulla di ciò che Sassi ha fatto lo ha fatto da solo. Si è sempre circondato di collaboratori che gli hanno consentito di realizzare le sue idee, o assieme ai quali le ha messe a punto. Per la sua portata, MilanoPoesia era irrealizzabile da una sola persona, e infatti si tratta di una ‘creatura’ di Sassi quanto lo è di tutti i collaboratori che concretamente l’hanno messa in piedi.

Peraltro, in questo come negli altri ‘collettivi di lavoro’ che promosse, Sassi non ci teneva particolarmente a spiccare. La sua firma non appare mai, né il suo nome è in bella vista. È una cosa, questa, oggi davvero inimmaginabile.

 

Difficile pensare a degli eredi, vista la connotazione così personale della sua opera, ma pensi che oggi sia possibile trovare da qualche parte il segno del suo lavoro multimediale?

È una delle domande da cui è partita la ricerca che poi ha portato al libro. Ed è anche quella che, più di tutte, ha avuto una risposta deludente. Nel senso che tutte le persone che ho incontrato e con cui ho parlato mi hanno confessato che no, Sassi non ha avuto eredi, né dopo di lui ci sono state esperienze paragonabili a quelle a cui aveva dato vita.

Temo di pensarla anch’io così. O meglio, credo che nei singoli ambiti – editoriale, musicale, artistico ecc. – esistano tuttora progetti che più o meno consapevolmente si riallacciano al suo lavoro; ma sono progetti monodisciplinari, dai confini ben tracciati, mentre Sassi puntava sempre a sconfinare e a contaminare. Non mi viene in mente un’altra figura capace di muoversi in così tante direzioni contemporaneamente. In tempi di specialismo imperante come i nostri, la sua figura rappresenta davvero un’anomalia. E forse è anche per questo che credo sia importante riscoprirla.

Gianni Sassi fuorigabbia - Filippo Pennacchio

On demand

Iscriviti alla Newsletter

Vuoi rimanere sempre aggiornato su rock e dintorni? Iscriviti alla nostra newsletter
per ricevere tutte le settimane nuovi video, contenuti esclusivi, interviste e tanto altro!