Country Joe & Me
(Country Joe McDonald, Sam Andrew ed Ezio Guaitamacchi (Istituto Italiano di Cultura – San Francisco 2005))
Ricordando Country Joe McDonald, che ci ha lasciato lo scorso 7 marzo
Ci siamo incontrati la prima volta nell’agosto del 1990. Mi aveva accolto nella sua casa di Berkeley, con tanto di “back porch”, per un’intervista tv (il programma era “Born in the USA – Le città della musica americana” poi andato in onda su Italia 1). Ricordo che ero rimasto colpito dalla targa personalizzata della sua auto (“Gimme N F”), l’inizio cioè dell’incitamento che aveva lanciato dal palco di Woodstock per far urlare tutti a squarciagola “FUCK”.
“Sono stato il primo al mondo a fare gridare quella parola di quattro lettere a seicentomila persone in contemporanea. Se ne avessi registrato il copyright oggi sarei milionario”, mi aveva detto con un sorriso sardonico il giorno di quella prima intervista.
Da allora, e nei vent’anni successivi, ci siamo visti spesso e volentieri. Il più delle volte a Berkeley o nella baia (era stato anche lui tra i miei ospiti all’evento svoltosi all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco nel 2005) ma anche in Italia dove l’avevo accompagnato in tour, facendogli da traduttore e suonicchiando con lui. Eravamo andati da Red Ronnie, aperto un concerto per Eugenio Finardi più altre date in club e teatri. Successivamente era stato parte del package tour italiano che avevamo organizzato per celebrare 40 anni di Summer of Love con Jefferson Starship e Big Brother & The Holding Co.
Allora, era stato anche una settimana a casa mia fraternizzando con mia moglie Nicoletta e condividendo con lei la comune passione per i telefilm di “crime and investigation” tipo “C.S.I.”, “Law and Order” ecc.
Joe mi diceva di essere molto cambiato dal Country Joe barricadero e antagonista degli anni ’60, sosteneva di avere sempre una forte coscienza politica ma, come lui stesso sottolineava, “sono meno intollerante”.

Country Joe McDonald ed Ezio Guaitamacchi con il quadro di Carlo Montana (Folkest 2007)
Nel 2011, durante l’intervista fatta per la puntata di “Delitti Rock” (Rai Due) dedicata a Janis Joplin, Joe mi aveva raccontato la sua love story con Janis e di quanto loro due si fossero sentiti parte integrante della comunità di Haight-Ashbury. “Però eravamo entrambi in rampa di lancio per il successo”, mi aveva confessato, “e così tutto è finito anche se Janis continuava a essere gelosa. Mi fece una scenata quando mi incontrò nel backstage con la mia seconda moglie Robin: ‘almeno scrivi una canzone per me…’ mi aveva urlato. Qualche giorno dopo, ho composto il brano Janis”.
Anche se da qualche anno non faceva più concerti, Joe ha vissuto sempre nella stessa casetta di Berkeley dove sono stato spesso, continuando a usare la targa personalizzata e, ogni volta che c’è stato un conflitto bellico che ha riguardato gli Stati Uniti (purtroppo sempre più spesso…) radio e tv si ricordavano di lui.
Ci ha lasciato il 7 marzo 2026 a 84 anni ma il “leone di Woodstock” non smetterà mai di ruggire.
