We Want the Funk! – Dalle radici del rhythm’n’blues al trionfo del groove
Il documentario sulla potenza culturale e musicale del funk, presentato in anteprima al SeeYouSound 2026 di Torino
We Want the Funk! è un documentario aggiornato sulla cultura nera che, partendo dal rhythm’n’blues degli anni Cinquanta si snoda nel tempo, soffermandosi in modo particolare sul suo sviluppo funk, quel genere che punta in modo deciso sul ritmo, a discapito della melodia, per ribadire le proprie radici africane e celebrarne l’orgoglio. Tutto quello che ne deriva, rap incluso, è il trionfo della cultura nera in un contesto americano bianco che fa di tutto per svalutarne l’importanza. Il funky, dagli anni Settanta in poi, diventa l’espressione più credibile delle nuove generazioni di colore che riconducono al suo ritmo il loro modo di ballare e di vestire sgargiante e disinibito che richiama proprio l’Africa.
Certamente un modo per ribadire la propria storia, dunque, ma anche uno strumento di liberazione corporea e psicologica che il nero-americano adotta per affrontare le continue frustrazioni che l’America bianca più retriva non manca certo di portargli.
Il filmato inizia con le immagini della fine del secondo conflitto mondiale e col ritorno alla vita civile di tutti quei giovani che hanno combattuto, tra i quali un gran numero di soldati neri che si era arruolato con la segreta speranza di vedere riconosciuto, al loro ritorno, l’importante contributo dato alla patria. Speranza vana che l’America degli Anni ’50 tradisce mantenendo la distanza etnica anche dal punto di vista musicale pur prendendo ad ampie mani dai ritmi della cultura nera che poi ammorbidisce rendendoli commerciali e rivendicandoli come propri.
Il documentario propone magnifiche immagini che riassumono tutto questo sia in ambito sociale che personale. Ad essere interpellati sul significato del genere e sulla potenza della ritmica del funky, mentre scorrono bellissime immagini di repertorio in cui appaiono i grandi eroi del passato, da James Brown a George Clinton, passando attraverso Sly & The Family Stone, Diana Ross, Martha & The Vandellas, Patty Labelle, Prince, De La Soul e tanti altri, sono musicisti, critici musicali, discografici, deejay e insegnanti di ballo che hanno lavorato nell’ambito o addirittura filtrato attraverso il funky la loro musica. Belle le testimonianze a questo proposito di David Byrne, Elton John e David Bowie.
Interessanti le contrapposizioni di immagini del ballo asettico bianco di quegli anni con quello del popolo nero che si muove con ben altra energia.
Pur sfiorando gli aspetti sociali, che includono, oltre alla guerra, anche le grandi manifestazioni di colore degli Anni Sessanta per i diritti civili e la rabbia del decennio successivo che verrà canalizzata nella creazione del fenomeno hip hop, il filmato si sofferma soprattutto sull’aspetto strettamente musicale legato al funky, sullo sviluppo straordinario della sezione ritmica, sempre alla ricerca del giusto groove, cui partecipano per eccellenza basso, batteria e fiati. A sfilare nel documentario sono a questo punto personaggi come James Brown, ripreso nelle sue performance acrobatiche, George Clinton con i suoi Parliament-Funkadelic mentre sfoggia look improbabili che richiamano da vicino un immaginario africano, e una serie di gruppi che coprono l’arco di almeno trent’anni di black music.
L’ultima parte del filmato si sposta poi nella “Madre Africa” prendendo come pretesto l’arrivo di James Brown a Kinshasa nel 1974, quando in occasione del “Rumble in the Jungle”, la sfida mondiale di pesi massimi tra Muhammad Alì e George Foreman, fu ingaggiato per un concerto live. Brown viene accolto dai nigeriani, sia come una sorta di modello sociopolitico a cui fare riferimento, sia come un simbolo musicale capace di dare alla musica africana una nuova identità, e proprio per questo il filmato indaga sulle somiglianze strutturali del rhythm’n’blues con quelle che stavano creando musicisti africani come Fela Kuti e Manu Dibango.
Davvero un bel lavoro che per il momento è disponibile solo nella versione in lingua inglese.









