John Strada presenta il suo nuovo album “Basta crederci un po’”
Nel comunicato stampa che accompagna l’uscita del lavoro c’è una tua dichiarazione in cui ti soffermi su “nuove ispirazioni, nuovi ascolti e nuove letture” per questo album. Ci racconti meglio?
Sì, ho cominciato a scrivere in modo diverso, è stata un’esigenza creativa. Questo approccio mi è venuto abbastanza spontaneo, non l’ho forzato, però l’ho coltivato e direzionato. Avevo in mente suoni diversi da quelli che ho sempre usato e anche una scrittura meno enfatica, più asciutta. Credo sia dovuto proprio a nuovi ascolti, letture, incontri, cose di questo tipo.
Ci puoi fare qualche nome riguardo alle nuove suggestioni? Nell’ultimo brano, La tygre e l’agnello, tra le ispirazioni c’è per esempio William Blake (e quindi ci sono le sue poesie The tyger e The lamb), ma anche Tom Waits e Nick Cave per la parte musicale.
A livello di suoni c’è un artista enorme che ho sempre ascoltato ma che ho approfondito di più ed è David Bowie. Non è che prima non lo ascoltassi, ma ho iniziato a farlo con un’attenzione diversa e questo mi ha aperto molti orizzonti.
Per quanto riguarda William Blake, la letteratura inglese e americana mi ha sempre interessato. Le sue poesie, che conoscevo già da tempo, mi hanno dato lo spunto per trattare in modo diverso il tema del femminicidio in una canzone. Poi sì, David Bowie mi ha influenzato più come figura generale, mentre qui il riferimento musicale è più vicino a Tom Waits e Nick Cave.
A proposito di Bowie, in Parlavo da solo a un certo punto canti: “E pensavo che Mick Ronson è stato il più figo di tutti, un marziano coi capelli biondi, ma non ha fatto neanche un quattrino, ma forse a lui bastava un bicchiere di vino”.
Sì, Mick Ronson è un personaggio che mi interessa molto. Ho letto la sua biografia, , che è stata illuminante. Mi ha fatto capire ancora di più la sua importanza.
Credo che anche in Transformer il nome di David Bowie renda tutto più magico, ma l’energia e il genio, a livello di produzione, siano più di Ronson.
Ha lavorato in contesti molto diversi, da John Mellencamp a Bob Dylan, ed è stato sempre una figura fondamentale.
Mi piacciono meno i suoi dischi da solista, ma come produttore, arrangiatore e chitarrista per me è stato grandissimo. La sua storia è affascinante, ma anche molto triste.
Parliamo di Girasoli, dedicata a Federico Aldrovandi. Com’è nato questo brano?
È una storia molto triste, avvenuta a Ferrara nel 2005. Federico Aldrovandi è morto durante un fermo di polizia. Tengo a dire che non voglio colpevolizzare le forze dell’ordine in quanto tali, ma quando chi dovrebbe proteggere provoca la morte di un civile, è un fatto gravissimo.
Ancora più grave è stato quello che è successo dopo, con tentativi di insabbiare e falsificare la realtà, anche con coinvolgimenti politici.
Come dico nella canzone: “Nel disprezzo di chi muore c’è l’oltraggio a chi piange”. La famiglia è stata trattata in modo molto duro.
Nell’album c’è anche uno sguardo sull’attualità, ad esempio sul tema dei social.
Sì, è un tema ricorrente. Già dal dopoguerra la nostra società vive molto di immagini e con i social questa cosa si è amplificata.
Ognuno può mostrarsi come vorrebbe essere, ma spesso questo aumenta la distanza dalla realtà e contribuisce alla tristezza. Nell’album affronto spesso questi aspetti perché credo sia necessario rifletterci.
Per quanto riguarda la produzione del lavoro, Don Antonio Gramentieri è stato importante, vero?
È stato fondamentale. Avevo scritto canzoni con un mood nuovo ma non sapevo bene come svilupparle: lui mi ha dato la direzione, soprattutto negli arrangiamenti, in particolare in La tygre e l’agnello. In generale ha capito perfettamente dove volevo arrivare e ha contribuito a creare il suono del disco.
Ci sono concerti o altri progetti in programma?
L’obiettivo principale ora è promuovere l’album. Ho già fatto alcuni concerti e ne faremo altri in giro per l’Italia. Non è semplice, perché mancano strutture, soprattutto per chi propone musica originale, ma ci sono ancora realtà che resistono.
Spero anche di tornare a suonare all’estero. Ho già in mente nuovi progetti, ma per ora mi concentro su questo disco. Quando possibile preferisco suonare con la band al completo, perché riesco a rendere meglio il suono dell’album. Però mi esibisco anche in trio, duo o da solo.
L’altra tua attività, quella di insegnante di lingua e letteratura anglo-americana, ha influenzato questo lavoro?
Sì, lo fa sempre. Tutte le esperienze che faccio cerco di portarle nella musica. È uno degli obiettivi della mia vita, non solo artistica: fare tesoro di quello che vivo e integrarlo nel presente e nel futuro.
