Per non ammazzare un uomo: le canzoni di pace secondo Marco Masoni
Aurea Nox pubblica il libro dell’autore pisano, da Battiato ai Pink Floyd
Cosa hanno in comune Battiato, Pink Floyd, U2, Enrico Ruggeri e Sting? Tutti questi artisti e gruppi hanno intonato almeno una volta – e nel caso di alcuni di loro tante volte – una canzone per la pace. Contro la guerra.
Di trovare un filo conduttore, attraverso un lungo e commentato elenco di brani antimilitaristi, si è occupato Marco Masoni. L’autore pisano, già noto ai lettori di Jam per i testi su Franco Battiato e la spiritualità in musica, è tornato con Per non ammazzare un uomo: antologia di canzoni contro la guerra dall’Italia, dall’estero e dai Pink Floyd.
Lo ha pubblicato Aurea Nox, con prefazione di Moni Ovadia e postfazione di Emiliano Manfredonia (presidente nazionale ACLI). Ne parliamo con lui.
Dopo un libro sulla spiritualità in musica e un’indagine corale su Battiato, torni con un testo approfondito e trasversale sulle canzoni contro la guerra. Visti i due precedenti, mi viene da pensare che un chiaro elemento conduttore c’è…
Il fil-rouge tra questi tre libri credo sia un’indagine sull’Uomo, sui tentativi della musica che chiamiamo leggera – ma che leggera spesso non è – di elevarsi e, per dirla alla Battiato, migliorarsi, far riflettere e cambiare prima se stessi e poi gli esseri umani che si circondano di arte e si nutrono di canzoni. La musica che ‘cambia le cose’. Quelle canzoni che sono un misterioso miscuglio di musica e parole, indispensabili le une all’altra per fare cose belle e significative, la famosa “Alchimia del verso cantato” mirabilmente teorizzata e spiegata da Gianfranco Salvatore. Un elemento conduttore di più basso livello forse è la mia tendenza innata a sistematizzare, archiviare, ordinare, ma qua si va nelle ossessioni personali…
Però è anche vero che un lavoro di sistemazione ha bisogno di un po’ di ossessività… Le canzoni contro la guerra sono tante, anzi innumerevoli, pensiamo che si tratta di una cifra a dir poco esorbitante (il sito Anti War Songs ne conta quasi 40.000…). Quale criterio hai usato per selezionare le tue quasi 200?
Pur ammirando molto il lavoro di chi cura da molti anni quel sito devo però dire che moltissime delle canzoni da loro prese in considerazione hanno a che fare con la guerra in modo laterale, a volte solo evocativo. Ogni tanto ho consultato anche loro per alcuni dettagli che cercavo (non si può sapere tutto, e le fonti affidabili sono sempre decisive), ma oltre all’ovvietà della selezione per ricordi e gusti personali ho cercato di capire, tra libri e web, come si fosse evoluto o bloccato o cambiato nel tempo l’approccio della popular music sul tema “guerra”, andando oltre i miei gusti: certamente Ghali o Umberto Napolitano o i System Of A Down non rientrano nei miei ascolti, ma li rispetto molto per quello che hanno provato a fare con le canzoni che tratto.
A un certo punto ho dovuto selezionare e tagliare, impossibile parlare di tutto, il libro non è un’enciclopedia ma un’antologia. Certo, alcune scelte anche famose sono state difficili, ma ho preferito omettere – per fare due esempi – Heal The World di Michael Jackson che mi è sempre sembrata ‘costruita’ o la musicalmente meravigliosa Soldier Of Fortune dei Deep Purple che ha un testo per me un po’ pretestuoso a dispetto di altre che ho reputato più genuine.
L’Italia occupa un posto speciale, da Renato Rascel a Ghali passando per Litfiba e De Gregori. Esiste un minimo comun denominatore tra i brani di gruppi e cantautori in materia?
Direi di no, nel senso che ci sono a mio avviso tre filoni di canzoni italiane contro la guerra: quelle soprattutto degli anni ’60 che spesso si accodavano alle mode che arrivavano da USA e UK, quelle che a prescindere dall’epoca in cui sono uscite vanno un po’ in ordine sparso contro i mali del mondo, quelle dagli anni ’90 in poi in cui chi si è occupato di conflitti l’ha fatto con riferimenti quasi sempre precisi al presente. Per motivi di vario tipo queste canzoni si stanno assottigliando in tutto il mondo, nonostante le guerre nell’ultimo lustro si stiano moltiplicando in modo atroce e disumano.
Andiamo nello specifico. Proviamo a paragonare ad es. il Banco del Mutuo Soccorso del 1972 al Vasco del 1993 o a Ermal Meta e Fabrizio Moro del 2018: in che modo, e con quale evoluzione (o involuzione) del linguaggio, gli italiani hanno cantato contro la guerra?
Del Banco ho analizzato R.I.P. e Dopo…niente è più lo stesso, due brani ad altissimo tasso di poesia, una contro la guerra in genere che potrebbe essere ambientata nel medioevo come nel Sudan di oggi, l’altra che descrive in modo da brividi il ritorno a Stalingrado di un soldato russo nella Seconda Guerra Mondiale. Il prog è una musica spesso descrittiva in sé, l’emozione e la riflessione arrivano attraverso sommovimenti interiori che certamente richiedono un ascolto attento. Vasco con Gli spari sopra traduce come si sa a modo suo un brano degli An Emotional Fish e quello che deve arrivare (e che arriva) è l’incazzatura contro il potere attraverso i conflitti, è un brano che tra cantato e chitarre non dà tregua, tira pugni e stordisce. Meta e Moro, coppia formata su intuizione di Baglioni, ha vinto Sanremo con un brano musicalmente quasi inconsistente ma dal testo pesante, ispirato alla terribile strage del Bataclan a Parigi e allargando lo sguardo al terrorismo islamico che in quegli anni stava insanguinando larga parte del mondo occidentale. Non parlerei di evoluzione ma di mutazione, non solo del linguaggio ma del modo in cui si percepisce fruisce e ascolta la musica. Siamo tutti sempre nel fiume del costante cambiamento, come ci hanno insegnato i Genesis.
La canzone d’autore è un ambito privilegiato per questo tema, e in particolare hai sottolineato Battiato, De André e Ruggeri. Cosa hanno dato in più – o di meglio – questi cantautori?
In questo caso è stata una scelta quantitativa, dovuta dal fatto che sono i tre autori con più canzoni in carnet scritte contro la guerra, con Ruggeri in testa. Nel caso di Enrico e di Battiato questo mi ha sorpreso e ho deciso di dedicare una sezione solo a loro tre: probabilmente avrei potuto inserire De Gregori come quarto ma il libro sarebbe diventato troppo voluminoso. Ruggeri, che firmò la prefazione del mio primo libro, a mio avviso è un ottimo autore, eclettico, profondo, competente, un po’ sottovalutato, forse a causa della sua enorme e altalenante produzione.
Le canzoni straniere sono una vera e propria babele di generi, dai Marillion ai Metallica, da Bob Dylan ai King Crimson. Cantare la pace nel corso del tempo è stata una reazione degli artisti impegnati e sensibili alle guerre del momento o si tratta di un tema superiore che prescinde dall’attualità?
C’è un buco temporale clamoroso, dal 1972 al 1980 praticamente si smette di scrivere canzoni anti-guerra, almeno a livelli di grandi nomi. E anche dalla metà dei ’90 si fa molta fatica a trovare artisti e brani schierati su questo argomento. Due epoche diverse, gli anni ’70 e gli ultimi trent’anni: a mio avviso nel mondo anglosassone più che in Italia c’è la tendenza a scrivere e cantare dell’attualità e della cronaca. Dopo l’11 settembre però da scrivere ce n’era… o l’industria musicale e la politica non vogliono più che si parli di questi temi nelle canzoni o la stragrande maggioranza degli artisti ha paura di ripercussioni sulla carriera, chissà.
Il sottotitolo sembra fuorviante: canzoni dall’Italia, dall’estero e dai Pink Floyd. Waters e Gilmour sono un mondo a parte?
Sono un mondo a parte a livello testuale grazie a Roger Waters, alla sua celebre storia personale e alla sua caparbietà di affrontare ancora oggi a più di ottant’anni temi che vanno verso la giustizia, l’empatia tra esseri umani, la lotta contro i criminali politici e di guerra da cui siamo tristemente circondati. Non ha paura delle conseguenze (una casa discografica gli ha recentemente rescisso un contratto a causa della sua pervicace propaganda pro-Palestina) e va avanti. Per lui è una missione e per questo per me è un artista commovente, anche se alcune volte non sono pienamente d’accordo con lui. Gilmour sul tema ha scritto pochissimo, ma insieme o da soli i Pink Floyd sono gli artisti che più si sono spesi sul tema, era importante dare loro il giusto spazio.
Il libro è aggiornato e include Streets of Minneapolis di Springsteen e Days Of Ash degli U2. In che modo questi grandi cantano la guerra nella contemporaneità?
Finalmente dopo tanti anni qualcuno che si muove e si ricorda di avere dei doveri come artisti che hanno un grande pubblico che li ascolta! C’è chi li accusa di opportunismo, ma quando sono usciti prima il brano del Boss e poi l’EP degli irlandesi ho tirato un grande sospiro di sollievo: ero in fase di chiusura del libro e un mio cruccio era proprio che NESSUNO si stesse occupando della tragica contemporaneità: Bruce lo fa con un brano scritto apposta per essere cantato nelle manifestazioni, come nei sixties; gli U2 con brani diversi tra loro quasi tutti interessanti ed empatici, e non è affatto poco.
E il futuro? La canzone pacifista del domani userà l’AI o preserverà il suo spirito umano?
Spero che l’AI venga usata solo per robaccia tipo l’Eurovision e che l’essere umano con il suo cervello le sue emozioni il suo corpo sia sempre quello che si scaglierà contro l’ingiustizia: anche se il presente vede i ragazzi sempre più anestetizzati dai reel e dai balletti su Tik Tok non posso non pensare e non sperare in un futuro in cui si tornerà ad occuparci di noi, umani senzienti, con piena coscienza.
