Canzoni, storia e memoria secondo Antonio Tricomi
Guida pubblica il libro del giornalista napoletano, tra rock, pop e canzone d’autore
Certe canzoni. Ma quali? Domanda più che lecita, poiché non tutte le canzoni meritano l’attenzione di un giornalista navigato come Antonio Tricomi – storica firma delle pagine napoletane di «Repubblica». Ci sono canzoni e canzoni. Alcune (tante per fortuna) sono nate dall’incanto, dalla connessione magica di musica e parole e da un allineamento nel tempo e nel luogo, tanto da avere la forza di entrare nella vita di individui e generazioni. In Certe canzoni. Settant’anni di musica: rock, pop, cantautori (Guida), Tricomi racconta alcune emblematiche canzoni-mondo, di quelle per le quali vale la pena vivere. Ne parliamo con lui.
Da poco tempo è morto Gino Paoli, uno di quelli che hanno segnato l’educazione sentimentale degli italiani. Potere di una canzone, Antonio?
Nelle canzoni di Paoli, come in quelle di tanti artisti che hanno saputo mettere insieme qualità e popolarità, c’è soprattutto il potere di plasmare il linguaggio di tutti giorni, di dare vita a un immaginario condiviso. Pensiamo a quanti titoli o anche versi di canzoni sono diventati frasi idiomatiche: nessuno mi può giudicare, lo scopriremo solo vivendo, tu chiamale se vuoi emozioni, domani è un altro giorno si vedrà. Quanto a Paoli, grazie a lui, sappiamo che l’estate sa di sale e che una stanza può contenere il cielo.
Certe canzoni racconta storie. O meglio, storie di canzoni nate da storie. Da De André ai Rolling Stones, da Bowie a Dalla. Quale parametro hai usato per selezionarle?
Nessun parametro prestabilito. Le canzoni emergevano di colpo dalla mia memoria di ascoltatore. E se avevano una storia interessante, per come erano nate o per come riflettevano il momento storico in cui erano nate, le mettevo nel libro.
Da giornalista hai intervistato tantissimi musicisti, ti viene in mente qualcuno particolarmente “dentro” alla musica?
Direi soprattutto Lucio Dalla, una specie di artista rinascimentale, completamente “dentro” la musica, la sua e quella degli altri. Ma allo stesso modo “dentro” la vita di tutti i giorni. Viveva la musica come un prisma che riflette il mondo circostante e il destino dell’uomo.
La tua città ha dato e sta dando ancora tantissimo alla canzone. Se pensiamo, tanto per fare tre nomi al volo, a Carosone, Pino Daniele e Massimo Ranieri, abbiamo già individuato tre pezzi giganteschi di storia della canzone italiana.
Dei tre l’artista più puro credo sia Pino Daniele, anche perché maturato in un’epoca in cui la musica di qualità era centrale nella vita di tutti i giorni. I suoi dischi del periodo EMI sono un canone imprescindibile. Senza nulla togliere alla forza innovativa di Carosone e al grande lavoro fatto da Ranieri sulla tradizione classica otto-novecentesca.
L’Iran di ieri, l’Iran di oggi, i Clash di Rock the Casbah. Kiev, la guerra, gli U2 e Sunday Bloody Sunday. Quando una rock song dalla cronaca di un momento riesce a diventare rappresentativa di un’epoca?
Direi quando l’intenzione è schietta. Quanto dentro si avverte una vibrazione, un’onestà di fondo. È sicuramente il caso di queste due canzoni.
In passato hai scritto di Lucio Battisti. Se le sue canzoni con Panella sono andate altrove, l’epoca Mogol è stata una vera e propria colonna sonora per l’Italia che cambiava. Canzoni che raccontavano un privato ma c’era anche una dimensione politica in senso lato nella loro scrittura?
Se c’era, non so quanto fosse consapevole. Ma meglio così: un autore di canzoni non è un cronista né uno storico di professione. Ma è certo che narrare l’interiorità e i moti dell’animo può avere un valore che trascende il “privato”.
Una delle canzoni più recenti (1999) che citi è L’arcobaleno di Gianni Bella e Mogol. Un successo legato anche all’episodio medianico raccontato dal Rapetti. Questi grandi hanno ancora qualche freccia al loro arco o è finito il tempo di canzoni epocali?
Non credo che il tempo dei grandi finisca mai. La vera grandezza non è legata a un’epoca. Non soltanto nella musica: come negare, per esempio, che Shakespeare e Caravaggio sono nostri contemporanei?
A proposito di contemporaneità, la canzone più vicina a noi è del 2024: E sì arrivata pure tu di Valerio Piccolo, un artista apprezzato più all’estero che da noi…
L’importanza di Valerio Piccolo è nella sua storia molto peculiare e molto emblematica. Dobbiamo a lui l’adattamento in italiano dei dialoghi di alcuni tra i più importanti film internazionali degli ultimi vent’anni. Ha fatto molti mestieri e attualmente ne fa perlomeno due o tre. È un cittadino del mondo e forse l’Italia di oggi gli va un po’ stretta.
E la canzone del futuro? Le opportunità della AI intaccheranno la magia della canzone?
Dipende. Io stesso ho provato a scrivere una canzone con l’IA e non è venuta neanche male. Ma poi l’ho buttata: non era interessante, non aveva respiro, era finta. Perché non sono un autore di canzoni. Non sono un poeta né un compositore. E se una certa cosa può farla chiunque, allora vuol dire che non ha valore. Spero non vada mai perduta la capacità di capire se dietro un brano musicale (o un libro, o un film) ci sia una persona o una macchina.
