25/05/2026

Giangilberto Monti e le sue “Voci Ribelli”

Otto brani storici riarrangiati, due inediti e un viaggio sonoro tra Mediterraneo, world music e impegno civile

 

Voci Ribelli è il nuovo album in cui Giangilberto Monti torna a rileggere il proprio repertorio attraverso un progetto che intreccia canzone d’autore, memoria, world music e impegno civile. Nato tra Milano e Casablanca, registrato in Marocco insieme a musicisti magrebini e poi mixato nel capoluogo lombardo, il disco recupera otto brani storici della carriera del cantautore milanese e li trasforma in un viaggio musicale dove il Mediterraneo diventa luogo d’incontro tra culture, lingue e identità differenti.

A dare nuova vita alle canzoni di Giangilberto Monti sono gli arrangiamenti e l’interpretazione dei musicisti magrebini Hicham Benabderazzik, Daniel Tuna, Badreddine Bazgua e Adil Nadif, che intrecciano strumenti contemporanei, improvvisazione e sonorità arabe, restituendo ai brani una nuova dimensione espressiva. Il progetto nasce anche dal legame con l’intellettuale algerino Mahi Tibaoui, amico di lunga data di Giangilberto Monti, costretto negli anni Novanta a rifugiarsi in Marocco per sfuggire alle minacce degli integralisti islamici.

Accanto a canzoni già presenti nel suo repertorio trovano spazio anche due inediti: Modì, dedicata ad Amedeo Modigliani e scritta insieme al poeta milanese Maurizio Meschi e a Ottavia Marini, e Casablanca, composta nel 1990 con Rocco Tanica, alias Sergio Conforti. Tra gli altri collaboratori presenti nel progetto compaiono anche Uberto Molinari, coautore di Sul confine e Una bella coppia, Flavio Premoli per Metrò e Federico Sirianni per Monsieur Dupont.

Giangilberto Monti - Voci Ribelli

 

Nell’intervista, Giangilberto Monti racconta come il progetto sia nato dal desiderio di “chiudere il cerchio” della propria carriera riportando le sue canzoni proprio dentro quel mondo arabo che spesso avevano evocato nei testi. Da qui la scelta di lavorare a Casablanca insieme a musicisti marocchini, lasciando che fossero loro a reinterpretare i brani secondo la propria sensibilità musicale, fatta di improvvisazione, scale cromatiche differenti e una concezione della canzone molto distante da quella occidentale. Un incontro che, come spiega lo stesso autore, richiama anche la lezione della musica raï algerina di artisti come Khaled e più in generale quella circolarità culturale che attraversa tutto il Mediterraneo.

Cantautore, autore teatrale e scrittore, Giangilberto Monti è una figura da decenni legata alla storia della canzone d’autore e del cabaret milanese. Attivo dalla seconda metà degli anni Settanta, ha pubblicato oltre venti album, scritto libri dedicati alla musica e alla comicità italiana e collaborato a lungo con il mondo del teatro e della radio. Allievo sulla scena di Dario Fo, Giangilberto Monti ha attraversato negli anni mondi artistici differenti, dalla canzone d’autore al cabaret, mantenendo sempre centrale il racconto delle trasformazioni sociali e culturali. In questa conversazione vis à vis, realizzata qualche giorno fa, ripercorre la nascita di Voci Ribelli, il rapporto con il mondo magrebino, il significato degli inediti e l’esperienza vissuta accanto a Dario Fo.

Intanto perché Voci Ribelli?

Perché si riferisce a questo mondo ribelle che io frequentavo all’inizio della mia carriera. E poi anche a tutto il lavoro che ho fatto sulla canzone francese e, più in generale, a un certo ribellismo che si trova nella stragrande maggioranza della canzone d’autore. Però non è solo quello.

In questo caso Voci Ribelli si lega anche a una territorialità, perché il disco nasce da una conoscenza cinquantennale con il mondo magrebino. Anzi, anche prima. La frequentazione di quella che noi chiamiamo world music è in realtà un misto di mondi culturali apparentemente molto lontani, ma stiamo sempre parlando del Mediterraneo.

Alla fine esiste una circolarità di questo mondo musicale: gli strumenti sono più o meno gli stessi, così come i ritmi. Però la differenza qual è? L’ho visto proprio in questo disco. Ho registrato l’album lontano da Milano, ma ho chiesto che fosse registrato con strumenti moderni: tastiere, chitarre, basso, chitarra elettrica. Non c’è l’oud, per esempio. E questa è stata una scelta.

La differenza è che loro usano questi strumenti in modo completamente diverso. Hanno scale e divisioni cromatiche diverse nella loro interpretazione.

È una cosa che, per esempio, si ritrovava già in Algeria nella musica raï, alla fine degli anni Ottanta e poi negli anni Novanta, fino all’arrivo degli integralisti islamici. Era proprio la musica che metteva insieme tutti questi mondi.

Per esempio Cheb Khaled, diventato poi semplicemente Khaled, perché crescendo perdono lo Cheb che vuol dire “ragazzo”, e tutti gli altri non facevano altro che mischiare il loro mondo di appartenenza con il mondo d’arrivo, che nel loro caso era la Francia.

La tua conoscenza del mondo magrebino parte da prima, però l’idea è nata tornando a viaggiare e incontrando questi musicisti? Quando li hai conosciuti hai deciso di fare il disco?

Sì e no. Questo lavoro è stato pianificato. Prima c’è stato il desiderio di farlo, perché volevo chiudere un po’ il cerchio della mia carriera e riprendere le mie vecchie canzoni in questo modo.

Soprattutto perché le mie canzoni parlavano anche del mondo arabo e io volevo andare proprio nel mondo arabo a farle. Per questo ho dovuto organizzare tutto, per poi andare a Casablanca e cercare un luogo dove registrare. Grazie a una famiglia di amici ho trovato lo studio e ho contattato una persona che mi aiutasse ad arrangiare le canzoni.

È arrivato questo cileno, che apparentemente non c’entrava nulla con il mondo arabo. Era un rifugiato: la sua famiglia era scappata dal Cile ai tempi di Augusto Pinochet ed era arrivata in Marocco. Lui viveva a Casablanca, era molto conosciuto e aveva un gruppo di musicisti marocchini.

Suonava le tastiere e ha arrangiato tutte le canzoni. Poi abbiamo scelto i musicisti: lui me ne proponeva vari e io, un po’ a intuito, ne ho scelto uno, mentre altri due li conoscevo già.

Quando siamo arrivati in sala incisione lui ha iniziato a suonare gli arrangiamenti, ma ai musicisti non piacevano. A quel punto ho preso la chitarra e ho fatto le canzoni come le facevo una volta. Lì hanno detto: “Adesso sì che ci piace”.

Hanno studiato i brani, li hanno imparati e li hanno rifatti a modo loro. Il cileno, a quel punto, ha smesso di imporre gli arrangiamenti e ha seguito quello che proponevano loro. È stato molto divertente.

Hai scoperto qualcosa riarrangiando questi brani che magari avevi “sottovalutato” prima?

Non so se “sottovalutato” sia la parola giusta, però certamente il modo in cui sono stati rifatti mi ha fatto capire molte cose.

In parte è un po’ come il lavoro che ha fatto Franco Battiato quando ha incrociato mondi musicali differenti. Oppure come quando Fabrizio De André chiese a Mauro Pagani di lavorare su certe sonorità mediterranee e lo costrinse a comprare un bouzouki.

Una volta era più difficile scambiarsi i mondi musicali, oggi è più facile. Però il mondo arabo rimane molto particolare dal punto di vista musicale. Per esempio, la canzone d’autore araba può durare mezz’ora: lavorano tantissimo sull’improvvisazione. Ho imparato che una canzone può durare infinitamente.

Naturalmente poi devi fare i conti con i limiti del disco.

Nel senso che nel vinile devi rimanere entro certi limiti?

Sì, per questo lavoro abbiamo stampato anche il vinile rosso autografato in edizione limitata. Lì dovevamo stare attenti ai tempi, perché il vinile ha dei limiti. Sul CD o sullo streaming puoi mettere anche una canzone lunghissima, sul vinile no. È stato come tornare ai tempi del prog, quando bisognava stare lì a controllare la durata dei brani.

A proposito di prog, Metrò vede come coautore uno dei grandi maestri del prog come Flavio Premoli.

La prima versione di Metrò, di Flavio Premoli, durava dieci minuti. Poi abbiamo dovuto ridurla. Ma dal vivo non finiva più, perché in quel mondo non esisteva una vera durata: c’era solo un limite industriale.

Adesso neanche quello esiste più davvero. Però se vuoi andare in radio sei costretto a scegliere dei brani con una certa durata. Infatti abbiamo scelto l’inedito Modì, che ha una lunghezza precisa. A un certo punto ho dovuto frenare anche i musicisti, che avrebbero continuato all’infinito (ride, ndr).

Hai citato Modì e quindi ti chiedo com’è nato questo inedito e anche l’altro Casablanca.

Modì, che racconta la storia di Amedeo Modigliani, è stato scritto proprio nell’anno in cui ho registrato il disco, cioè nel 2023.

Mi sono ispirato a una poesia di un mio amico milanese, Maurizio Meschi, che conosco dagli anni Settanta. Avevamo iniziato insieme a fare canzoni, poi lui si è dedicato alla pittura e al giornalismo, mentre io ho continuato con la musica.

C’erano dei frammenti poetici che ho unito. Ma dietro Modì c’è anche un discorso importante: il rapporto tra critica e arte. Spesso la critica si accorge degli artisti solo dopo la loro morte. Nel mondo della pittura è successo in modo clamoroso con Vincent Van Gogh e con Amedeo Modigliani.

Modigliani vendeva quadri nei bistrot parigini per sopravvivere ed è morto in miseria. Poi è diventato uno dei più grandi pittori del Novecento. Mi affascinava molto questa cosa.

Casablanca, invece, è l’unico brano composto prima. L’ho scritto nel 1990 allo Zelig insieme a Sergio Conforti o, se preferisci, Rocco Tanica.

L’aspetto interessante è che il testo prefigurava un mondo che poi è arrivato davvero: quello della seconda generazione. Ragazzi che partono da paesi poveri, arrivano in un mondo che immaginano più ricco e finiscono per perdere la propria identità culturale.

Non hanno più una bandiera a cui riferirsi. Possono accettare la cultura che trovano oppure ribellarsi. I più sfortunati si ribellano totalmente e rimangono intrappolati. Gli altri riescono a creare una nuova identità.

Questo è uno dei grandi temi dell’immigrazione.

Quando ho cantato questa canzone ai musicisti marocchini si sono messi quasi a piangere, perché tutti avevano parenti emigrati in Europa. Molti di loro avevano metà famiglia da una parte e metà dall’altra del Mediterraneo.

Per recuperare Casablanca ho dovuto fare un lavoro enorme: l’avevo registrata in analogico ma non l’avevo mai mixata. Ho recuperato i nastri originali tramite una società milanese specializzata nel recupero dei nastri analogici, ho trasferito tutto in digitale e poi ho mixato il brano. Mi è costato tantissimo, ma volevo farlo.

Esiste anche una loro versione di Casablanca che non ho ancora pubblicato. E poi ho registrato una cover di Aïcha, ma lì ci sono ancora questioni editoriali da risolvere.

 

In questo disco hai lasciato da parte il tuo lato più legato al cabaret. Una scelta voluta? Forse era in contrasto con l’idea alla base di Voci Ribelli.

Sì, infatti, questo progetto riguarda un aspetto preciso della mia carriera. Il mondo della comicità l’ho affrontato dagli anni Ottanta in poi.

Gli artisti, nel corso di una vita, attraversano tante fasi. È normale. Certi temi sono difficili da raccontare in modo superficiale. In altri casi invece puoi usare il sarcasmo.

Per esempio, nel 1977 scrissi una canzone intitolata Il Pruk, che era la sigla inventata di un partito inesistente. Volevo dimostrare che chiunque potesse fondare un partito da zero. Ero giovane e molto sconsiderato. Adesso sono meno giovane, ma ugualmente sconsiderato (ride, ndr).

Prima di salutarci, cambio argomento: essendo stato allievo di Dario Fo, posso chiederti un ricordo, visto che quest’anno ricorrono i cento anni dalla nascita e i dieci dalla scomparsa?

Quello che Dario Fo ci ha lasciato non riusciamo ancora a comprenderlo fino in fondo. I francesi dicevano che il teatro di Fo era lui stesso, e quindi è difficilissimo da replicare.

Io ho avuto la fortuna di lavorare soprattutto sulla parte musicale. E adesso mi hanno chiamato a fare uno spettacolo a Firenze, a novembre, dedicato proprio a quel mondo.

Però non mi permetto di entrare davvero nel suo territorio teatrale. L’ho visto lavorare tantissime volte e ho vissuto con lui e con Franca Rame per un anno intero.

E quando si parla di Dario Fo non bisogna mai dimenticare Franca Rame. Lei ha fatto tantissimo con lui, per lui e attraverso di lui. Molte intuizioni di Fo nascevano anche grazie a lei.

Franca veniva da una tradizione teatrale antichissima, quella delle famiglie di attori girovaghi. Debuttò addirittura a sei mesi come infante. Dario invece veniva da un mondo completamente diverso: era un improvvisatore puro.

L’unione tra quei due mondi ha creato qualcosa di straordinario: rigore e improvvisazione insieme.

Lavorare con lui non era semplice. Era molto esigente. Fuori scena parlava pochissimo del suo lavoro, ma studiava continuamente.

Ricordo un episodio. Dovevamo debuttare a Verona e io arrivai in teatro molto presto. Gli dissi che stavo aspettando le prove. Lui mi guardò e mi disse: “Vuoi fare teatro e non sai montare una quinta?”.

Mi mise in mano un martello e mi insegnò a montare una quinta teatrale. Ma il punto non era solo montarla: era capire dove metterla, in modo che il pubblico non vedesse cosa c’era dietro, mentre gli attori sì.

Mi spiegò una cosa fondamentale: lo spettacolo comincia prima di entrare in scena. Quando metti piede sul palco sei già nel personaggio, anche se il pubblico ancora non ti vede.

Questa cosa vale per il teatro, per la musica, per la danza: il pubblico percepisce quello che tu senti.

Bene. Tornando infine a Voci Ribelli: i live li farai con gli stessi musicisti magrebini che hanno registrato l’album?

Sì, quando sarà possibile. Mi piacerebbe moltissimo. Però dal punto di vista organizzativo ed economico è complicato: bisogna fare i visti, portarli qui, sostenere costi molto alti… Servirebbero tante date.

Loro però sono disponibilissimi. E spero davvero che prima o poi succeda.

Giangilberto Monti

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