Francesco De Gregori e le sue “Nevergreen”: live, album e docufilm
Con 35 concerti in programma a Roma e Milano, De Gregori porta avanti il progetto Nevergreen, che diventa anche un album live e un docufilm in arrivo su Rai 3 dopo il passaggio nelle sale cinematografiche
«Per evitare equivoci sulla locandina compare anche la definizione “Perfette sconosciute”». Un film, un album live e una nuova residenza teatrale tra Roma e Milano. Francesco De Gregori riparte dalle sue canzoni meno conosciute, quelle che lui stesso definisce le sue Nevergreen, e lo fa trasformando un progetto nato al Teatro Out Off di Milano nel 2024 in un percorso che attraversa cinema, discografia e concerti. Il tutto è stato presentato lo scorso 26 maggio proprio nel teatro milanese che aveva ospitato la residenza del 2024 e che tornerà ad accogliere il cantautore a partire dal prossimo novembre.
«Nevergreen è un innesto, credo un po’ maccheronico, dall’inglese fatto da me, fra evergreen, che sono le canzoni famose, quelle che rimangono nella storia, e nevergreen, che secondo me può voler dire le canzoni che non sono mai diventate famose e che forse mai diventeranno famose» ha dichiarato De Gregori, che ha poi aggiunto il dettaglio del sottotitolo sulla locandina, riportato all’inizio.
«Quando abbiamo fatto gli spettacoli nel 2024 qua, poi mi sono reso conto che il pubblico che veniva in realtà le conosceva tutte, perché venivano quelli che io chiamo affettuosamente ‘i talebani di De Gregori’. Quindi io dicevo: adesso farò una canzone che sicuramente nessuno conosce. E loro: io la conosco. Benissimo. Forse succederà anche questa volta e la cosa non potrà che farmi piacere».
Il progetto comprende innanzitutto il docufilm Francesco De Gregori. Nevergreen, diretto da Stefano Pistolini e presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il lavoro andrà in onda il 4 giugno in prima serata su Rai 3 e successivamente sarà disponibile su RaiPlay. Il documentario racconta la residenza del 2024 al Teatro Out Off: venti concerti in un mese, ogni sera una scaletta diversa costruita pescando da circa settanta brani poco frequentati del repertorio del cantautore.
Il 16 ottobre uscirà invece Nevergreen (Perfette sconosciute), album live registrato proprio durante quella residenza e pubblicato da Caravan e Friends & Partners con distribuzione Sony Music Italy. Il lavoro sarà disponibile in formato digitale, CD e doppio vinile.

«Posso fare anche cinque dischi dal vivo al mese perché come artista voglio documentare dal vivo quello che succede nei concerti». De Gregori ha anche sottolineato come il disco conserverà il più possibile il suono reale delle esecuzioni: «È un disco con pochissima post-produzione. È stato solamente mixato, non ci sono rimaneggiamenti in studio di nessun tipo. Oggi sento molti concerti che somigliano a dei dischi perché si usano molto le sequenze, le basi registrate. Questo invece è un disco che somiglia a un concerto».
Dal 27 ottobre il progetto tornerà anche sul palco con una doppia residenza: al Teatro Sala Umberto di Roma e, dal 25 novembre, nuovamente al Teatro Out Off di Milano. Concerti pensati per sale di piccole dimensioni e per un rapporto ravvicinato con il pubblico.

Per il cantautore si tratta di una scelta precisa: «Io sono un po’ imbarazzato ultimamente da quello che chiamo il gigantismo dell’industria musicale di oggi e questi miei concerti vorrebbero essere un controcanto a questa rincorsa ai grandi numeri». Un riferimento diretto alla centralità che oggi assumono stadi, palazzetti e record di presenze: «Vedo che anche sui giornali si tende a parlare sempre di chi riempie gli stadi, di chi riempie i palazzetti. Prima ho sentito usare una parola che per me è terribile: sold out». Secondo De Gregori non bisogna dimenticare la musica che nasce lontano dai grandi numeri: «C’è tanta gente che fa musica in Italia e che non può riempire un teatro, nemmeno un teatro medio-piccolo. Questo tipo di musica che viene dal basso va promossa e incoraggiata. Non bisogna dimenticare che la musica si fa anche partendo dal basso». La scelta di esibirsi in spazi raccolti nasce proprio dalla ricerca di una relazione diversa con il pubblico: «Quello che io vado cercando è un rapporto intimo con gli spettatori. Qui c’è una vicinanza fisica che mette la musica, il cantante e la band a portata di chi è venuto qui a sentire in un modo sicuramente diverso da quello che può avvenire in uno stadio, in un palazzetto o anche in un teatro». Una decisione che non ha nulla a che fare con la ricerca del tutto esaurito: «Non è che pur di fare il sold out prendo un teatro piccolo. Lo faccio perché mi diverte».
Nelle nuove residenze il repertorio sarà costruito soprattutto attorno alle canzoni meno note. Tra i titoli citati dallo stesso De Gregori ci sono La ragazza e la miniera, I matti, Deriva, San Lorenzo, Stelutis Alpinis e Gambadilegno a Parigi. «Sono tutte canzoni che non hanno avuto una grandissima diffusione ma che io mi divertirò molto a fare. Nessuno dice che tutte le canzoni che un uomo ha scritto nella sua vita debbano essere dei capolavori. Però è roba mia, mi piace cantarla e continuare a cantarla».
In questi giorni ricorrevano anche i 50 anni da Bufalo Bill e per questo motivo gli viene chiesto come mai non abbia pensato a celebrare questo grande album, come è stato fatto l’anno scorso fino all’inizio di quest’anno con Rimmel, ma anche l’idea di questo tipo di operazione, ormai secondo lui scontata in alcuni contesti, non lo stimola a fare un nuovo tour simile, tenendo invece fede al principio di Nevergreen: «Lasciamo che i dischi compiano cinquanta, sessanta, cinquantacinque anni… No, io continuerò a fare le mie tournée, i miei giri estivi — io li chiamo di servizio — cioè faccio il cantante, quindi vado in giro a suonare. E non credo nemmeno di aver bisogno di festeggiare un disco per poter portare più gente dentro. Bufalo Bill comunque la gente la identifica come una hit, così anche Atlantide. Ce ne sono altre che invece sono meno conosciute, magari quelle lì le faccio». E ha aggiunto: «Quel disco ebbe una sorte infelice. Vendette molto meno, ma anche perché uscì due o tre giorni prima del processo del Palalido, per cui poi io mi fermai, si parlò di me in tutt’altro modo. La promozione del disco che dovevo fare dal vivo e in generale si bloccò completamente. In più io ero abbastanza demoralizzato, non mi andava più di occuparmene. Quell’episodio fu anche un danno professionale, oltre che un danno morale per me». Il riferimento è alla contestazione subita da De Gregori al Palalido di Milano nel 1976, quando alcuni militanti della sinistra extraparlamentare lo accusarono di essersi piegato alle logiche dell’industria musicale e del mercato.
Nel corso dell’incontro De Gregori ha affrontato anche il tema della creatività e della scrittura: «Saranno circa dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me. La cosa mi dispiace, ma non ne faccio un dramma. Per scrivere una canzone devi essere ispirato, non basta la tecnica. Io tecnicamente sono in grado di scrivere una canzone anche in un pomeriggio, ma se non ho l’ispirazione non la farò». Parole che non significano però indifferenza verso il presente: «Chiaramente vivo con apprensione, con dolore, tutto quello che sta succedendo adesso. Non voglio dire che questo l’avessi già previsto quando ho scritto Generale o Il panorama di Betlemme o Il vestito del violinista. Non c’era bisogno di avere preveggenza, bastava guardarsi intorno, uscire un po’ fuori dal nostro recinto dell’Europa per capire che il mondo comunque era coinvolto in guerre, massacri, ingiustizie e cose orribili. Quelle canzoni nascono allora e valgono purtroppo anche per adesso».
Il cantautore ha poi riflettuto sullo spazio che oggi viene riservato alla canzone d’autore. Rispondendo a una domanda su come sarebbe stato accolto agli inizi della carriera nel panorama musicale contemporaneo, ha osservato: «La domanda forse più precisa potrebbe essere: ‘Se tu oggi avessi vent’anni e scrivessi Rimmel, ti darebbero spazio?’. La risposta purtroppo è no, perché oggi la canzone come l’ho intesa io e come l’hanno intesa tantissimi artisti prima di me — cioè una canzone che a volte ha un’introduzione musicale, poi una strofa, poi un ritornello, poi un bridge a metà, e ha un testo che si sforza di non essere totalmente stupido — la canzone così non ha più spazio oggi. È un altro tipo di musica quella che viene premiata dall’industria e dal mercato». Una constatazione che non si traduce però in una condanna delle nuove generazioni musicali: «Io non ho nulla contro questo tipo di musica, però non mi appartiene. Non mi appartiene nemmeno come ascoltatore, se non sporadicamente. Quindi se oggi io avessi vent’anni e scrivessi anche, per dire, Rimmel, ma anche se scrivessi Yesterday, avrei dei grossi problemi».
Tra i temi affrontati anche quello degli algoritmi e delle nuove dinamiche dell’industria musicale: «Oggi spesso è l’algoritmo che decide che cosa produrre, che cosa promuovere e cosa non promuovere. Ecco, sfuggire un po’, contemperare l’algoritmo, che può essere un grande strumento in mano a chi lavora, con quelle che sono la sapienza umana e l’istinto». Una visione che affonda le radici anche nel suo percorso personale e nelle scelte compiute fin dagli inizi della carriera. Rispondendo a una domanda sul Festival di Sanremo, De Gregori ha ricordato: «Io avevo sedici anni, diciassette anni già. Pensavo di fare il cantante, scrivere canzoni, perché mi piacevano i cantautori. E si uccise Luigi Tenco. Io quella sera giurai a me stesso che non sarei mai andato al Festival di Sanremo, a nessuna condizione».
Durante la conferenza stampa De Gregori si è soffermato anche sul ruolo pubblico degli artisti: «Ho sempre un certo imbarazzo quando vedo un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, voler schierarsi in maniera così netta, apodittica, su questioni internazionali, di guerra, di cose, perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura. Il proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente». Un pensiero che il cantautore ha esteso anche ai colleghi che usano il palco per sensibilizzare il pubblico: «Per gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico su un dato… ma perché? Perché non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Springsteen gli dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo. Ma è un ruolo che non mi sento di condividere. Anche questo è diventato un po’ routine per tanti artisti». De Gregori ha spiegato di preferire affidare alle canzoni ciò che pensa del mondo: «Se lo faccio, lo faccio attraverso le canzoni che scrivo, non attraverso le cose che dico. Non mi sembra che faccia grandi proclami Bob Dylan». E ha aggiunto: «Io non li faccio perché non mi sento superiore a nessuno da potergli insegnare come si vive o come si legge un articolo del giornale o quale posizione prendere su Gaza o su Israele o su Iran. Non mi sento in grado di dare lezioni. Ho le idee confuse anch’io e mi sembra onesto avere le idee confuse». Da qui il riferimento a Walt Whitman, ripreso anche da Bob Dylan: «Per citare Dylan, per citare Whitman anzi prima di Dylan: ‘Contengo moltitudini’. Che vuol dire? Vuol dire che il mio pensiero non è totalitario e quindi non mi sento in grado di dare lezioni a nessuno e nemmeno mi va di prenderle da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema». E ancora: «Se devo andare a lezione da qualcuno, non lo so, forse un filosofo. Forse un uomo di spettacolo non ha nessun ruolo predominante. Che titoli ha?».
Quanto agli eventuali ospiti delle nuove residenze, De Gregori sembra voler cambiare formula: «A questo giro non ci saranno ospiti. Anzi, devo dirvi che a me questo rituale dell’ospite a sorpresa nel concerto mi ha un po’ stufato». Il cantautore pensa infatti più a musicisti che possano suonare per alcune serate: «Adesso questo giro mi andrebbe di più di chiedere a degli amici musicisti di venire a unirsi alla nostra band. È già successo qui a Milano per esempio con Amedeo Bianchi, che qui si trova da qualche parte con noi (era presente in sala, ndr), che ha suonato il sax. Mi piacerebbe invitare Enzo Avitabile, penso che se è libero verrà. Quando siamo stati qui l’altra volta venne anche Francesca Rapetti con il flauto traverso. E quindi mi piacerebbe più mischiare le carte sul piano della band che non fare il duetto cantato».
Infine una riflessione sul futuro e sull’idea di un eventuale ritiro: «Io posso continuare a fare concerti finché mi va di fare concerti anche se non scrivo canzoni, perché comunque canto le canzoni che ho scritto, che sono tante». E sul momento in cui deciderà di fermarsi: «In questo mestiere in pensione non si va mai. Ci si va perché o ti stacchi tu o si stacca il pubblico. Quando succederà una di queste due cose non mi vedrete più. Ma non farò nemmeno un grande annuncio prima: semplicemente sparirò». Una prospettiva che non sembra imminente. Anche perché, come ha detto lui stesso, continua a considerarsi semplicemente un cantante che fa il proprio mestiere: «Io continuerò a fare le mie tournée, i miei giri estivi, io li chiamo di servizio. Faccio il cantante, quindi vado in giro a suonare». E, soprattutto, senza ossessioni per i numeri: «Non conto nemmeno tanto le persone che vengono a sentirmi. Se sono tante sono contento, se sono poche sono contento uguale».
Ad accompagnarlo in questa nuova avventura saranno ancora Guido Guglielminetti al basso e al contrabbasso, Primiano Di Biase alla direzione artistica, all’hammond, alle tastiere e alla fisarmonica, Carlo Gaudiello al pianoforte e alle tastiere, Paolo Giovenchi alle chitarre, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e al mandolino, Simone Talone alla batteria e alle percussioni, insieme alle coriste Francesca La Colla e Cristina Greco, quest’ultima unitasi da quest’estate al resto della band nel tour per i 50 anni di Rimmel. Alla fine dell’incontro, rispondendo a una domanda sulla formazione che lo accompagnerà nelle nuove residenze, De Gregori ha voluto citare uno per uno i musicisti della band, sottolineando l’importanza del lavoro condiviso sul palco e nella costruzione del progetto Nevergreen. Una scelta precisa per seguire la propria strada e dare spazio alle sue “Perfette sconosciute”.



