09/07/2026

Goran Bregović live al Parco della Musica di Roma, il report (8/7/26)

Il musicista bosniaco porta sul palco romano la tradizione dei Balcani e quel pizzico di follia di cui tutti, dice, abbiamo bisogno

 

Quando nasci e cresci al crocevia di tre culture che tentano di convivere, la storia convulsa del tuo Paese ti appartiene come i filamenti del DNA.
Ieri sera, all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, per Roma Summer Fest, Goran Bregović ha portato questo: la frontiera balcanica, il folclore e la miscela di una terra misteriosa dove si incrociano civiltà diverse. La possibilità della convivenza nel mondo, dunque ricchezza.

Chi pratica il linguaggio musicale alla stregua della parola scandisce spesso i momenti vissuti e i passi compiuti attraverso il suono e il ritmo, e Goran Bregović ha raccontato in più di qualche occasione della sua infanzia trascorsa in un quartiere di Sarajevo dove le giornate erano marcate dal rintocco delle campane della chiesa cattolica della zona, che si alternavano a quelle della chiesa ortodossa e alle salmodie del muezzin che annunciava l’ora della preghiera islamica. Si dovrebbe uscire dal tracciato prettamente musicale per affrontare la storia di quella Sarajevo inscindibile dalla composizione di Bregović, quella piccola “Gerusalemme dei Balcani” situata nel cuore dell’Europa, prima parte di diversi imperi e poi culla dell’unione di cattolici, ortodossi e musulmani, fucina di intellettuali e artisti divenuti orfani di Tito e cittadini della Bosnia assediata dalla guerra civile. Tanto basta, tuttavia, per provare a orientarsi nel caleidoscopico mondo artistico di Goran Bregović: dopo l’esordio in patria come forza creatrice della band rock Bijelo Dugme che segna la storia della Jugoslavia, i progetti solisti e il lavoro prolifico di composizione di colonne sonore, soprattutto accanto a Emir Kusturica, il figlio di Sarajevo approda a una mescolanza ordinata di stili, sonorità, identità e paradossi che si esprimono in un repertorio estremamente peculiare e riconoscibile sin dalle prime note.

 

Sotto il cielo romano, nel caldo umido della Cavea, gli ottoni, i fiati gitani e le percussioni dell’inseparabile Orchestra per i Matrimoni e i Funerali di Bregović hanno condiviso il palco con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo diretta dal Maestro Danilo Rossi, e con il violino solista Grazia Raimondi: l’occasione è stata la seconda delle due date speciali, in Italia, del progetto sinfonico The Belly Button of the World per orchestra e coro. Ancora una volta il racconto si snoda intorno alla convivenza di popoli e religioni, in un dialogo costruttivo e illuminante che, secondo l’autore bosniaco, è ancora possibile. In circa due ore di spettacolo Bregović condensa più di trent’anni di musica che nasce dalla strada e incontra il mondo comunemente – ed erroneamente – definito colto (come se le liturgie e i canti popolari appartenessero a un rango inferiore); un concerto che ha alternato le polifonie tradizionali bulgare, le fanfare tzigane e i ritmi di danze slave al sinfonismo orchestrale, tirando i fili di una trama ora toccante e malinconica, ora inebriante e festosa. Dopo un Prologo affidato all’orchestra – e già si era intuito il livello emozionale della serata – i fiati della Wedding & Funeral Orchestra sbucano alle spalle del pubblico ed entrano in dialogo con la musica sul palco già dalla platea.

Quando Goran Bregović entra in scena, col suo consueto abito bianco, sembra di essere catapultati in un universo parallelo di condivisione e coesistenza pacifica che solo chi ha la guerra tatuata addosso riesce ad abitare con tale gioia e inscalfibile ottimismo. “Stasera suoneremo un po’ di tutto”, annuncia in italiano, a sottolineare fin da subito l’aspetto poliedrico della sua musica, e il ritmo parte incalzante con Ciribilibela. Dopo La notte di San Bartolomeo estratto dalla colonna sonora de La Reine Margot, si entra nel vivo di Belly Button con il tema musulmano, che nel disco (2023) convive col tema ebraico e con quello cristiano. Il violino, strumento tra le mani di un giovane Goran nel suo primissimo approccio alla musica e molto presto abbandonato, è il protagonista di un dialogo multietnico che abbatte la distanza culturale, religiosa e politica e unisce naturalmente ciò che nella realtà sembra essere così distante. Con lo stesso spirito prosegue un viaggio musicale ricco e fascinoso che passa dalla title track Belly Button of the World alla collaborazione con Iggy Pop in The Death Car, colonna sonora di Arizona Dream, fino all’anticipazione del disco di prossima uscita con Uzo And Banana. A quel punto buona parte della Cavea si è già riversata a ballare sotto il palco. Prima dei saluti finali, affidati all’eterna Ederlezi e al bosniaco canto di guerra Artiglieria, Bregović omaggia l’Italia con Il Pescatore, un perfetto De André ricontestualizzato nei Balcani, e con una versione di Bella Ciao condivisa in un’unica voce col pubblico. In chiusura, sulla pirotecnica Kalashnikov, alza il bicchiere e brinda alla nostra salute, con gli occhi che ridono e il solito, immancabile monito: “chi non diventa pazzo non è normale!”.

Si va via, dopo uno spettacolo tanto prezioso, con l’anima appagata, la testa piena di domande e la consapevolezza di quanto sia necessario, oggi, che qualcuno ci ricordi che coesistere è possibile, e imparare a farlo in pace anche.

Goran Bregovic -Auditorium Roma

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