16/08/2026

Florence Welch, una ninfa contemporanea allo Sziget Festival 2026

Da Everybody Scream a Free, Florence Welch attraversa quasi vent’anni di carriera e porta sull’isola la sua personale mitologia trasformando il concerto in un rito di libertà collettiva

 

È vestita di rosso, ha i capelli sciolti e selvaggi, ed è scalza. Così Florence Welch fa irruzione sul palco dello Sziget 2026. Ninfa contemporanea che inaugura il concerto con Everybody Scream, title track dell’ultimo disco dei Florence + The Machine. Un’apertura che non concede tempo all’attesa, una dichiarazione di intenti, un grido di liberazione collettiva che trova immediatamente casa in un pubblico come quello dello Sziget, arrivato lì per lasciarsi attraversare dalla musica prima ancora che ascoltarla. Con Shake It Out sembra quasi voler bruciare le tappe della celebrazione. Florence non costruisce lentamente il rapporto con il pubblico: lo pretende subito, con una naturalezza disarmante. Il suo è un concerto che chiama il corpo a esserci come del resto dimostrano la teatralità che attraversa ogni brano e il corpo di ballo che la accompagna per tutta la durata dello spettacolo. Più che ballerine, creature del bosco, fate al servizio di una sacerdotessa pagana, impegnate a trasformare il palco in un rito collettivo.

La parte centrale del live alterna continuamente passato e presente. Brani storici come You’ve Got the Love, Howl e Never Let Me Go convivono con le nuove canzoni senza alcuna frattura, come se tutta la sua carriera fosse il racconto di un’unica lunga e incessante ricerca che del resto nasce e fluisce con pochissime pause fin dal 2007.  L’energia e la tensione crescono sulle note di What Kind of Man, un’esplosione rock che, nella parte finale eseguita quasi interamente a cappella, assume un carattere ancestrale e spirituale. Quando Florence conclude il brano mimando il gesto di una pistola puntata alla tempia, il simbolismo della canzone diventa gesto teatrale. È uno dei momenti più intensi dell’intero concerto, preludio alla deflagrazione di One of the Greats, che porta definitivamente il live al suo punto di massima intensità. Altro cuore pulsante dello spettacolo arriva però con King, una sorta di confessione pubblica con cui Florence affronta il tema della maternità, della vocazione artistica e dell’identità femminile con una sincerità che raramente si incontra nella musica pop contemporanea. È il momento in cui l’artista lascia spazio alla donna e trasforma la vulnerabilità in forza creativa. Non c’è retorica, solo una presenza scenica così autentica da rendere quasi impossibile distogliere lo sguardo. Violino onirico e atmosfere sospese sono invece i tratti distintivi di Sympathy Magic, il brano con cui Florence scende dal palco, attraversa il corridoio di sicurezza e si immerge tra il pubblico, sfiora le mani tese verso di lei, poi si ferma ad abbracciare una ragazza con una dolcezza disarmante, continuando a cantare a cappella “Come on, come on…”. Per qualche istante il concerto sembra interrompersi e trasformarsi in un episodio di profonda umanità.

Il finale è costruito con la consapevolezza di chi conosce perfettamente il peso emotivo delle proprie canzoni. Dog Days Are Over resta il momento più atteso, quello in cui Florence corre, salta e danza senza risparmiare un grammo di energia, trascinando con sé l’euforia di oltre settantamila persone. Ma la scelta di chiudere con Free modifica il senso dell’intero epilogo. Non si esce dal concerto con l’euforia di una festa appena conclusa, ma con la sensazione che la libertà non sia uno stato d’animo momentaneo, bensì una conquista da difendere ogni giorno.
Alla fine viene spontaneo chiedersi, parafrasando uno dei suoi brani: “what else?” Cos’altro può servire, se una donna scalza vestita di rosso, armata soltanto della propria voce, di parole che parlano di pace e di una musica capace di unire il terreno al trascendente, riesce a lasciare oltre settantamila persone senza fiato, sospese in un lungo silenzio sacro e condiviso?

Florence Welch_Sziget 2026

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