28/08/2026

“Timeless”, tutte le ere di Prince in un viaggio fuori dal tempo

prince timeless

Dal ragazzo prodigio di Minneapolis all’ultima notte al Fox Theatre: il tempo di Prince raccontato in dieci brani in “Timeless”

Tra gli artisti più visionari del ‘900 è impossibile non nominare Prince e ne è testimonianza, oltre all’incredibile lascito artistico, il vuoto lasciato dalla sua scomparsa ormai 10 anni fa. Tra le sue innate doti com’è noto c’è sempre stata un’insaziabile produttività, talento che lo ha portato nel tempo a scrivere centinaia di brani la stragrande parte dei quali rimasta nascosta nel suo archivio dal quale, di tanto in tanto, chi gestisce oggi il suo patrimonio artistico ci regala un pizzico.

E dopo due anni di silenzio quasi innaturale per gli standard del post-Prince – i primi due, dal 2016 in poi, senza un solo inedito a bussare alla porta – il Vault torna finalmente a spalancarsi. Non un frammento isolato, non l’ennesima deluxe edition da collezionisti, ma un vero attraversamento: dieci registrazioni che da sole raccontano quasi quarant’anni di carriera, dal ragazzo prodigio chiuso in uno studio di Minneapolis fino a una delle sue ultime apparizioni dal vivo. Si chiama Timeless, ed è un titolo che suona quasi come una dichiarazione d’intenti prima ancora che come il nome di un disco.

Non è un caso che arrivi proprio ora. Dietro questa uscita c’è una storia fatta di gestioni cambiate, progetti abortiti e un braccio di ferro durato anni con Netflix per quel documentario monstre – nove ore, firmato Ezra Edelman, che prima o poi vorremmo tanto vedere – che l’Estate ha infine deciso di affondare piuttosto che vederlo uscire in una forma non condivisa. “The Vault Has Been Freed”, avevano scritto sui social ufficiali quando l’accordo è saltato, e a distanza di tempo quelle parole assumono oggi un significato molto più concreto: la libertà ritrovata di raccontare Prince a modo proprio, senza mediazioni esterne, ripartendo dal materiale più puro che l’Estate possieda, la sua musica.

Ma come suona Timeless? È un disco che trasuda Prince da ogni poro, quasi interamente suonato da lui, in diverse sfumature e in diverse decadi, senza filtri. Va apprezzato il lavoro fatto sulle tracce più datate a livello di suono: pur trattandosi di un disco assemblato, senza un’idea unitaria alla base (com’è normale che sia per una raccolta che pesca da quasi quarant’anni di archivio, per altro atipica avendo un brano live incluso), non si ha mai la sensazione di ascoltare scarti dimenticati nel tempo o rifacimenti che non aggiungono nulla all’originale, pure essendoci episodi meglio riusciti di altri.

Ad apertura c’è I Am You: che tiro, che suono, super seventies, che voce, quasi Motown. Il brano riporta indietro al 1977 ed è incredibile pensare che Prince avesse meno di 20 anni quando lo scrisse.
Heaven cambia decisamente registro: drum machine, funk, chitarre, percussioni elettroniche che aprono il brano e lasciano trasparire subito la matrice compositiva dell’epoca in cui fu scritto, un tratto molto affine a certi episodi di Purple Rain, su tutti When Doves Cry, con quel giro di basso attorno a cui tutto ruota. È una registrazione inedita del 26 maggio 1985 ai Sunset Sound di Hollywood; venne poi presa in considerazione per il progetto cinematografico The Dawn, insieme ad altri brani come God Is Everywhere e All My Dreams, ma il film fu abbandonato e la canzone non trovò più posto in nessun album successivo. I Wonder, registrata nell’agosto 1989 ai Paisley Park Studios, dai tratti quasi gospel con forti venature funk, regala un bellissimo solo di piano. Su Stone, secondo singolo anticipatore uscito in digitale, si respira pieno mood anni ‘90. Nota anche come Nothing Left 2 Give, nasce da un pezzo scritto originariamente da Sandra St. Victor, Tom Hammer e Jules Van Veen, poi rilavorato da Prince con testo e musica aggiuntivi nella primavera del 1995 ai Paisley Park Studios. Il brano fu preso in considerazione per Playtime By Versace e per una configurazione del 1996 di Emancipation, mentre St. Victor pubblicò la sua versione originale nel 2018 nell’uscita digitale Sanctuary. Segue Calabama, travolgente, funky fino al midollo, ancora trombe, sorretta da un basso che cavalca. Il brano fu registrato il 21 gennaio 2003 ai Paisley Park Studios e sarebbe stata presumibilmente la title track di un album inedito su cui Prince stava lavorando prima di Musicology. Le note di copertina accreditano alla batteria John Blackwell e ai corni Greg Boyer, Adrian Crutchfield e Lynn Grissett, ma qui si apre un piccolo enigma cronologico: né Crutchfield né Grissett risultano aver lavorato con Prince prima del 2012, quando entrarono nella sezione NPG Hornz, il che rende difficile conciliare i crediti con la data di registrazione dichiarata, a meno di sessioni aggiuntive non documentate.
Arriva poi Bestest Friend: trombe, piano percussivo, il groove tipico di Prince. Un brano datato 2012, con il giusto tiro, chiuso da un bel solo all’unisono.

Scelta insolita, infine, quella di chiudere con How Come U Don’t Call Me Anymore?, essendo l’unico brano non da studio della raccolta. Ma ascoltandola si capisce bene il perché: viene fuori tutta la grandezza di Prince, una voce dal vivo impressionante, il modo in cui il pubblico risponde, con solo voce e tastiera in apertura fino all’esplosione della band. È tratta dall’ultimo spettacolo del 14 aprile 2016 al Fox Theatre di Atlanta, l’ultima esibizione live di Prince, brano che secondo quanto riportato stava valutando per una pubblicazione proprio negli ultimi giorni della sua vita. The Guilty Ones, datata 2007, resta invece la traccia più misteriosa della raccolta: non è confermata la partecipazione di altri musicisti, inclusa l’eventuale formazione live di Prince di quell’anno, per cui viene considerata qui una registrazione solista. Il testo era già apparso nel libro “21 Nights” del 2008, ma solo dopo la scoperta del titolo su un nastro del Vault, in seguito alla morte dell’artista, si è avuta la conferma che provenisse effettivamente da un brano compiuto.

Tra le nove tracce in studio, due sono versioni precedenti o alternative di brani già pubblicati in vita: Tick Tick Bang e With This Tear. La prima, poi decima traccia di Graffiti Bridge (1990) e presente anche nel film omonimo, ha una genesi lunga: le basi furono registrate nell’estate del 1981 nel Kiowa Trail Home Studio di Chanhassen, nello stesso periodo di Controversy e Poppa Grooves, per poi essere riregistrata da zero nel 1989 ai Paisley Park Studios con testi in gran parte nuovi; contiene inoltre un campionamento non accreditato di Little Miss Lover di The Jimi Hendrix Experience. With This Tear, invece, resta l’unica ballad del disco: scritta, prodotta e suonata interamente da Prince a Paisley Park nel novembre 1991, fu poi interpretata da Celine Dion nel suo album omonimo del 1992. Pubblicata come primo singolo anticipatore il 20 aprile 2026, proprio alla vigilia del decimo anniversario della morte dell’artista, ha ricevuto un remix e un nuovo mastering dallo storico collaboratore Chris James

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