Cisco: “La musica italiana ha perso credibilità. Servono nuovi Guccini, non tribute band”
Cisco riceverà a ottobre al MEI un premio alla carriera e confessa di non aver mai creduto molto nei riconoscimenti musicali. Lo interpreta però come un tributo collettivo, condiviso con chi ha lavorato con lui e con il pubblico che lo ha seguito per trentacinque anni
A pochi mesi dal ritiro di un premio alla carriera che arriverà il prossimo ottobre, Cisco – ex voce dei Modena City Ramblers e da tempo solista indipendente – si racconta senza filtri. Trentacinque anni di musica, di scelte controcorrente e di un rapporto quasi viscerale con il pubblico, raccontati in un’intervista che scava nel presente fragile della scena musicale italiana. L’occasione è il prestigioso premio “PIMI – Premio Italiano Musica Indipendente 2026″ che Cisco ritirerà sabato 3 ottobre durante l’edizione 2026 del MEI – Meeting delle Etichette Indipendenti.
Il primo pensiero, di fronte al riconoscimento, è quasi di stupore: «Ti confesso che non sono mai stato uno che ha creduto tanto nei premi, soprattutto musicali. È una cosa che non mi ha mai affascinato più di tanto. Poi ovviamente capita, ti arriva un premio così dopo trentacinque anni di storia, di musica, di lavoro fatto a diversi livelli, e dici: beh, alla fine è anche in qualche modo un premio alla carriera, a quello che uno ha fatto in questi anni. Mi piace pensare che sia un premio collettivo, condiviso con tutta la gente con cui ho lavorato e con chi in questi anni ha continuato a seguire quello che faccio, nonostante tutto».
Una carriera che, sottolinea, si è sempre mossa nei binari dell’indipendenza, anche quando sulla carta non lo era: «Quando eravamo con i Modena (City Ramblers ndr) avevamo un contratto discografico vero e proprio, ma forse eravamo ancora più indipendenti, perché eravamo un gruppo che la casa discografica non sapeva bene come gestire. Ogni cosa che ci proponevano noi la rimbalzavamo. Un gruppo che ha rifiutato due volte Sanremo, che ha rifiutato di fare da spalla agli U2 nello storico mega concerto di Reggio Emilia degli anni Novanta. Eravamo completamente indipendenti anche sotto contratto e lo sono stato sempre di più da quando ho iniziato la mia carriera solista, dove i contratti non li cercavo, non li volevo e non sapevo cosa farmene. Ho imparato a muovermi con le mie gambe e con la mia testa, sfruttando anche i canali che oggi il mondo tecnologico offre, il crowdfunding su tutti: un metodo per fare dischi rimanendo assolutamente indipendenti, servitori solo del pubblico che ti segue e si fida di quello che hai fatto nella tua storia».
Un modello che, per certi versi, riporta indietro nel tempo, al rapporto diretto tra artista e fan che si consumava al banchetto del merchandising dopo un concerto: «È la cosa che io faccio principalmente da sempre, sia con i Modena, quando avevamo migliaia di persone che ci seguivano, sia adesso. La prima cosa che facevo finito un concerto era scendere e andare a salutare le persone, firmare autografi, fare foto. Ed è ancora la prima cosa che faccio quando scendo dal palco, perché credo sia una grande forma di rispetto verso chi è venuto a vederti, chi ha fatto chilometri per te, a volte pagando un biglietto. Senza di loro noi non vivremmo. Io canto in maniera indipendente quello che penso e che sento, ma se non avessi il feedback del pubblico, che sente le stesse cose che sento io, magari con nuance diverse, alla fine per cosa faremmo questo lavoro? Forse non lo faremmo per nulla. I grandi artisti magari non possono permettersi questo, si basano su vendite discografiche e non hanno la possibilità di incontrare il pubblico direttamente. Per me è una cosa spontanea, che ho sempre fatto e continuerò a fare finché potrò, perché è la linfa vitale per proseguire a fare come si deve questo lavoro». Certo, ammette, dipende anche dal carattere: «C’è l’artista introverso che ama suonare davanti al pubblico ma magari si trova in imbarazzo nel contatto diretto. Per me questa cosa non vale, io riesco a gestire anche quella fase, che mi dà grandi energie, ma capisco chi per questioni caratteriali non ce la fa».
Il discorso si sposta poi su un tema che a Cisco sta particolarmente a cuore: il coraggio, o la sua assenza, nel prendere posizione attraverso la musica: «Su questa cosa ho un po’ il dente avvelenato. Credo che gli ultimi vent’anni siano stati fatti quasi per sfuggire da certe tematiche, per non essere troppo etichettati, troppo spinti da una parte. Credo invece che sia importantissimo prendere posizione. Nei giorni scorso abbiamo salutato la figura forse più emblematica della cultura musicale italiana, uno che diceva le cose come stavano e non aveva timore nel prenderle attraverso la canzone e i suoi testi: Guccini. Il Maestrone, non solo perché era grande e grosso, ma perché ha insegnato come fare musica e come scrivere testi a generazioni di musicisti. Vorrei che le nuove generazioni prendessero spunto molto più da uno come lui. Ci lamentiamo tanto della situazione sociale, della politica, però non abbiamo il coraggio di cantarlo e di scriverlo nelle nostre canzoni. Io continuo a farlo nel mio piccolo e lo farò sempre, perché sono fatto così. Ma se non avete voglia di ascoltare me, ascoltate i maestri, ascoltate chi ha fatto scuola in questo. Francesco Guccini deve essere un punto di riferimento anche per questo, per le nuove generazioni. E allora tornerà a essere credibile anche la musica italiana, che adesso non lo è. Per me adesso la musica italiana ha perso completamente la sua credibilità. Siamo pieni di reel sui social dove c’è gente che prende posizioni durissime sulla situazione politica e sociale italiana, ma non c’è nessun cantante che riesca a fare la stessa cosa in musica. Forse chi aveva davvero l’urgenza di creare dibattito non fa più dischi, perché la musica ha perso questo contenuto e fa contenuti sul web. Ed è un peccato».
Un paradosso che, fa notare, dimostrerebbe l’esistenza di un mercato potenziale anche secondo le logiche più commerciali, a mancare sarebbe piuttosto l’artista disposto a esporsi. «Bisogna essere dentro le cose per cantarle, non farlo per moda o perché il mercato lo richiede. C’è sempre più gente che non ha voglia di mischiarsi con certe tematiche, ed è quello che mi fa più male. In un contesto italiano dove la musica e le case discografiche non contano più nulla, ce l’hai una rabbia dentro che ti muove, che ti fa venire voglia di scrivere la nuova “La locomotiva”, la nuova “L’avvelenata”, la nuova invettiva sulla società italiana? Non c’è nessuno che ha questa forza, questa volontà. Per me è abbastanza disarmante».
L’altra faccia della medaglia, secondo Cisco, è la crisi dei luoghi dove la musica dovrebbe nascere e crescere: i piccoli locali. «La mazzata finale è stata data dal Covid. È venuta a mancare la rete di locali dove ti davano la possibilità di suonare, magari con due lire, ma ti mettevi lì a confronto con un pubblico che poteva essere di dieci persone, poi crescere, se eri bravo e avevi una proposta importante. Quella rete di posti dove fare la gavetta è sparita. Oggi, se un gruppo piccolo si propone a un club, quello che gli chiedono è quanta gente porta, quale ritorno economico può garantire, e se fa cover. Credo che ci servirebbe una legge che incentivi i locali a fare musica d’autore, di gente che propone la propria musica e non solo cover band, magari con incentivi fiscali. Solo così potrebbe ripartire una scena musicale. Oggi per me la scena musicale non esiste, sono tutti spostati sui talent e da un talent ne esce uno buono ogni dieci anni. Negli anni Novanta un’etichetta come la Polygram mise sotto contratto i CSI, i Negrita, i Modena City Ramblers: gruppi che ancora oggi sono qui a fare musica e hanno scritto un pezzo di storia. Quel coraggio nelle case discografiche non c’è più, ma da qualche parte deve tornare la voglia di far sentire la propria musica, e non solo di fare cover di altri gruppi».
Ed è su questo ultimo punto che Cisco chiude con una frecciata netta, senza mezzi termini: «Io mi rifiuto di andare a vedere un gruppo che fa cover. Le tribute band bisognerebbe smettere di andarle a vedere. Che senso ha andare a vedere un gruppo, per quanto bravo, che mi rifà “The Wall” dei Pink Floyd? Che cosa me ne frega? Io voglio sentire quella gente che fa le proprie canzoni, la propria musica, con la propria testa, per capire davvero cosa pensano e cosa hanno in testa».










