Steven Wilson torna con “Requiem For A Village”: fuori il singolo che anticipa il disco
Dallo spazio profondo al fango rurale: la fuga dal presente di Steven Wilson
In un’epoca in cui la produzione musicale rincorre l’algoritmo e una lucentezza digitale quasi asettica, vedere Steven Wilson fare un passo indietro verso il fango e l’errore umano ha il sapore di una liberazione. Chi segue da decenni il musicista britannico sa bene quanto la sua figura sia legata all’ossessione per il dettaglio sonoro e per la pulizia maniacale del missaggio. Proprio per questo la genesi del suo nono album in studio spiazza e incuriosisce, segnando una rottura evidente con le traiettorie del recente passato.
Se con il precedente The Overview lo sguardo si spingeva verso le solitudini cosmiche dello spazio profondo, Requiem For A Village sceglie un movimento contrario, ritirandosi in una comunità rurale immaginaria e fuori dal tempo. Il disco, in uscita il 6 novembre 2026 per Fiction Records e Virgin Music Group, nasce dal rifiuto dichiarato dell’intelligenza artificiale e dei filtri correttivi da studio. Al loro posto Wilson ha voluto sintetizzatori analogici imprevedibili, accordature imperfette e persino strumenti suonati senza padronanza tecnica, come oboe, violino e batteria, per riscoprire lo stupore dell’imprevisto.
“Volevo tornare a un tipo di musica in cui si possano sentire le impronte digitali metaforiche. Insistere sui gesti umani e sulle imperfezioni della musica, su quelle cose che non possono essere create attraverso un software. Per esempio, utilizzare esclusivamente sintetizzatori analogici, con tutta la loro imprevedibilità, oppure non avere strumenti perfettamente accordati. Ma questo mi ha portato anche a prendere in mano il violino, l’oboe, o a provare a suonare la batteria, suonando cose che in realtà non so suonare, ma riuscendo comunque a ricavarne qualcosa che mi ha ispirato in modi che non mi aspettavo. Affrontare la musica con un senso di innocenza e vedere dove mi avrebbe portato. E mi ha portato al villaggio” ha raccontato Wilson.

Il risultato si annuncia come un viaggio affascinante dentro le suggestioni del folk horror britannico, sospeso tra le atmosfere di The Wicker Man, i racconti spettrali di M. R. James e le visioni pittoriche di Stanley Spencer. Ad arricchire questo microcosmo surreale interviene una parte recitata scritta da Andy Partridge degli XTC e affidata al timbro di David Tennant. Accanto a Wilson compaiono compagni fidati come Randy McStine e il batterista Russell Holzman, insieme al tocco vocale di Katherine Priddy nel brano Murmuration.
Il primo singolo omonimo, accompagnato dal video dal vivo della Village Session, chiarisce subito che non ci troviamo davanti a un’operazione nostalgica fine a se stessa. Il pezzo macina una linea di basso incalzante e chitarre abrasive che sfociano in un crescendo apocalittico, dove l’attrito delle mani sugli strumenti restituisce quel calore organico che troppo spesso manca alle produzioni contemporanee. Tra i dodici brani in scaletta si intuisce la volontà di recuperare una vulnerabilità tangibile, fatta di gesti imperfetti e impronte digitali che nessun software potrà mai replicare.
In attesa dell’uscita nei vari formati fisici e degli eventi esclusivi di pre-ascolto previsti a Roma e Milano a inizio ottobre, la sensazione è che Wilson abbia trovato la risposta più sensata alla saturazione tecnologica del nostro tempo. Non rifugiarsi in un passato rassicurante, ma accettare l’imprevisto e il limite umano come unica vera scintilla creativa.


