16/09/2026

“Hope Is the Thing with Feathers”, Rhiannon Giddens e un album che suona come l’America più vera

Rhiannon Giddens trasforma folk, blues e memoria in un album che suona umano, diretto e profondamente vero

C’è un modo in cui è possibile riconoscere l’America senza bisogno di alcuna bandiera: Il suo suono, quello che nasce dall’incontro, dalla distanza, dalla migrazione e dalla memoria. È una musica che arriva da molte direzioni e che, proprio per questo, non ha mai una sola faccia: porta dentro il respiro della terra, il colpo delle mani, il legno degli strumenti e le tracce di culture che si sono sfiorate, mescolate, contaminate. Dentro questa geografia sonora Rhiannon Giddens si muove con naturalezza assoluta, perché da anni ha scelto di trattare la tradizione non come un recinto, ma come una materia viva da rimettere in circolo. 

Hope Is the Thing with Feathers è esattamente questo: un disco che non si limita a evocare le radici della musica americana, ma le fa risuonare. La registrazione dal vivo, fatta a The Cypress House in Louisiana tra il 2024 e il 2025, con poche sovraincisioni e senza fronzoli, è la sua prima dichiarazione d’intenti: qui si cerca l’energia reale di persone che suonano insieme nello stesso spazio. Si sentono il battito dei piedi, i rumori di fondo, le voci tra un’esecuzione e l’altra, parte integrante del suono, come se la stanza stessa facesse parte dell’ensemble. Questa scelta non è solo estetica, è anche concettuale: Giddens ha spiegato che il disco nasce dall’idea di persone che si uniscono e si sostengono a vicenda e che l’immagine della musica americana per lei passa attraverso Louisiana, Congo, Italia e Caroline, luoghi e provenienze diverse che, messe in relazione, costruiscono qualcosa di più grande della somma delle parti.

E qui sta uno dei suoi aspetti più forti: il disco può parlare con la stessa autorevolezza a chi ama il folk più puro e a chi, da ascoltatore rock, cerca ancora un’opera che abbia corpo e identità. Angel Fire Rise apre con una nitidezza quasi programmatica: banjo e violino fissano subito il paesaggio con naturalezza. È un’apertura che fa capire subito il carattere del disco, folk come se piovesse, ma senza alcun manierismo. La title track arriva come uno dei momenti più intensi del lavoro: ispirata a Emily Dickinson, porta dentro una dolcezza inquieta, una luminosità attraversata da ombra e la fisarmonica del nostro Francesco Turrisi la rende ancora più profonda, più sospesa, quasi visionaria. Step Away Blues va dritto al punto con un blues granitico, mentre Wish in Vain nasce dalla crisi dei rifugiati nel mondo e riesce a trasformare un tema enorme in una canzone che non perde mai calore umano. È un brano malinconico, sì, ma non freddo; anzi, sembra costruito proprio per tenere insieme dolore e prossimità, distanza e compassione. Carolina Rain, il singolo, è forse il punto in cui il disco si apre di più verso una forma di immediatezza quasi pop: il banjo e le linee del violino lo fanno volare, la scrittura è limpida, il ritornello ha una presa immediata, e sotto c’è anche una riflessione semplice ma efficace su amore, denaro e tempo che passa. È uno dei brani più accessibili del lotto.

La seconda parte del disco consolida questa impressione di grande cura nel dosare intensità e respiro. High on a Mountain, nella rilettura di Ola Belle Reed, acquista una forza quasi spirituale e si chiude in a cappella, con un effetto di spogliazione emotiva notevolissimo. Freight Train, di Elizabeth Cotten, conferma la scelta di riportare al centro la forza della forma pura, senza abbellimenti inutili. E Walk with Me, duetto con la sorella Lalenja Harrington, è uno di quei momenti che fanno venire la pelle d’oca proprio perché resistono a ogni tentazione di sovrapproduzione: due voci, nient’altro e basta questo per dare al pezzo una verità disarmante.

In conclusione, Giddens confeziona un disco con una cura incredibile delle dinamiche e dei suoni, con ogni elemento che sembra stare al posto giusto, pur senza la sensazione di un controllo asfissiante; al contrario, tutto è calibrato per far emergere il suono naturale degli strumenti e la relazione tra le persone che li suonano. È un album super contaminato, certo, ma dalla matrice e dall’intento granitico: la contaminazione non è mai dispersione, è organizzazione del materiale dentro una visione molto coerente. Per chi ama il rock e le sue versioni più sincere, questo è un album che parla la stessa lingua della sostanza, dell’energia e del suono che resta addosso. E per chi cerca nella musica una forma di verità più che un esercizio di stile, è uno di quei dischi che si impongono con discrezione e che è un piacere ascoltare come si faceva una volta: seduti, ad occhi chiusi.

Rhiannon Giddens

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