Anna Castiglia racconta “La paura in tasca”: “Bisogna rendere materiali le paure, tascabili, piccole”
Abbiamo incontrato Anna Castiglia in occasione dell’uscita de “La paura in tasca”: «Quando sei una donna nella musica, l’estetica è la prima cosa che emerge»
La paura, per Anna Castiglia, non è qualcosa da eliminare. È un oggetto da prendere in mano, osservare e imparare a portare con sé. «Bisogna rendere materiali le paure, tascabili, piccole, innocue», ci dice parlando del suo nuovo album, La paura in tasca, uscito oggi 25 settembre per Numero Uno/Sony Music Italy. Un titolo che coincide con quello dell’ultima canzone e che riassume il senso di un disco nato dalla necessità di convivere con l’inquietudine, invece di lasciarsene paralizzare. «La paura è sempre lì, un po’ nascosta», continua Anna. Puoi ignorarla, buttarla per strada rischiando che diventi pericolosa oppure tirarla fuori ogni tanto, come un accendino o il telefono. È un’immagine semplice e molto concreta, ma contiene il movimento dell’intero album: ciò che ci spaventa può diventare un peso, oppure una scintilla. Nel caso di Anna, anche il motore che la spinge a scrivere e a fare musica.
La paura in tasca arriva dopo l’esordio Mi piace, premiato con la Targa Tenco per la miglior opera prima, e affronta il passaggio più complicato per una cantautrice: quello del secondo disco, quando la libertà iniziale deve fare i conti con le aspettative. «La più severa poi sono io», ammette. Nessuno le ha imposto una direzione precisa, ma la pressione può diventare interiore: un giorno c’è la voglia di inserire un brano afrobeat, seguire un’intuizione, assecondare un gusto; il giorno dopo arriva la voce che suggerisce di fare qualcosa all’altezza delle aspettative generate dal primo album. È una lotta continua, e il nuovo disco nasce proprio dentro questa tensione. Non prova a risolverla fingendo che non esista. La trasforma in materia musicale, in ironia, in confessione, in una successione di canzoni che non rinunciano alla varietà ma trovano una direzione comune. Il lavoro è partito da una ventina di brani. Anna è arrivata in studio in una fase ancora preliminare, intenzionata a non chiudersi da sola nella propria stanza. «Volevo fare questo lavoro di scrematura insieme ad Alessandro Di Sciullo e Ramiro Levy», racconta. I due produttori le hanno chiesto di ascoltare tutto, anche i pezzi più vecchi. Così sono tornate alla luce Alito Sonoro e La nuova stagione, scritte nel 2017 e inizialmente lontane dall’idea di una pubblicazione.
«Abbiamo fatto un grande ascolto del mio passato e di tutto quello che avevo», spiega. Poi sono arrivati la selezione dei testi, gli arrangiamenti, la produzione di molte più canzoni rispetto a quelle finite nel disco e un’ulteriore scelta finale. Il risultato di questo processo è un album più sintetico rispetto all’esordio. «Volevo mantenere la varietà, perché fa parte della mia scrittura», dice Anna, ma questa volta l’obiettivo era unificare tutto attraverso un metodo comune. La sintesi, però, non significa impoverimento. Al contrario, La paura in tasca è un disco ricchissimo di stili e suoni: rock, funk, pop, musica latin, suggestioni brasiliane, momenti più intimi e improvvise aperture teatrali. La differenza è nella misura. Le canzoni contengono molto, ma la produzione non le appesantisce. Le chitarre, i ritmi e gli arrangiamenti restano al servizio della scrittura. L’apertura di Insisto perché esisto è esemplare. Il suono è secco, quasi rock, costruito sull’incastro tra chitarre e ritmo, con una crescita costante fino alla fine. È un ingresso immediato, quasi fisico, che mette in chiaro la natura del disco. Anna non si presenta come qualcuno che ha superato ogni insicurezza: insiste perché esiste e l’esistenza stessa diventa un atto di resistenza.
In Niente di me la dimensione personale si allarga fino a diventare generazionale. Il brano parla della sensazione di non corrispondere alle aspettative, della fatica di crescere e della difficoltà di riconoscersi dentro un’identità già confezionata. Anna, però, non parte dall’idea di raccontare una generazione: «Metto su carta quello che penso che passi per la mia testa, sperando che possa toccare qualcuno», spiega. La condivisione arriva dopo, quando l’ascoltatore trova nelle sue parole qualcosa che gli appartiene. La stessa sincerità attraversa Se ti guardo come gli altri ed È tanto che non dico ti amo, che apre una parentesi sentimentale dentro un album spesso attraversato dalla critica e dal disincanto. Ma anche nei momenti più scopertamente emotivi Anna evita il tono ornamentale. La sua scrittura rimane concreta, capace di passare da una frase dolorosa a una soluzione ironica senza spezzare il filo.
In Alito Sonoro, brano di quasi dieci anni fa, il passato viene riportato nel presente attraverso la riscrittura di una strofa. «Quella del sasso che avrebbe parole per definire un bambino che muore», racconta Anna, è stata aggiornata con un riferimento diretto all’amaro episodio del “Definisci bambino”. Il testo conserva così la propria dimensione universale, ma acquisisce un nuovo peso. «Il tema del linguaggio è molto presente rispetto a quando l’ho scritta», osserva.
Ho finito i pezzi latin è invece uno dei momenti più ironici e musicalmente più movimentati del disco. I Selton entrano come un cameo e giocano con la passione di Anna per le sonorità latinoamericane e brasiliane: «Volevo che me lo dicessero loro, perché se non lo dicono loro chi lo deve fare?», dice riferendosi alla battuta sull’appropriazione culturale contenuta nel brano. La questione viene affrontata senza moralismi. Anna ricorda la babysitter brasiliana che, da bambina, le ha fatto conoscere quella musica e il successivo incontro con la chitarra classica e il latin. La canzone conserva il tono scherzoso, ma non è vuota: dentro il gioco c’è la consapevolezza del rapporto tra influenze, memoria e posizione culturale.
In Scema il bersaglio è invece ciò che ci viene imposto in nome dell’educazione, dell’appartenenza o del decoro. Il padre evocato nel testo non è necessariamente il padre biologico e non è per forza un uomo: è una figura paternalistica che ci ha messo addosso dei vestiti. A un certo punto si può riconoscere l’affetto per ciò che ci ha cresciuti e, nello stesso tempo, capire che quella forma non è la nostra.
«Devi avere il coraggio di essere per come vuoi», afferma Anna. È un passaggio che riguarda anche la condizione delle donne nella musica, spesso osservate prima per l’estetica che per i contenuti. «Quando sei una donna nella musica è la prima cosa che emerge, l’estetica», dice. Il problema è che l’immagine arriva prima dei testi, della musica, della voce. I cori del collettivo Canta fino a dieci, di cui Anna fa parte, trasformano il brano in una risposta corale.
Questa mobilità ritorna nell’immaginario visivo, curato da Anna insieme a Filippo Rossi di Galattico. Carta, cartone e ombre cinesi costruiscono un mondo materico, fragile e artigianale. La paura, come in un teatro d’ombre, nasce da qualcosa di piccolo che, proiettato nella nostra mente, diventa enorme. Non è l’oggetto a essere realmente minaccioso: è la distanza che gli attribuiamo a trasformarlo. Anche il live dovrà trovare un equilibrio tra musica e teatro. Anna sta preparando un nuovo allestimento con un mese intero di prove, una modalità diversa dal passato, quando lo spettacolo veniva costruito gradualmente nel tempo. Il nuovo disco ci sarà tutto, il primo solo in parte, mentre resta da capire come reinserire gli elementi teatrali senza renderli «troppo stucchevoli o ripetitivi». La paura in tasca è un album pieno di direzioni, ma non privo di centro. La produzione dosa gli elementi, la scrittura tiene insieme profondità e leggerezza, gli ospiti entrano come figure di passaggio e il visual rende visibile ciò che le canzoni raccontano. Alla fine, la paura resta. Non viene sconfitta e non deve esserlo. Anna la mette in tasca, la porta con sé e la consulta quando serve. È una presenza scomoda, ma anche il piccolo carburante che permette di andare avanti. E in un disco così personale, ricco e poco derivativo, questo basta a trasformarla in una compagna di viaggio.
