Addio a Dolly Parton, la Regina del Country
L’icona americana, tra le cantautrici più note e amate negli Stati Uniti, si è spenta a Nashville. Aveva 80 anni
Raccontare la storia di Dolly Parton misurerebbe qualunque autore con la stesura di un lunghissimo testo facilmente accostabile alla sceneggiatura di un lungometraggio. Uno di quei film con l’eroina particolarmente eccentrica e a un primo sguardo sottovalutata che si rivela, dopo una conoscenza solo vagamente più approfondita, talentuosa artista poliedrica e lavoratrice instancabile per un’intera vita. E se per decenni ci si è allenati come maratoneti a rincorrere quello che negli anni Trenta è stato definito “sogno americano”, da una parte e dall’altra dell’Oceano, è anche, certamente, per personaggi come lei, che quella scalata l’ha compiuta con successo riuscendo a piantare in vetta la bandiera che porta la sua firma: Dolly Parton, Regina del Country.
Il 25 agosto, a Nashville, la storia di una delle grandi icone americane si è conclusa. Dolly Rebecca Parton si è spenta a 80 anni.
Il suo nome potrebbe non essere noto come quello di altre star internazionali, ma all’interno dei confini americani Dolly Parton è sempre stata – e da ora in poi rimarrà – emblema imprescindibile della cultura statunitense, un punto di riferimento col quale identificarsi o nel quale ritrovare i tratti peculiari di un’americanità di cui andare fieri.
Il “film” di Dolly inizia da subito: quarta di dodici figli, la “bionda del Sud” nasce da una famiglia estremamente povera in Tennessee, nella zona delle Great Smoky Mountain, nei Monti Appalachi, dove la scarsità di cibo e di risorse viaggia di pari passo con la ricchezza di una cultura peculiare e una tradizione musicale fatta di ballate, gospel, old-time music, bluegrass e country: sarà proprio quest’universo a diventare il nucleo fondamentale della sua poetica.
Su quei monti inizia presto a scrivere canzoni, e intuendo da subito quanto lontano avrebbe potuto portarla quella passione e quel talento si trasferisce dopo gli studi nel cuore pulsante della musica country (e non solo), punto nevralgico e Mecca: Neshville, dove entra nel programma televisivo The Porter Wagoner Show e crea con Wagoner una coppia artistica di grande successo sotto contratto con la RCA. Da quel momento in poi la trama si allarga e si infittisce: vediamo Dolly Parton lasciare il suo compagno artistico per l’ambizione di crescere e costruire per se stessa una carriera autonoma, congedandosi tuttavia con una dedica speciale, una canzone che vuole essere allo stesso tempo un addio, una dichiarazione di indipendenza ma anche un riconoscimento e un ringraziamento sincero nei confronti di chi per primo ha creduto in lei e l’ha aiutata. La canzone in questione è I Will Always Love You (1974) e, dopo il rifiuto lungimirante dell’autrice di cederla a Elvis Presley – accordo che le avrebbe fatto perdere tutti i diritti del brano – sarà interpretata e resa famosa in tutto il mondo da Whitney Houston nel 1992. Le conseguenze positive della sua scelta lasciamo che sia la storia a raccontarle.
Il lungometraggio continua ed è ricco e avvincente: Jolene, l’affascinante donna che Dolly implora affinché non seduca suo marito; il cappotto cucito da sua madre con pezzi di stoffa avanzati raccontato in Coat of Many Colors; le lunghissime unghie artificiali che usava portare con disinvoltura, “suonate” come una percussione in 9 to 5, colonna sonora dell’omonimo film in cui recita accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin; e ancora il super gruppo con Emmylou Harris e Linda Ronstadt; le sue inseparabili parrucche (più di una per ogni giorno dell’anno) e il suo make-up sempre molto vistoso, vestiti sgargianti e tacchi altissimi a slanciare una figura minuta; la costruzione di un impero con Dollywood, le sue iniziative da filantropa, i suoi messaggi di emancipazione per le donne, il suo sorriso costante e il segreto più grande di tutti: l’autoironia. A ripensarci, un solo film potrebbe non bastare a raccontare questa vita.
Dolly Parton non ha mai rinnegato le sue origini: le sue canzoni hanno creato un mito e quella mitologia personale ha contribuito ad alimentare la sua musica. Dieci milioni di dischi venduti, tremila brani firmati, decine di film e un numero incredibile di premi vinti non l’hanno spinta a chiudersi nella sua torre d’avorio; al contrario, l’icona americana ha sempre assunto coraggiosamente un ruolo pubblico (pur nella sua estrema riservatezza, pur non schierandosi mai apertamente o parlando di questioni politiche) e si è costantemente messa in gioco collaborando con artisti più giovani e arrivando, nel 2023, a superare i confini della musica country e a pubblicare un album rock.
La ragazza che viveva in una casa sulle montagne senza acqua corrente e scriveva canzoni sulla povertà è diventata un simbolo d’America, e questo talento le va riconosciuto: Dolly Parton non è stata soltanto una star, è stata l’autrice della propria leggenda.
So long, Dolly.
