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Van Morrison

Three Chords And The Truth
Exile/Caroline
"Three Chords And The Truth": tre accordi e soprattutto la verità per il quinto album in tre anni di Van Morrison
di Donato Zoppo
25 Ottobre 2019
Quando un titolo la dice lunga. E in poche parole.
Non sono tanto i tre accordi quanto la verità a chiarire l’intenzione artistica del Van Morrison del 2019, arrivato puntuale al suo quarantunesimo disco. Quarantuno album in studio. Non sono mica pochi. Bob Dylan ne ha trentotto, Neil Young trentanove, tanto per citare due colleghi affini per durevolezza e anzianità di servizio. Van solo negli ultimi tre anni ne ha sfornati ben cinque, compreso quest’ultimo, atteso proprio per la verità che emerge sin dal titolo.
 
Verità è sinonimo di autenticità, e nel suo caso non è mai mancata anche nei passi falsi, nei coni d’ombra, nei momenti di minore ispirazione. In Three Chords c’è una scaletta finalmente di pezzi propri, lontani dai divertissement soul e blues dei precedenti album, nei quali i brani dell’irlandese si alternavano a standard e vecchi amori, rivelando una certa stanchezza compositiva. Qui ci troviamo dinanzi a un blocco di inediti che,  al netto della ripetitività del nostro, della ormai storica assenza di quel brivido e quell’occhio di tigre al quale ci aveva abituato in passato, lo consegnano in gran forma. Per niente caricaturale, un po’ auto celebrativo ma la verità di cui sopra è anche in questo mettersi al centro dell’operazione, debordando piacevolmente.
Accanto alla verità ci sono tre accordi e potrebbero essere anche uno o trenta: la musica di Van prescinde dalla quantità perché va dritta al cuore nel suo incessante flusso soul, e stavolta c’è un senso profondo di empatia. Una vera e propria immersione: «Mi ci sono immerso completamente... Quando gli altri suonavano era come se rivedessi me stesso nelle loro note. Penso ci sia stata una forte connessione».
 
Facciamo un rapido passo indietro per contestualizzare l’album. Se volessimo inquadrare questo ultimo ciclo morrisoniano dovremmo partire dal 2016. Chiuso il ciclo precedente con Duets: Re-working the Catalogue e con l’antologia The Essential, nel 2016 Van è tornato con il bel Keep Me Singing, al quale sono seguiti Roll With The Punches (con cover centrate sul versante rock-blues e R&B) e Versatile (come il precedente ma virato in chiave soul-jazz), poi You’re Driving Me Crazy con Joey De Francesco e infine, neanche un anno fa, The Prophet Speaks, con pezzi suoi, varie cover e l’ennesima copertina indecente a differenza di questa, dal tono più country e americano. È vero che con lui la quantità non c’entra ma fino a un certo punto, perché stando alla natura di questi album, una chiave di lettura utile è chiedersi quanto Van Morrison c’è nel disco: in Three Chords c’è molto Van, anzi tanto, nel bene e nel male.
 
Interamente scritto e prodotto da lui (fa eccezione If We Wait For Mountains scritta con Don Black), Three Chords And The Truth ha la semplicità dell’approccio, la scorrevolezza dell’insieme, la verve dell’entertainer consumato, senza scossoni. Una sorta di grande abbraccio tra il passato glorioso e ineguagliabile di Moondance e la maturità di Down The Road e Born To Sing. Parlare di “celtic soul”, con tutte le peculiarità che il termine aveva con sé, è fuori luogo: Van padroneggia la materia soul come i grandi del passato, aderendo al canone con una profonda pacificazione personale, senza fiammate ma con quel pizzico di brio che rende godibile una sequenza di settanta minuti altrimenti pesante.
Tra i momenti più interessanti accanto al singolo Dark Night Of The Soul (emblema del felice tradizionalismo morrisoniano), segnaliamo il notturno bluesy mood dylaniano di You Don’t Understand, il country della stanchezza (Bags Under My Eyes), il celebrato (ma un po’ sonnacchioso) duetto con Bill Medley dei Righteous Brothers (Fame Will Eat The Soul), lo swingone di Nobody In Charge. In apertura March Winds In February, in chiusura Days Gone By, un cerchio che va dritto nel novero dei classici, o meglio cerca lì idealmente la sua diretta ispirazione. Un disco che i fan gradiranno assai, un pubblico più ampio vi troverà molti spunti positivi, tra antiche fragranze e qualche sbadiglio. Tutto sommato non male per un settantaquattrenne mai domo.