Bruce Springsteen e la sua canzone “Streets Of Minneapolis”
Bruce Springsteen intreccia cronaca e memoria in una ballata rock dedicata agli eventi accaduti per le strade di Minneapolis
La nuova canzone di Bruce Springsteen, Streets of Minneapolis, pubblicata da pochi giorni, continua a suscitare attenzione e dibattito. Il brano nasce come una vera e propria instant song, scritta di getto dopo che l’artista ha assistito, come gran parte dell’opinione pubblica, alle immagini televisive degli omicidi compiuti dagli uomini dell’ICE nelle strade di Minneapolis. Springsteen ha raccontato di averla composta in un solo giorno, registrata immediatamente e pubblicata all’inizio della settimana.
Il brano si presenta come una ballata rock essenziale e intensa, fedele al linguaggio musicale di Springsteen, ma attraversata da un’urgenza narrativa marcata. È una canzone aspra e al tempo stesso poetica, costruita come un resoconto diretto degli eventi. Un approccio che richiama la distinzione formulata dal Bob Dylan degli anni Sessanta tra la canzone di denuncia e quella capace di rielaborare i fatti in forma simbolica. E tuttavia lo stesso Dylan, nel 1963, scrisse Only a Pawn in Their Game, dedicata all’uccisione dell’attivista per i diritti civili Medgar Evers: un esempio evidente di canzone apertamente legata alla cronaca.
Quell’episodio non rimase isolato, così come non lo è stato, molti anni dopo, Murder Most Foul, in cui Dylan attraversa la storia americana intrecciandola a citazioni e frammenti di memoria collettiva. Anche Springsteen si inserisce in questa tradizione: la sua produzione ha spesso dialogato con l’attualità politica e sociale, ma negli ultimi tempi la sua posizione nei confronti del presidente Trump, dell’amministrazione in carica e delle violenze sistemiche appare particolarmente esplicita. Ne sono testimonianza anche i numerosi interventi pubblici, diffusi in rete, in cui l’artista prende la parola prima dei concerti con toni diretti e personali.
In questo contesto è inevitabile richiamare American Skin (41 Shots), brano del 2000 ispirato all’uccisione di Amadou Diallo, colpito da 41 proiettili mentre mostrava i documenti alla polizia. Durante una serie di concerti al Madison Square Garden, l’esecuzione del brano suscitò forti reazioni: la polizia di New York si rifiutò di svolgere il servizio d’ordine, interpretando il pezzo come un attacco diretto. Springsteen precisò allora che la canzone non era rivolta contro la polizia in quanto tale, ma contro una tragedia.
Una tragedia che oggi si ripresenta nelle strade di Minneapolis. In Streets of Minneapolis Springsteen cita esplicitamente i nomi delle due vittime, Renee Good e Alex Pretti, sottolineando nel testo la volontà di non lasciarne cadere la memoria nell’oblio. Accanto a questo, emerge l’immagine di un potere centrale rappresentato come una figura sovrana, circondata da forze mascherate e violente. Il testo della canzone è facilmente reperibile online, anche attraverso i numerosi lyric video diffusi in rete.
Nel corso della sua carriera Springsteen ha più volte pagato un prezzo in termini di consenso per le sue posizioni politiche. Iniziative come Vote for Change o il tour delle Seeger Sessions — progetto profondamente legato alla figura di Pete Seeger e alla tradizione di Woody Guthrie, che fece della musica uno strumento di denuncia sociale già negli anni Trenta e Quaranta — incontrarono forti resistenze negli Stati Uniti, pur riscuotendo un notevole successo in Europa. Si trattava, in ogni caso, di operazioni musicalmente rilevanti, basate sull’incontro tra diverse tradizioni della musica nordamericana.
In questi giorni il brano di Springsteen ha trovato spazio anche nei media generalisti: una recente puntata del Late Show di Stephen Colbert si è aperta con l’ascolto della canzone, accompagnata da un commento critico nei confronti dell’attuale presidente americano. Nello stesso contesto è stato ricordato anche il posizionamento dell’Italia rispetto al possibile impiego di truppe statunitensi per la sicurezza delle Olimpiadi Invernali.
A poche ore di distanza è circolato online anche un nuovo video di Billy Bragg, cantautore da sempre legato a una visione politica esplicita e coerente. Il suo intervento si inserisce in una tradizione che riafferma il ruolo della musica come spazio di presa di parola pubblica.
Negli anni Sessanta si cantava We can change the world. Forse il mondo non è stato cambiato come si sperava, ma resta aperta la domanda su quale ruolo possano ancora avere oggi gli artisti nel raccontare e interpretare il presente. Resta da capire se, anche nel contesto italiano, qualcuno sceglierà di raccogliere questa eredità, magari portando un gesto di questo tipo su un palco di grande visibilità come quello del Festival di Sanremo.



