26/06/2026

Jungle Julia chiude con “Ora Nona” il suo trittico più visionario: “Era fondamentale che la musica comunicasse con quello che canto”

Jungle Julia

Ruvida, terrena e in costante viaggio. Jungle Julia chiude la sua trilogia concettuale con due nuovi brani inediti, tra ricerca sonora radicale e immaginario spirituale: «Sono una persona super fisica, le mie canzoni devi poterle toccare»

C’è un momento preciso in cui le canzoni smettono di essere semplici tracce isolate e iniziano a dialogare, trasformandosi in un ecosistema. Per Jungle Julia, quel momento, racconta lei, è arrivato dopo: dopo la scrittura, dopo le prime versioni, dopo aver messo insieme i pezzi del suo esordio discografico. «Prima sono nate le canzoni, poi mi sono resa conto che comunicavano tra loro», dice, spiegando la genesi del progetto che ha portato prima a “Vespro”, poi a “Lode” e oggi a “Ora Nona”, terza combo di brani inediti – seguendo uno schema simile ai 45 giri di un tempo – che contiene “Todo Modo” e “Le Formiche” e che chiude il percorso prima dell’EP d’esordio per Island Records / Universal Music Italia. La struttura, in fondo, è arrivata quasi da sola, come se il materiale avesse imposto una propria architettura. «Le canzoni affrontavano lo stesso tema», ci racconta, «e allora ho capito che potevo inserirle a livello di linguaggio e di lettura, come se parlassero in un momento specifico della giornata». Da qui l’idea delle ore, dei passaggi, delle preghiere, e di una scansione che non fosse solo concettuale ma anche emotiva: «Non è stato prima pensato il processo e poi scritte le canzoni: prima sono nate le canzoni, poi mi sono accorta che avevano senso insieme».

In questo senso, “Ora Nona” è il punto in cui il viaggio diventa centrale. Non una meta, non una partenza, ma un attraversamento. «È l’ora del cammino», si potrebbe dire parafrasando il senso che Julia attribuisce a questo capitolo: il momento in cui ciò che si è vissuto prende forma e si trasforma in movimento. E anche i due brani che lo compongono lavorano in questa direzione, perché guardano il viaggio da due prospettive diverse e complementari: l’individuo e la collettività. C’è però un altro elemento decisivo nella sua scrittura ed è la spiritualità. Ma, anche qui, Jungle Julia si tiene lontana dalle letture più facili. «Mi sono letta la Bibbia e un sacco di cose che hanno a che fare con la spiritualità», dice, «ma il mio senso non è una lode alla spiritualità o al cristianesimo, al cattolicesimo. È semplicemente utilizzare quei concetti che io reputo universali per parlare del mio percorso personale». È un passaggio importante, perché chiarisce bene il suo metodo: l’immaginario religioso come lingua. Dentro quel linguaggio c’è anche il corpo. Anzi, soprattutto il corpo: «Sono una persona super fisica, istintiva», spiega, «e quindi c’è tanto di corporeo, di cose che anche se sono dentro una canzone le tocchi, le vedi». È una frase che restituisce bene la sua estetica: scrivere in modo viscerale, ma senza perdere precisione; usare immagini spirituali, ma sempre tenendo i piedi nella materia. La sua musica vive proprio lì, nell’attrito tra elevazione e carne, tra concetto e tatto. Lo stesso vale per il lavoro sul suono, che non è mai lasciato al caso. «Se penso a quante versioni ci sono di ogni canzone, impazzisco», dice con un misto di ironia e fatica. «È stato complicato decidere cosa sottolineare e cosa lasciare andare. Quella chitarra è fighissima, ma forse meglio lasciare spazio a un basso più distorto». La sensazione è che ogni brano sia stato rifinito come un oggetto vivo, non come un esercizio di stile. E quando le si fa notare che la musica comunica davvero con ciò che canta, lei chiude la questione con una frase perfetta: «Sennò scrivevo poesie».

La sua è una ricerca sonora che tiene insieme tante cose: la ruvidità rock, l’istinto, la tensione ritmica, la voglia di non riempire ogni spazio solo per riempirlo. Nel suo mondo entrano influenze diverse, ma sempre con una grammatica riconoscibile, che mette al centro il rapporto tra parola e suono. È anche per questo che “Ora Nona” funziona: perché non si limita a raccontare, ma costruisce un ambiente, una temperatura, un modo di stare dentro le canzoni. Per il progetto visivo, Jungle Julia e Pippo Moscati hanno lavorato a lungo sulla relazione tra luce, architettura e figura umana. Le copertine sono state scattate tutte all’esterno, davanti a una decina di chiese diverse, selezionate poi in base alla forma geometrica delle facciate e al modo in cui la luce le attraversava: «Ci interessava la luce, come si rapportava con la facciata delle chiese e quindi con la forma geometrica delle facciate stesse», racconta. «Con Pippo Moscati abbiamo lavorato un sacco sulla scelta di questa forma sferica, questa forma triangolare… In realtà abbiamo scattato circa una decina di chiese, poi abbiamo selezionato». A rendere il tutto ancora più coerente, c’è anche il rapporto tra il momento dello scatto e l’ora evocata da ciascun capitolo: «Abbiamo scattato “Vespro”, “Lode” e “Ora Nona” esattamente all’ora che devono indicare: “Vespro” la sera, ed è stata scattata la sera; “Lode” la mattina; e lo stesso per “Ora Nona”». Il risultato è un lavoro in cui Julia, al centro di ogni immagine, viene inserita dentro una geometria precisa, quasi a diventare parte della stessa architettura che incornicia il progetto.

A rendere tutto ancora più netto c’è il retroterra, che arriva da Maremma ma ha anche attraversato un’esperienza decisiva a Roma, dove a 18 anni ha vinto il bando di Officina Pasolini. «Mi ha aiutato tantissimo il fatto che per l’ultimo anno il laboratorio individuale l’ho fatto con Giovanni (Truppi ndr)», racconta, spiegando come quella scelta sia nata quasi per intuizione, dopo aver letto il suo nome tra i docenti della scuola. «Mi sono iscritta per lui, perché ho visto che avrebbe lavorato lì, all’interno di Officina Pasolini». Un percorso che per lei ha significato anche cambiare rotta in modo netto: «Io facevo avanti e indietro da casa all’università, sono laureata in Scienze motorie, poi ho lasciato la magistrale per fare la Pasolini». L’ultimo anno, vissuto sul lavoro di due brani portati a termine con Giovanni, è stato per lei il più formativo: «È stata la cosa che mi ha arricchito di più». Per Julia, suonare dal vivo non è solo esibirsi: è una forma di movimento, quasi una pratica di vita: «Fichissimo, perché stai in viaggio, stai in tour, quindi ti muovi e io amo», dice. E aggiunge una frase che restituisce bene il suo modo di intendere la musica: «Quando ho iniziato a suonare, il mio concetto era: come posso lavorare andando in giro suonando?». Il riscontro del pubblico, poi, diventa una verifica concreta, umana: persone che si avvicinano e le dicono che le sue canzoni arrivano, che comunicano, che lasciano qualcosa. «Magari farlo tutti i giorni», conclude, quasi a dire che quella dimensione è per lei una naturale prosecuzione del lavoro in studio.

In questo quadro, “Ora Nona” appare come il punto più consapevole di un progetto già molto riconoscibile. Le canzoni parlano di radici, appartenenza, spostamento, identità, ma lo fanno con una voce che non separa mai il personale dal simbolico. «Il viaggio è il luogo dove farsi domande», sembra dirci tutto il progetto e Julia lo traduce con una scrittura che non ha paura di attraversare il sacro per arrivare al concreto, né di passare dal corpo all’astrazione senza perdere intensità.

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