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Intorno alle Musiche Altre con Antonello Cresti

Una conversazione con il prolifico saggista fiorentino, autore di "Solchi Sperimentali Italia"
di Donato Zoppo
06 Maggio 2016
Attivo come saggista dal 2004, Antonello Cresti segue da più di un decennio alcuni filoni che lo hanno reso una figura di riferimento in Italia: il rapporto tra musica e spiritualità alternative, gli scambi tra rock e controcultura nell’epoca classica e nella contemporaneità, l’osmosi tra esoterismo e artisti e formazioni “di confine”, gli ambienti e le aree di ricerca, avanguardia e sperimentazione. Il suo ultimo libro Solchi Sperimentali Italia (Crac Edizioni) è una indagine sul campo, tutta italiana, che sintetizza perfettamente le tematiche affrontate da Cresti nel corso degli anni. Lunedì 9 maggio il saggista fiorentino parlerà di questi argomenti al Festival di Scritture Rock TranSonanze a Benevento, è l’occasione per una conversazione con lui.
 
A un anno di distanza dal primo Solchi Sperimentali arriva Solchi Sperimentali Italia. Qual è la principale caratteristica della sperimentazione italiana rispetto a quelle straniere?
Una regola che a mio avviso dovrebbero seguire tutte le manifestazioni creative dovrebbe essere quella di contenere un qualche slancio identitario. Se penso a molte delle musiche altre che ci hanno attraversato direi che in Italia siamo capaci di un calore, di specifiche allusioni etniche, di slanci compositivi altrove più rari (dal prog, all’ambient al metal estremo). Ovviamente esistono rovesci della medaglia e difatti la nostra scuola industrial è una delle più efferate di cui si abbia conoscenza, quasi una sorta di contrappasso…
 
Una delle cose che più mi ha colpito di Solchi Sperimentali Italia è il respiro collettivo, la dimensione corale, la qualità del coinvolgimento dei musicisti intervistati. Assistiamo raramente ad un lavoro di “giornalismo dal basso” così partecipato…
Mi fa molto piacere ciò che dici. In effetti mi sfugge l’utilità di un lavoro di ricerca che sia solo ed esclusivamente l’imperio dell’autore e del suo ego. Nel mio libro ho messo tanto di me, esplicitamente, ma sentivo anche il bisogno di lasciar spazio diretto alla voce degli artisti, a farmi sollecitare da amici coi loro suggerimenti di ascolto, a coinvolgere altri collaboratori nelle interviste… Mi è stato chiaro sin da subito che “Solchi Sperimentali Italia” fosse un work in progress. E così ho proceduto. Con entusiasmo!
 
Due curiosità sulle musiche altre, la prima riguarda la “alterità”: che si tratti di protagonisti del progressive o di alfieri dell’elettronica, alterità rispetto a cosa?
Rispetto all’esistente! Non ne faccio un rigido discorso compositivo o esecutivo. E questo spiega l’approccio estremamente trasversale delle mie due ultime operazioni editoriali; per me la chiave di tutto sta nell’essere esistenzialmente altrove rispetto alle barbariche dinamiche di appiattimento della individualità e dell’espressione. Dalle 170 interviste contenute nel libro emerge un panorama estremamente variegato di personalità, per scelte politiche, spirituali, etc… Il fil rouge però è che ci troviamo di fronte ad individui che hanno scelto di stare dalla parte opposta della massificazione. Ecco credo che questo venga riversato nelle musiche che costoro fanno… Ed è per questo che parlo di “musiche altre”.
 
La seconda riguarda l’evoluzione. Tu infatti affronti 50 anni di tali musiche, un arco temporale nel quale si passa dalle prime ricerche in ambito etnico ai gruppi del black metal affrancatisi dagli stereotipi del genere. In che modo è cambiata la sperimentazione nel corso degli anni?
Credo che nel rapporto con le tecnologie si situi gran parte della essenza evolutiva delle sperimentazioni. La voglia di andare oltre che da sempre ha animato gli animi più irrequieti ovviamente sta accompagnando i musicisti altri. Inventare qualcosa di terremotante è sempre più arduo, ma vedo, nell’ambito della ricerca elettroacustica, ad esempio, scelte innovative portate avanti con gusto ed equilibrio. Anche l’interazione tra linguaggi sta procedendo ed ho personalmente assistito a interessanti mischung tra performance musicale e visiva anche alle presentazioni che sto facendo a giro per l’Italia.
 
La crisi dell’industria discografica e la mutazione delle modalità di fruizione quanto hanno influito sulle pratiche sperimentali?
Come per altri ambiti l’effetto è stato quello di una grande frammentazione. Tra gli sperimentatori, poi, abbondano gli “iperproduttivi” e dunque il panorama si popola a dismisura di opere in digitale, vinile, cd, musicassetta… E’ quasi un invito allo spaesamento che rende davvero ardua e, lo ammetto, anche un po’ casuale, il lavoro di chi compie un lavoro di ricerca come il mio. Ad ogni modo, anche nonostante questo, molti artisti di nicchia riescono comunque a veicolare un numero onorevole delle loro opere. E talvolta i concerti “sperimentali” sono più frequentati di quelli pop. Che sia un segno?
 
Sei sempre stato attento alla spiritualità in musica e nel libro menzioni artisti come Juri Camisasca e Girolamo De Simone, Battiato e Di Martino. Che differenze ci sono rispetto alla musica sacra “classica” e secondo te che tipo di accoglienza ha questa corrente da parte del pubblico?
A costo di far arrabbiare più di qualcuno mi verrebbe da risponderti che c’è la stessa differenza che intercorre tra “spiritualità” e “religione”. Poiché però dicendo questo offenderei l’afflato mistico di tanti compositori del passato, mi limito a dire che tutta la musica, per le sue caratteristiche sottili e immateriali, veicola un discorso che è in primis spirituale. Poichè però il suono è esso stesso esperienza sacra (“In principio fu il Verbo”) è evidente che chi compie un lavoro più basato sul suono che sulla composizione tradizionalmente intesa allude in maniera più manifesta ad orizzonti spirituali. Nell’epoca “fast-tutto” in cui ci troviamo direi che vi è una esigenza estrema di spiritualità anche attraverso la musica. Questo spiega il successo di alcuni artisti altrimenti “non accessibili” e spiega, purtroppo, anche certe operazioni furbette che di profondità ne hanno ben poca (New Age, Musica Celtica, etc…)
 
Un ambiente completamente diverso è il metal, nel quale si sono mosse molte vicende sperimentali, penso agli Ephel Duath e ai Garden Wall.
Il metal, soprattutto se nella sua accezione più estrema, è a mio avviso il supremo terreno di contaminazione e disfida alle convenzioni. Certo, con la scusa del radicalismo, spesso si è giocherellato con temi scorretti (dal satanismo al neonazismo) affiancandoli a musiche ridicole, ma il black metal non è certamente solo questo. Basti pensare che a livello internazionale alcuni tra i più convincenti sperimentatori della scena attuale provengono dal metal estremo, Ulver su tutti. Sono orgoglioso, da parte mia, di non essere guidato dalla puzza sotto il naso che anima troppa stampa specializzata nei confronti del metal. Ed anche in “Solchi Sperimentali Italia” ho parlato di esperienze che trovo assai significative: Aborym, Inchiuvatu, TMK, Tronus Abyss…
 
Negli anni ’70 una componente decisiva nella sperimentazione era legata al progressive: oggi il prog nostrano riesce ancora a interpretare le istanze di rinnovamento?
Raramente. Molto spesso mi sembra un genere estremamente conservatore e conservativo. Ci sono però gruppi che preferiscono avere una visuale eccentrica rispetto al genere, ispirandosi magari al R.I.O. più che al sinfonismo rock. Ed è qui che il prog torna ad essere “progressivo”, ad esempio con Yugen, Dissoi Logoi, Claudio Milano…
 
Un altro elemento dei segmenti controculturali anni 60/70 era la psichedelia, che in Italia non ha mai avuto una grossa affermazione. Oggi in quali ambienti hai trovato punti di contatto tra musica e espansione della coscienza?
Una attitudine “psichedelica” animerà sempre gli artisti, soprattutto in un certo ambito. Tuttavia devo dirti che dopo tanto silenzio, la psichedelia sta tornando a ruggire, in una sua ennesima rinascita, proprio nel nostro paese. Se ne è occupato Julian Cope, parlando di “Italian Occult Psychedelia” ed è un fenomeno molto recente, animato da gruppi di estremo interesse. Ennesimo segno di vitalità di una scena, la nostra, che forse merita maggiore attenzione proprio da parte nostra, che in Italia ci abitiamo…
 
Solchi Sperimentali Italia ha oltrepassato la dimensione puramente cartacea per diventare un veicolo di incontro, recuperando quella dimensione sociale che la musica ha smarrito. Un ottimo risultato direi…
Ed una grande gioia per me. Durante tutta la scrittura del volume spesso mi sono sentito come un veicolo per qualcosa di più grande e collettivo. Per questo ho pensato che “Solchi Sperimentali” dovesse diventare una sorta di cornice concettuale per avventure che ne seguissero la medesima filosofia. Abbiamo creato un gruppo di discussione su Facebook, un canale YouTube, ho fatto per ora una quarantina di eventi di presentazione che molto recentemente si sono trasformati in veri e propri festival tematici, è nata una rubrica sul sito Psycanprog. E prossimamente nascerà una web radio. Senza contare che abbiamo cominciato a lavorare su un mastodontico progetto che mi porterà alla realizzazione di un DVD. Tanto lavoro, ma ne vale la pena!
 
Recentemente hai annunciato l’uscita del tuo nuovo libro: si torna alla vecchia, cara e amata Inghilterra… Cosa bolle in pentola?
Quando ho iniziato l’operazione “Solchi Sperimentali” volevo dimostrare che non sono un monotematico… Anzi, che mi piace sempre fare qualcosa di diverso. Ora torno all’Inghilterra con un lavoro che, credo, spiazzerà molti miei lettori dell’ultima ora. “Ho trovato l’Inghilterra!” sarà un libro a metà tra diario di viaggio, guida, pamphlet controculturale. Con tante foto a colori e contributi esterni. Diverso da tutto ciò che ho fatto, eppure in estrema affinità. Da lettore l’ho trovato piacevole… Presto mi direte!