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(L'anarchia di) Cassandra Raffaele

A tu per tu con Cassandra Raffaele che ci parla del suo nuovo singolo registrato (come il precedente uscito sul finire del 2020) in uno studio totalmente analogico
di Leonardo Follieri
16 Febbraio 2021
Sono trascorsi circa sei anni dal suo ultimo album Chagall (Leave Music) e soltanto adesso Cassandra Raffaele ha deciso di tornare in prima persona con la sua musica. Da poco infatti la cantautrice, produttrice e polistrumentista siciliana ha pubblicato due nuovi singoli: il primo è Sarà successo, uscito sul finire del 2020, il secondo e più recente si intitola invece La mia anarchia ama te (261 records/L’ Amor Mio non Muore/Garrincha Dischi). "È un grido d'amore universale, inteso in ogni sua forma, umana, fisica, artistica, ideologica - dichiara Cassandra Raffaele del suo nuovo singolo. - Un sentimento forte come una rivoluzione animata da un pensiero ribelle, che si scatena incontenibile per affermarsi, alimentato da un fuoco vivo e fedele, la resilienza. Difendo il mio spirito creativo che è libero e per quanto sia difficile, non smetto di fare. Io amo e resisto."
 
Due nuovi singoli in questo periodo, a sei anni circa dal tuo ultimo album Chagall e allora la prima domanda è d’obbligo: come mai hai atteso tanto tempo?
Ho atteso perché evidentemente prima non ero pronta o comunque avevo smarrito quello stato d’urgenza, quella voglia di condividere, di fare musica o comunque di scrivere canzoni. Sentivo poi che non avevo cose interessanti da dire prima di tutto per me, che sono la prima critica di me stessa, e quindi a volte forse dovrei giudicarmi un po’ meno. Avevo insomma l’esigenza di starmene un po’ in silenzio, osservare e fare nuove esperienze e così, in questi anni, mi sono dedicata anche ad altro, sempre però nell’ambito della musica: ho fatto ad esempio l’ufficio stampa per un festival, ho diretto un Circolo Arci a Cesena, ho fatto esperienze all’estero, a Londra in particolare, come music creator, e quindi ho potuto vivere la musica anche in maniera diversa. Poi il lockdown, la pausa forzata da tutto, la chiusura, l’incontro con Roberto Villa e all’improvviso la musica è diventata il mio rifugio per sopravvivere a questo stato di cose che ci interessa da vicino, prima di tutto come esseri umani e poi come musicisti.
 
Lavorare negli altri ambiti legati alla musica ha comunque influenzato o cambiato il tuo modo di scrivere i tuoi brani?
Sono state esperienze che hanno arricchito i miei punti di vista, hanno semplificato, se vuoi, molte paranoie: quando ti dedichi alle tue cose, spesso c’è una parte narcisistica che prende il sopravvento e che diventa un filtro nei confronti della realtà. Io ringrazio queste esperienze nella mia vita per l’apertura mentale che mi hanno dato e perché mi hanno fatto capire quante figure ci sono attorno al mondo della musica, quante figure circondano la vita di un musicista e quante figure sono fondamentali per lo sviluppo di un progetto. Ho imparato da queste esperienze il lavoro del team e il fare gruppo per raggiungere sempre più obiettivi.
 
Com’è nato il tuo nuovo singolo La mia anarchia ama te?
La mia anarchia ama te nasce come canzone di getto, una sorta di grido... io l’ho definito un grido d’amore: è quello che a volte ci impone un grosso sacrificio per ottenere dei risultati. In prima persona ho pensato alle donne, ma anche agli artisti, ai musicisti e a quelli che difendono la loro arte in un momento così difficile per lo spettacolo e per le arti in generale, dove davvero non si ricevono aiuti concreti da un sistema di cose che era già precario prima, figuriamoci ai tempi del Covid. Però parto anche dal concetto dell’amore che va ad oltranza, non si ferma davanti a nulla e spesso deve essere difeso con la parte più anarchica, più ribelle e più rivoluzionaria che abbiamo dentro. Da questa scintilla, poi, è venuta fuori la parte dell’amore per come lo vivo io, l’amore cioè che, per essere tale, deve essere anche libero: bello pensare che in un rapporto di coppia ci sia libertà, il rispetto della libertà altrui, quindi il prendere le distanze, il rispettare i silenzi che significa poi anche rispettare “la propria rivoluzione”.
 
La scelta di registrare in uno studio totalmente analogico è voluta in funzione del brano?
Sì sì. Io dico sempre che gli incontri non avvengono mai per caso. E forse stavolta l’incontro con Roberto Villa è un po’ “colpa della musica”. La musica si nasconde come la bellezza delle cose. Io vivo a Cesena e non sapevo che a pochi passi da casa ci fosse uno studio analogico. L’ho trovato per caso e lì ho conosciuto Roberto Villa che è un grande produttore, artista, oltre che musicista. Quando poi sono entrata a L’Amor Mio non Muore, dove già il nome dello studio ha un suo perché, sono rimasta piacevolmente stravolta in un periodo della mia vita in cui avevo bisogno di semplicità, di “nudità”, di spogliare quello che stavo facendo a partire dagli arrangiamenti e affidandomi alla verità che solo uno studio analogico ti può dare. Sono contenta di quello che sto facendo con Roberto ed è solo un assaggio di quello che arriverà.
 
Quindi stai preparando un nuovo album? Cosa ci puoi anticipare?
C’è un nuovo progetto che spero di concludere, in modo che possa uscire prima dell’estate, anche se non è facile lavorare in questo periodo così particolare. Intanto continueranno comunque a uscire altri singoli e poi vedremo.
 
Bene. Tornando sul concetto dei suoni analogici, per te comunque non sono una novità pensando ad esempio a Chagall, vero?
Sì, da sempre seguo i suoni analogici. Su Chagall c’era molta ricerca di suoni e lì Carlo Longo è stato bravo ad assecondare i miei “capricci”, perché c’erano synth e amplificatori Fender e tutta quella “quota vintage” che io ricerco sempre nelle mie sonorità. Lì ho pensato di giocare coi colori di una tavolozza e mi sono divertita: da una parte esplori dei mondi e ti diverti con l’arte, dall’altra può risultare più difficile la comprensione per chi ascolta, però lo rifarei. Rispetto a Chagall, con questo progetto è come se dalla zona surreale fossi caduta sulla Terra e avessi quindi scelto di prendere da questa tavolozza soltanto alcuni colori. Ho semplicemente semplificato, perdonami il gioco di parole (ride, ndr).
 
In chiusura una domanda su Sarà successo, altro tuo nuovo singolo uscito sul finire dell’anno scorso: è stata tua l’idea del video?
Beh, con questo video avevo voglia di rappresentare il riscatto di quella che io chiamo “la comunità poetica dei nerd” (ride, ndr), pensando a tutto quello che significa la parola nerd: è quel gruppo di persone che rappresenta la bandiera della resistenza; loro sono quei sognatori che attraverso la loro curiosità vivono spesso in solitudine, ma sono aiutati dall’intuito e dal loro essere cerebrali. Pensavo allora a questa figura del nerd, rappresentata dall’uomo o dalla donna con gli occhialoni, che entra in questo luogo e all’improvviso, dopo una giornata faticosa, si ritrova a mettere da parte le sue frustrazioni, per prendere un microfono e cantare. Il protagonista diventa così inaspettatamente il protagonista del suo mondo, ma anche l’artista del suo mondo. Il regista è Juami Cuesta, spagnolo che è in Italia soltanto da tre anni, ed è stato lui ad aiutarmi a realizzare la sceneggiatura e poi proprio questo video, coinvolgendo i ragazzi di Bologna Nerd, realtà che ho conosciuto da poco. Mi ci sono ritrovata prima da “cliente”, “associata” e affascinata da tutto questo mondo, dalla tecnologia e dalle collezioni di videogiochi, fumetti, cartoons... Averli incontrati mi ha fatto capire che abbiamo tante cose in comune, anche se il mio essere nerd riguarda soprattutto ad esempio la gestione di programmi di composizione musicale.
C’è anche tanta nostalgia nel video, perché il presente è talmente brutto che forse sbirciare nel passato ci aiuta ad affrontare meglio il presente stesso per proiettarci davvero col cuore pieno di speranza verso il futuro, perché se ci manca quello, penso che non saremmo in grado di affrontare niente.