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Eric Clapton

Old Sock
Bushbranch / Polydor
Un album solare, pieno di energia positiva, e di ospiti: Paul McCartney, Steve Winwood, J.J. Cale, Taj Mahal
Di Massimiliano Spada
16 Aprile 2013

Eric Clapton, 68 anni compiuti lo scorso 30 marzo, è un uomo sereno. Da tempo ha messo il proprio talento e l’inestimabile esperienza acquisita in quarant’anni di onorata carriera al servizio della musica e di tutti coloro che la amano. Al diavolo le etichette e tutte quelle inutili distinzioni di genere; esistono solo due tipi di musica, buona o cattiva, e quella buona va tramandata alle generazioni future. È questo il senso di Old Sock, come anche del precedente Clapton (2010). Mr. Slowhand ha aperto il suo prezioso baule dei ricordi, ha iniziato a inventariare i brani che nel tempo lo hanno formato ed emozionato, e li ha reinterpretati per condividerli con noi.

Già dalla copertina (un autoscatto fatto col cellulare su una spiaggia tropicale), Old Sock comunica un senso di relax, sottolineato dalla massiccia presenza di atmosfere reggae che rievocano antichi ricordi ormai disinfestati dagli spettri della droga e dell’alcol. Coadiuvato da Doyle Bramhall II, Justin Stanley e Simon Climie, Clapton ci consegna un disco solare, carico di energia positiva, e di ospiti: nella lunga lista dei collaboratori spicca il nome di Sir Paul McCartney, che ha suonato il contrabbasso e cantato nella splendida rilettura di All Of Me, restituendo il favore all’amico che aveva suonato in Kisses On The Bottom. È fantastico sentirli duettare e ascoltare la chitarra di Clapton attraversare con grande eleganza le misure di questo standard immortale.

Il vecchio compare J.J. Cale mette a disposizione voce, chitarra e la sua inconfondibile penna: l’inedito Angel è dotato di un riff killer che Clapton fa suo con estrema naturalezza, come ogni altra composizione presa in prestito dall’amico. Taj Mahal suona armonica, banjo e partecipa all’accattivante rivisitazione reggae della sua Further On Down The Road, mentre l’Hammond B3 di Steve Winwood conferisce ancor più pathos alla raffinata Still Got The Blues firmata Gary Moore. E se Till Your Well Runs Dry è abbastanza fedele all’originale di Peter Tosh, Your One And Only Man di Otis Redding viene sottoposta a un accattivante arrangiamento in levare, creando un interessante scambio di prospettive tra soul, rhythm & blues e reggae. Goodnight Irene di Huddie Ledbetter e Born To Lose di Ted Daffan ribadiscono ancora una volta la maestria di Clapton come interprete di struggenti ballate country.

Ma c’è anche l’elegante crooning di The Folks Who Live On The Hill (Jerome Kern e Oscar Hammerstein) e Our Love Is Here To Stay (George e Ira Gershwin), fatto di spazzole che accarezzano la batteria, appoggi di pianoforte, archi sognanti e morbide chitarre classiche. Infine due brani inediti, entrambi firmati da Doyle Bramhall II e Nikka Costa: il singolo Gotta Get Over, pur impreziosito dalla voce di Chaka Khan, non brilla per originalità, mentre l’intenso Every Little Thing sfocia a sorpresa in un chorus reggae e vede la partecipazione straordinaria ai cori delle figlie di Clapton, Julie, Ella e Sophie. Per essere un “vecchio calzino”, Old Sock ha molto da offrire.

Qui sotto, Clapton racconta come è nato il disco e come David Bowie gli ha involontariamente suggerito il titolo "Old Sock"...