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Sheryl Crow

Threads
Big Machine Records
Ultimo disco per la folksinger americana che duetta con più di 20 colleghi e amici, da Stevie Nicks a James Taylor, Keith Richards e molti altri
di Jessica Testa
31 Agosto 2019
Era il 1993 e Run, Baby, Run apriva Tusday Night Music Club, il primo disco di un’icona folk, Sheryl Crow. Dopo nove Grammy Awards e cinquanta milioni di dischi venduti, la cantautrice americana pubblica Threads, il suo undicesimo lavoro in studio, quello che dichiara essere l’ultimo album della sua carriera. Non una vera e propria uscita di scena (per fortuna): da questo momento in poi, per ascoltare la sua musica godremo dei suoi testi, di singole canzoni, sicuramente dei suoi concerti, ma non più dei suoi dischi. “L’ascolto della musica è cambiato”, ha dichiarato, bisogna accettarlo. E’ il solito discorso - che ci ripetiamo ormai da qualche anno - delle piattaforme streaming che hanno modificato la fruizione e il modo di ascoltare la musica: il pubblico è più interessato ai singoli, crea la propria playlist mescolando brani diversi, a discapito del filo logico che invece, tendenzialmente, caratterizza un disco.
 
L’ironia, in tutto questo, è che l’ultimo saluto discografico della Crow non si allontana troppo da una scaletta di canzoni che spesso hanno poco a che fare l’una con l’altra. Per questo progetto la folksinger ha messo insieme una schiera di luminari: al suo fianco, molti dei suoi punti di riferimento musicali di sempre e alcuni dei più interessanti nomi del panorama “giovane”. Nulla di strano fin qui, negli ultimi anni ci siamo abituati alle collaborazioni vincenti tra diverse generazioni; quello che salta all’occhio è la semplicità con la quale Sheryl Crow passa dal folk e dall’americana all’elettronica e addirittura al rap, uscendo dalla sua zona di comfort, sperimentando con successo e dimostrando che il talento può essere diversamente declinato, anche dopo ventisei anni di carriera.
 
Dodici inediti, quattro cover e una rilettura di un suo stesso brano, Redemption Day, cantata in un suggestivo duetto con Johnny Cash che ne aveva fatta a sua volta una versione per il suo American VI: Ain’t No Grave. Una rosa di collaboratori incredibili: l’apertura è affidata al folk-rock di Prove You Wrong, insieme all’amica di sempre Stevie Nicks e alla nuova promessa della Country Music Maren Morris; la stessa atmosfera “alla Crow” si respira in Cross Creek Road, insieme a Lukas Nelson e Neil Young, in Live Wire, cantata con altre due grandi voci, quelle di Bonnie Raitt e di Mavis Staples, e ancora in Nobody’s Perfect, una ballata folk in cui Emmylou Harris è la perfetta co-protagonista. Totalmente fuori dalle righe, in una veste in cui difficilmente ce la saremmo immaginata prima di sentire il risultato di brani come Story Of Everything, in cui la sua melodia si mescola al rap di Chuck D e all’incredibile voce soul di Andra Day, con la chitarra di Gary Clark Jr a fare da collante tra due mondi apparentemente lontani, o ancora in Wouldn’t Want To Be Like You, il duetto probabilmente più alternativo del disco, quello con St. Vincent.
Le cover, poi, sono ciliegine sulla torta: Everything Is Broken di Bob Dylan interpretata insieme a Jason Isbell, la meravigliosa ballata di George Harrison, Beware Of Darkness, con Brandi Carlile, Sting e la chitarra di Eric Clapton, The Worst in coppia con Keith Richards e Border Lord con Kris Kristofferson. Il folk Flying Blind con James Taylor e il country rock di Still The Good Old Days, scritta e interpretata insieme a Joe Walsh, sono semplicemente un’ulteriore conferma di quanto Sheryl Crow si muova bene in questo mondo, quello della Route 66, delle chitarre dalle sonorità calde e avvolgenti e delle armonie vocali che ci catapultano in un attimo sulla costa ovest degli Stati Uniti.
With a little help from her friends, Sheryl Crow ha confezionato un disco, Threads, il cui punto di forza non è certamente la coerenza, ma l’ambizione di raccogliere canzoni. Belle canzoni. Missione compiuta.