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Sting

Roma, Foro Italico Centrale del Tennis
9 luglio 2013
Sting torna al basso e al rock per celebrare i venticinque anni di carriera come solista
Di Salvatore Esposito
17 Luglio 2013

Sting non avrebbe potuto festeggiare in modo migliore i venticinque anni di carriera come solista se non riproponendo dal vivo il meglio della sua produzione, accompagnato da una band stellare in cui spiccano lo storico collaboratore Dominic Miller alla chitarra, Vinnie Colaiuta alla batteria, David Sancious alle tastiere, l’eclettico violinista Peter Tickell e la brava vocalist Jo Lawry. Sebbene le voci sul suo nuovo album The Last Ship, in uscita a settembre, non lasciano presupporre che si tratti un disco rock in senso stretto, era necessario riportare indietro l’orologio, dopo le incursioni nella musica barocca e nel folk inglese di Songs From Labyrinth e If On A Winter’s Night, anche per non far arrugginire un repertorio che sul palco suona ancora scintillante.

Nonostante la pioggia battente a caratterizzare il cielo di Roma fino a qualche ora prima del concerto, e la per niente fortunata location, che sarà eccellente per le partite di tennis ma che risulta angusta e poco fruibile per un concerto rock, il concerto di Sting resterà a lungo nella memoria del pubblico italiano, non solo per i tanti classici del suo repertorio che ha messo in fila, ma anche per l’energia e la carica emozionale che ha caratterizzato ogni singolo brano. Avvolto da un pantalone nero attillato e con indosso una semplice t-shirt bianca, Sting ha messo in fila ventuno canzoni per quasi tre ore di puro rock, denso di sudore, passione, ed energia come in pochi casi capita di ascoltare. Lui non ha bisogno di effetti speciali o di luci particolari, a parlare sono le sue canzoni, che brillano ancor di più negli arrangiamenti diretti ed essenziali confezionati per l’occasione, arrangiamenti che si aprono all’improvvisazione, a lunghe jam in cui rock e jazz si incrociano dando vita a spaccati strumentali travolgenti.

Ogni brano Sting lo approccia con un timbro vocale caldo, diretto e pieno di passione, tanto che anche i superclassici del suo repertorio sembrano scritti due giorni prima. È il caso delle superbe versioni di Every Little Thing She Does Is Magic, di Englishman In New York o della magnifica Seven Days qui proposta in quella che potrebbe essere la sua versione definitiva. Certo non manca qualche sorpresa come l’energica Demolition Man dal repertorio dei Police, ma ampio spazio è riservato ai brani più amati da Fields Of Gold a Heavy Cloud No Rain passando per Message In A Bottle, Shape Of My Heart e De Do Do Do, De Da Da Da, che per quanto amata non rappresenta certo il vertice della parabola artistica dei Police. Sul finale arrivano i bis con le belle versioni di Desert Rose, Every Breath You Take, Next To You e Fragile, suonata alla chitarra acustica, che suggella un concerto intenso e coinvolgente nel quale Sting ha dato tutto se stesso confermando di essere un animale da palcoscenico e un entertainer come pochi.