The Last Ship

Ho vomitato canzoni

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Ha spalle da nuotatore e capelli da marine. Indossa una t-shirt bucherellata trasandato-chic. Ha il fare dell’intellettuale rock: è conciso, concreto, colto senza darlo a vedere. Entra nella saletta dove lo attendiamo, saluta, stringe mani, dice qualche parola in italiano. È gentile, garbato, disponibile. È qui per parlare di The Last Ship, il suo primo di disco di inediti da dieci anni a questa parte. Quando nel 2003 uscì Sacred Love aveva tutta l’aria della pop star impegnata ad allungare la propria agonia artistica. Da allora, niente è stato più come prima.

Sting

Da casa vedeva il cantiere navale di Swan Hunter. Dall’abitazione dei genitori in fondo a Gerald Street, a Wallsend, osservò la petroliera Esso Northumbria crescere fino a oscurare il sole. «C’era qualcosa di preistorico nel cantiere», ha scritto nell’autobiografia Broken Music, «negli scheletri giganti delle navi e nei minuscoli operai, sospesi in un’enorme gabbia che si stagliava contro il cielo». Alle 7 del mattino sentiva il suono della sirena chiamare a raccolta gli uomini. Osservava il viavai degli operai, la loro ruvidezza, la virilità, l’orgoglio e la miseria.

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