25 anni senza Joey Ramone
L’eredità di Joey Ramone tra musica e una vita controcorrente nel punk
Joey Ramone non sembrava fatto per diventare una rockstar. Troppo alto, troppo fragile, troppo fuori posto. E invece è diventato la voce di una delle band più importanti della storia del punk.
Con i Ramones ha riscritto le regole del rock: canzoni veloci, essenziali, senza fronzoli. Due minuti, tre accordi, e un’urgenza che sembrava non finire mai. Sul palco era energia pura. Fuori, molto meno.
Quando muore il 15 aprile 2001, a 49 anni, Joey sta combattendo da anni. La malattia lo consuma lentamente, lontano da quell’immagine di resistenza che i Ramones avevano costruito nel tempo. Perché dietro la musica c’era una fragilità costante: problemi di salute, un disturbo ossessivo-compulsivo, e rapporti interni alla band sempre più tesi, soprattutto con Johnny Ramone.
I Ramones si erano già sciolti nel 1996. Da allora, Joey aveva continuato a fare musica, ma anche a fare i conti con se stesso. Con il proprio corpo, con il passato, con una band che aveva lasciato un segno enorme ma anche ferite mai rimarginate.
Eppure, quando cantava, tutto sembrava semplice. I Wanna Be Sedated, Sheena Is a Punk Rocker: brani che hanno trasformato il punk in un linguaggio globale, diretto, immediato.
Joey muore a New York, la sua città. Nella stanza suona In a Little While degli U2.
Un finale lontano dal rumore che lo aveva reso immortale.
Quasi silenzioso. Ma definitivo.
Perché da quel momento, la voce dei Ramones non è più solo di una band. È diventata storia.




