Addio a Peppino di Capri, la voce che ha inventato il twist all’italiana e ci ha regalato “Champagne”
Peppino di Capri, il ragazzo che imparò il rock’n’roll ascoltando la radio americana e finì per trasformarlo in una lingua popolare tutta italiana
È morto stamattina nella sua amata isola Peppino di Capri.
Con lui non se ne va solo un artista, ma un pezzo di lessico affettivo del Paese, pioniere dal rock’n’roll al twist, fino a diventare il volto indimenticabile delle notti segnate da “Champagne”.
Dietro il nome d’arte c’era Giuseppe Faiella, nato a Capri il 27 luglio 1939, cantante, autore e pianista che ha saputo trasformare la sua isola in un centro simbolico della musica del dopoguerra. La sua carriera, iniziata negli anni Cinquanta e protrattasi per decenni, è stata costellata di brani che hanno attraversato generazioni – da “Luna caprese” a “Roberta”, da “Voce ’e notte” reinterpretata a “Champagne”, diventata poi quasi un sinonimo del suo nome. Quello che spesso dimentichiamo, presi dall’immagine del crooner elegante degli ultimi anni, è che tutto nasceva da un ragazzo cresciuto tra i night club capresi, che a quattro anni suonava già per i militari americani di stanza sull’isola e che passava le notti ad ascoltare il nuovo suono del rock’n’roll. È lì che si formò l’orecchio di un mediatore culturale naturale: uno che non si limitava a imitare, ma metabolizzava le novità d’oltreoceano per restituirle in una lingua – italiana e napoletana – familiare al suo pubblico. In questa capacità di traduzione risiede il nucleo della sua eredità: aver mostrato che si poteva essere moderni senza rinunciare al proprio accento.
Con i “Rockers”, la sua band storica, Peppino di Capri divenne di fatto una delle prime interfacce italiane del rock’n’roll e del twist, pubblicando per circa dieci anni singoli a ritmo impressionante. In molte incisioni alternava strofe in inglese a versi in italiano o in dialetto, creando un ibrido linguistico e sonoro che parlava direttamente all’immaginario dei ragazzi dell’epoca. È stato un laboratorio di contaminazione ante‑litteram, che oggi riconosciamo come uno dei DNA possibili del pop italiano.
Fu però con il twist che Peppino entrò davvero nel mito popolare: la sua versione di “Let’s Twist Again”, incisa nel novembre 1961, arrivò in poche settimane in cima alla hit parade, inaugurando una vera twist‑mania nel Paese. Da allora la stampa lo consacrò “re del twist”, titolo che indicava un punto di riferimento stabile nell’immaginario di chi ballava e ascoltava musica. In quell’estate sospesa tra boom economico e modello Riviera, il suo twist non era solo un ritmo: era una grammatica del corpo, una promessa di libertà per una generazione che scopriva se stessa. Lui divenne il volto di un rock’n’roll mediterraneo, addomesticato ma non per questo meno dirompente nel cambiare codici sociali.
La sua statura storica si misurò anche dal profilo internazionale: nel 1965 aprì le date italiane della tournée dei Beatles. Fu un momento simbolico: un artista nato con i night club e con le cover di standard americani che si ritrovava sullo stesso cartellone della band che stava rivoluzionando per sempre il pop globale. Poi c’è stato il “secondo tempo” della sua carriera: le partecipazioni al Festival di Sanremo, che vinse nel 1973 e nel 1976, e l’uscita di “Champagne”. Anche in quella fase Peppino restò fedele all’idea di sintesi, fondendo la melodia napoletana con gli arrangiamenti moderni, continuando a raccontare l’Italia che cambiava senza perdere il contatto con le proprie radici.
Peppino di Capri ha saputo attraversare il passaggio dal rock’n’roll delle basi americane al “salotto buono” di Sanremo senza smettere di interrogare il presente. Aveva capito prima di molti che il vero vantaggio competitivo non sta nel rincorrere l’ultima tendenza, ma nel possedere un codice personale elastico. Oggi che ci troviamo a salutarlo per l’ultima volta, l’impressione è che Peppino di Capri avesse da tempo conquistato quella dimensione che interessa davvero a chi ama la musica: non la semplice nostalgia, ma il posto di figura fondativa. Uno di quelli che hanno insegnato all’Italia come si può ballare il rock’n’roll continuando a parlare la propria lingua.






