Stavolta, purtroppo, ha fatto sul serio. Non come qualche anno fa (gennaio del 2000) quando si era diffusa la voce della sua morte. Con notevole sense of humour, quella sera stessa Chet decide di inscenare la propria resurrezione. Noleggia un carro funebre e una bara e ingaggia come becchini alcuni amici tra i quali il pittoresco Wavy Gravy. La “salma” viene trasportata al Gold Coast Restaurant dove è stato organizzato il party prima del funerale. Chet è sdraiato dentro la bara, tra pizzi e fiori. Sul suo petto un telefono cellulare. Che si mette a suonare dopo pochi secondi: Chet lo prende in mano, risponde e salta fuori dal sarcofago. E, tra la sorpresa di tutti, brinda con gli amici presenti.
Lo scorso 25 giugno, però, il cellulare non ha suonato. E il cuore generoso di Chet Helms ha smesso di battere. L’uomo che ha inventato la scena musicale psichedelica, portato dal Texas in California Janis Joplin e dato vita a quell’incredibile rivoluzione artistico-culturale nota come Summer Of Love, è spirato al California Pacific Medical Center di San Francisco circondato da parenti e amici. La sua ultima moglie, Judy Davis, presente nel momento dell’addio, ha così commentato: “Chet è morto come ha vissuto: circondato dall’amore”.
Nato a Santa Maria, California, nel 1942, Chester Leo Helms ha passato la sua adolescenza nel Missouri, prima, e in Texas poi facendosi le ossa come organizzatore di eventi. All’Università di Austin ha conosciuto una ragazzina bianca che cantava folk e blues in modo prodigioso, Janis Joplin. Nel 1962, Chet e Janis viaggiano insieme in autostop dal Texas a San Francisco. Ma Janis, nei club di North Beach, non raccoglie il successo che merita e, dopo un po’, ritorna in Texas. Chet, invece, coglie immediatamente le nuove vibrazioni che scuotono la città della Baia. E inizia a organizzare concerti ed eventi rock. Crea la Avalon Ballroom, il locale più amato dagli hippie e, più in generale da tutti i cultori di rock. Inoltre, diventa manager di numerosi gruppi. “Non ci fosse stato Chet” ha dichiarato un commosso Mickey Hart, batterista dei Grateful Dead “non sarebbe esistita la scena musicale di San Francisco”.
“Chet non era esattamente un promoter” ha detto di lui Jerilyn Brandelius, sua assistente per 30 anni “lui sosteneva la musica e le arti. L’idea di far pagare un biglietto di ingresso ai suoi eventi lo faceva star male”.
Spazzato via dalla concorrenza di Bill Graham, potente impresario rock – suo socio prima ma acerrimo nemico poi – Chet e la sua Family Dog si ritirano dal business dei concerti nel 1970. Ma tutti, dai Beatles a James Brown, da CSN&Y a Paul Butterfield, hanno un debito nei suoi confronti. Barba bianca e capelli lunghi, negli ultimi anni Chet Helms è diventato un’icona assoluta della citta di San Francisco e di tutta la comunità rock internazionale. Amato da musicisti di ogni generazione, venerato dai giovani neo hippie che sembravano i suoi nipotini, Chet si è fatto benvolere da chiunque abbia avuto contatto con lui. “Chet era una persona dolce, disponibile e generosa”, ha scritto Joel Selvin del San Francisco Chronicle, “un sognatore capace di realizzare i sogni di un’intera generazione”.
Ho incontrato Chet Helms, per l’ultima volta, alla presentazione del mio libro Peace & Love all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco, lo scorso 3 marzo. Helms infatti, insieme a Country Joe McDonald, aveva scritto una breve ma significativa introduzione al libro. Da tempo sofferente di epatite e con il cuore rattoppato da 4 by-pass, Chet ha partecipato divertito alla nostra rappresentazione. Quando Valeria Rumori, vice-direttrice dell’Istituto ha annunciato al pubblico la sua presenza in sala, tutti si sono alzati in piedi ad applaudirlo. Ma si vedeva che non stava bene. “Non abbracciarmi”, mi ha sussurrato non appena gli sono andato incontro, “sento male ovunque”. Di lui, ricorderò sempre la generosità d’animo, la disponibilità nell’aprirmi lo scrigno dei suoi ricordi e la piacevolezza delle tante ore trascorse insieme nella città della Baia. Ma anche quel suo pensiero, divertente ed emblematico, della prima volta (era il 1965) in cui si è trovato insieme ad altri hippie alla Longshoremen’s Hall per uno dei tanti Trips Festival: “Ma allora” ha pensato guardandosi intorno “non sono solo”. Da quel momento, la sua vita è stata dedicata al sostegno della creatività e della cultura. Per far sì che artisti e appassionati (dunque tutti noi) ci sentissimo meno soli.
Goodbye, Chet …
11/05/2007
