Alice si è finalmente liberata dalle catene e ha preso il volo. Esattamente otto anni dopo la morte dell’icona più consacrata di Seattle, Kurt Cobain, Layne Staley, tormentato frontman del gruppo grunge degli Alice In Chains, si è sparato in vena per l’ultima volta uno “speed” (il misto letale di eroina e cocaina che aveva già ucciso John Belushi) ed è partito per sempre.
Nessuno può sapere se è stato un incidente o un atto voluto, e in fondo ha poco senso disquisire su questo, quando l’angelo dalla voce più catartica e abissale dei primi anni Novanta le sue ali le aveva perse da un pezzo. Una breve vita (era nato nel 1967 proprio come Cobain) trascorsa tra oblii chimici e improvvisi quanto inutili tentativi di disintossicazione, tra esaltazione da culto e repentine dimenticanze, dentro al labirinto malato e senza uscita di un’esistenza scandita dai tempi della siringa. “We are an elite race of our own, the stoners, junkies and freaks. You can’t understand a user’s mind. What’s my drug of choice? And I do it a lot”, cantava con la sua voce roca e viscerale nel suo brano più eloquente, Junkhead. Il suo corpo oramai irriconoscibile è stato ritrovato senza vita il 19 aprile, a due settimane di distanza dalla morte, il che fa pensare che Staley ultimamente vivesse in un universo di solitudine. Gli amici hanno detto che da quando la sua ragazza Demri era deceduta per complicanze legate alla tossicodipendenza, Layne non si era più ripreso e vegetava rintanato nella sua casa del quartiere universitario di Seattle, dove i rifornimenti erano più facili. Almeno quella di Kurt Cobain è stata una fine più plateale, bruciata via da un colpo che gli aveva impedito di spegnersi lentamente anche nel cuore dei suoi fan; Staley, invece, si è consumato in un’agonia che è durata dieci anni, in uno stato larvale che non gli ha più consentito di diventare farfalla neppure nel ricordo di quanti l’avevano amato.
Pensare che anche lui è stato per molti un’icona indimenticabile e piena di assoluto talento: per coloro che hanno avuto la fortuna di vederlo dal vivo in un mitico concerto al Rolling Stone di Milano nel 1992, l’immagine del suo spettro biondo aggrappato a quelle poche note sublimi e moribonde è diventata un’ossessione. Layne era capace di farti toccare il paradiso per poi sprofondare all’inferno, con un’anima troppo pura per reggere le gravità oscure della terra, troppo debole per scampare dal circolo asfittico dei propri fantasmi. Gli Alice In Chains avevano fatto parte della seconda generazione dei gruppi di Seattle e ne avevano sempre rappresentato il lato più buio ed insano. Meno teatrali dei Soundgarden, meno facili dei Pearl Jam e dall’appeal più complesso e tenebroso rispetto ai Nirvana, la band di Jerry Cantrell e Staley (con l’aggiunta di Sean Kinney alla batteria e di Mike Starr al basso, in seguito rimpiazzato da Mike Inez) aveva ereditato in parte il fascino maledetto dei Mother Love Bone, in parte la morbosità virulenta dei Mudhoney.
Le loro melodie pericolosamente grunge imbevute di metal e di tinte sabbathiane esplosero nel 1990 con l’album Facelift (che presto divenne disco d’oro) e occuparono subito l’etere delle college radio e delle stazioni di classic rock. La rotazione su Mtv di inquietanti video quali We Die Young e Man In The Box, seguiti da una fugace apparizione nel film generazionale di Cameron Crowe Single (nella cui colonna sonora venne inserito il pezzo Would?), li rese popolari al pubblico di massa. Intanto l’ep Sap rivelava la capacità degli Alice In Chains di confezionare belle ballate acustiche, cariche di pathos e di poesia. Le prime notizie sulle abitudine autodistruttive dei membri del gruppo, poi, confermate dai testi criptici e psicotici, contribuì a crearne l’alone fuligginoso e dannato che ne avrebbe alimentato il mito. Il successivo disco del 1992 Dirt, totalmente dedicato alla tossicodipendenza, non avrebbe fatto altro che fomentare l’aura angosciata e borderline della band, diventando comunque in poco tempo triplo platino. Brani quali Sickman, Dirt, Down In A Hole, Them Bones, con i loro toni ipnotici e psichedelici, intinti da tratti epici di purpurea drammaticità, avrebbero in seguito inspirato progenie di musicisti, a partire da Godsmack (dal pezzo God Smack) e Creed, fino ad arrivare a Staind, Puddle Of Mudd e Adema.
Avventori del ghetto più disadattato dell’alternative nation, eredi in quanto a nichilismo e psicosi dei Jane’s Addiction senza però la reattività nervosa di Perry Farrel, gli Alice In Chains avrebbero partecipato al Lollapalooza rilasciando così una testimonianza indelebile di quello che non sarebbero più stati e anticipando la deriva di una generazione apatica, stanca e disillusa. Il loro tour del 1993 sarebbe stato interrotto a metà per “esaurimento nervoso” del cantante. Il successivo lavoro Jar Of Flies del 1994 ne avrebbe ricucito invece l’attitudine romantica, ricca di spunti melodici e passionali, mettendo ancora una volta in evidenza, nell’essenzialità di alcune liriche, l’incredibile talento compositivo del duo Staley-Cantrell. Nel 1995 Layne avrebbe imprestato la sua voce al progetto Mad Season, composto anche da Mike McReady dei Pearl Jam e Barret Martin degli Screaming Trees, sancendo l’inizio del proprio declino umano e professionale. Dopo il disco del 1995 Alice In Chains e l’Unplugged del 1996, la band si sarebbe allontanata dalle scene (al 1996 risale anche la sua ultima apparizione in pubblico), fagocitata dai crescenti problemi di salute del lead singer.
La morte degli Alice In Chains per gli estimatori risale già a quel periodo, facendo apparire Live e greatest hits quasi come dischi postumi. I continui pettegolezzi su presunte riunioni del combo di Seattle, su improvvise morti o su terribili malattie del cantante (si era anche parlato di AIDS) non hanno fatto altro che costruire false tragedie e speranze. La fine vera però era nell’aria da un pezzo, tanto che quando il 19 aprile scorso i notiziari hanno rilasciato la news di un corpo trovato morto nella casa del cantante Layne Staley nessuno ha avuto dubbi. Inghiottito dal mondo chimico della sua stessa disperazione il “piccolo Cobain” (così l’hanno definito alcuni giornali) se n’è andato in silenzio, dopo aver partorito una delle musiche più belle del decennio passato.
I sopravvissuti di quel mondo fragile e arrabbiato, cresciuto senza sogni che non fossero ideali frantumati e un vago senso di impotenza, hanno reso memoria al loro amico scomparso alla Seattle Centre Fountain, nello stesso luogo in cui si era svolta la veglia funebre per Kurt. “Non abbiamo soltanto perso un grande amico, una persona sensibile, dolce ed ironica”, dicono alcuni di loro tra le lacrime, “ma anche un artista ispirato e completo, interessato oltre alla musica alla fotografia e alla poesia.”
Alla veglia si sono visti anche Jerry Cantrell, Mike Inez, Sean Kinney , Mike Starr, la manager Susan Silver con il marito Chris Cornell, che si sono appositamente tenuti lontano dai giornalisti. In segno di rispetto dello scomparso, telecamere e fotografi sono stati pregati di andarsene e soltanto Kinney è riuscito a biascicare poche parole: “Il mio cuore è spezzato. Non riesco a dire nulla”. Scarne infatti le dichiarazioni: poche laconiche e commosse righe sul sito ufficiale degli Alice In Chains, un altro annuncio sentito sul sito della Roadrunner Records (nuova etichetta di Cantrell, per la quale presto uscirà il suo nuovo album Degradation Trip, vedi spazio recensioni) che mette in evidenza la profondità del sodalizio umano e artistico di Layne e Jerry, uno firmato Billy Corgan (ex Smashing Pumpkins) e Tom Morello (ex Rage Against The Machine), un’altro rilasciato da Cornell e un ultimo, il più toccante, dal titolo “Goodbye Layne” scritto con il cuore sul sito ufficiale dei Pearl Jam.
Un’intera discendenza al di là e al di qua dell’Atlantico rende dunque omaggio, ma Layne Staley è morto solo. Questo la dice lunga sull’effimero mondo del music business, ma anche sull’immenso baratro in cui doveva essere precipitato. “Layne non aveva l’ego ipertrofico della rockstar”, dice chi l’ha conosciuto, “era una persona troppo vulnerabile, un nervo ipervibrante esposto ai dolori dal mondo che non riusciva a reggerne l’onda d’urto.” Più volte Staley aveva ammesso di essere rimasto invischiato nella trappola della sostanza (l’intervista del 1996 rilasciata a Rolling Stone dal titolo “The Needle & The Damage Done” è passata alla storia), ma poche volte (o chissà, in cuor suo, quante altre) aveva dimostrato davvero di volerne uscire. Persino l’apparizione del singer al fianco di Tom Morello, Stephen Perkins e Martyn LeNoble (bassista dei Porno For Pyros) per la cover di Another Brick In The Wall (facente parte della colonna sonora di The Faculty) era sembrato un vano tentativo di resurrezione.
Quando le cose incominciarono a precipitare, Jerry Cantrell tentò di sopravvivere sfornando, con l’aiuto di Inez e Kinney, un disco solista nel 1998 intitolato Boggy Depot, il quale non fece altro che confermare l’importanza dell’unione con Layne nella vena creativa degli Alice In Chains. L’ultimo album del chitarrista (Degradation Trip), previsto per giugno, ha l’incedere dolente e greve dei lavori della band, quasi Cantrell, in un oblio da paranoia mentale durato alcuni mesi, avesse voluto catalizzare l’agonia dei viaggi acherontici dell’amico, prima di lasciarlo definitivamente andare. Resta comunque intatto il grande contributo che il gruppo di Seattle ha apportato al panorama musicale, soprattutto in veste di una vocalità che resta tra le più struggenti e incantevoli della storia del rock. Malgrado i detrattori sostengano che gli Alice In Chains avessero cavalcato l’onda, per chi li ha conosciuti restano emozione pura, un canale diretto con i meandri oscuri dell’essere umano il cui valore emotivo va ben al di là della semplice eredità musicale.
Come Cobain, anche Alice era alla ricerca della verità, ma anche lei non è mai riuscita a raggiungere il Nirvana.
