18/07/2026

Alessandro Serra, “Terra Vergine”: «Le poesie e le canzoni si sono scelte a vicenda nel corso degli anni»

Il poeta, cantautore e docente di filosofia racconta il progetto che mette in dialogo un album e una raccolta di poesie, riflettendo su arte, spiritualità, autenticità e sul rapporto tra musica e parola

 

Un disco e un libro che nascono insieme, ma soprattutto un unico progetto artistico in cui musica, poesia e filosofia si intrecciano fino a diventare un’esperienza condivisa. Terra Vergine segna il doppio esordio editoriale e discografico di Alessandro Serra, poeta, cantautore e docente di filosofia, che dopo oltre venticinque anni di scrittura dà forma a un percorso nel quale ogni canzone dialoga con un capitolo della raccolta poetica, invitando il lettore e l’ascoltatore ad abbandonare la propria “comfort zone” per riscoprire uno sguardo nuovo su sé stessi e sul mondo. Non si tratta di poesie messe in musica né di canzoni semplicemente riproposte in forma scritta, ma di due linguaggi autonomi e complementari che si richiamano continuamente, lasciando a chi legge e a chi ascolta il compito di costruire il proprio itinerario.

In questa intervista Serra racconta la visione che anima Terra Vergine, soffermandosi sul significato del titolo, sul dialogo tra poesia e canzone, sul valore simbolico della copertina e sul lavoro collettivo costruito negli anni con i musicisti che lo accompagnano. Il confronto si allarga poi ai temi che attraversano l’intero progetto: l’autenticità come alternativa all’omologazione, la spiritualità come ricerca personale e il rapporto tra identità e maschera, fino ai riferimenti filosofici e letterari che accompagnano il suo percorso, dal pensiero di Seneca sul rapporto tra vita e angoscia alle riflessioni di Nietzsche sull’identità, passando per Pirandello e la sua riflessione sulle molteplici parti che convivono in ognuno di noi. Ne emerge il ritratto di un artista che considera l’arte non un semplice mezzo espressivo, ma un’esperienza capace di mettere in movimento la coscienza e trasformare il modo di guardare la realtà.

Sono nati negli stessi momenti il libro di poesie e l’album?

Le poesie e le canzoni si sono scelte a vicenda nel corso degli anni. Anche se sia il disco che il libro rappresentano un esordio è da più di 25 anni che scrivo. C’è stata una ricerca costante che ha naturalmente intrecciato musica e poesia ad una cornice filosofica legata al mio lavoro quotidiano in aula: Terra vergine viene fuori da questo. Dopo anni di frequentazioni carsiche, concerti, reading, lezioni è come se poesie e canzoni avessero tracciato un sentiero comune che ho cercato semplicemente di testimoniare con questo progetto. Io penso che sono le poesie a fare i poeti e sono le canzoni a fare i cantautori. L’incipit del primo singolo del progetto Scacco matto vuole mettere subito le cose in chiaro prendendo le distanze da ogni tipo di personalismo artistico: “Per esempio a me piace scrivere canzoni, ad esempio mi capita perché sono loro che scrivono me”.

 

 

Parliamo del titolo Terra Vergine e come mai per il libro hai pensato anche al sottotitolo Cento poesie per cuori a maggese?

Terra vergine è una dimensione che si pone agli antipodi rispetto a quella che è ormai comunemente chiamata “comfort zone”. Da una parte c’è un terreno che tastiamo abitualmente di cui conosciamo ogni centimetro e rispetto a cui abbiamo costruito un funzionale sistema di abitudini e previsioni che ci permette di essere sempre in controllo di quello che accade. Ma è davvero così? O è soltanto una storia che ci raccontiamo per sentirci più al sicuro? Infatti dall’altra parte c’è un terreno totalmente nuovo, una terra già sempre vergine, rispetto a cui non è possibile alcun tipo di controllo. In tale dimensione, in cui esordire è inevitabile, gli eventi sconvolgono e disorientano ma, al contempo, costringono le parti di noi che non credevamo neppure di avere a venir fuori finalmente. Soltanto attraverso l’autentica esperienza dell’altro da noi può manifestarsi l’altro di noi e, in questo modo, ritrovarci finalmente interi.  Nel prologo del libro di poesie scrivo infatti che i versi della raccolta non sono orpelli, ma si sono comportati proprio come eventi inaspettati nella mia esistenza, sono arrivati lasciando una traccia che io non ho fatto altro che seguire. Il sottotitolo della raccolta rinvia allora alla speranza che la stessa cosa possa accadere al lettore: siamo tutti un terreno che, tenuto a riposo o opportunamente lavorato, ha la possibilità di ritornare fertile, ritornare vergine come la ciclicità della natura con le sue stagioni ci insegna.

 

Com’è nata invece la copertina che, a parte per quanto riguarda i colori, è uguale sia per l’album che per il libro?

La copertina del libro e del disco – realizzate mirabilmente dall’illustratrice e cantautrice Fedeshui – sono dedicate alla parte femminile di ognuno di noi, naturalmente connessa al concetto di Terra vergine precedentemente esposto. Per il mondo greco e orientale ognuno di noi ha una parte maschile e una parte femminile che sono interconnesse in un processo ciclico: da una parte c’è la tendenza maschile che vuole salvaguardare la propria forma di vita trasformando l’insicurezza della sopravvivenza in un ego abituato alla separazione e alla sopraffazione; dall’altra c’è la tendenza femminile opposta che aderisce al flusso della vita e ne accoglie la portata perpetuandone la forza, senza tentare di spezzettare o utilizzare la natura come supermercato a cielo aperto. Il maschile vuole un mondo omologato e omologante al fine di controllarlo e assoggettarlo meglio; il femminile ha la pazienza del maggese ed è capace di trasformare l’accoglienza in forza fertile di vita come il ventre materno ci ricorda ad ogni nascita. Nel mondo di oggi – come la cronaca tristemente ci ricorda – il paradigma maschile domina occultando quasi del tutto la parte femminile di ognuno di noi: per questo ho voluto riportare il femminile in evidenza. La bambina e la donna anziana sono una il riflesso dell’altra, l’interscambiabile inizio e fine di un processo naturale in cui ognuno di noi è inserito: insieme rappresentano la vitalità e la consapevolezza della vitalità simboleggiate anche dall’uccello che, dalle radici della terra, è collegato al volo come fosse un fiore spirituale.

 

COVER DISCO - _Terra Vergine_ COVER LIBRO - _Terra vergine. Cento poesie per cuori a maggese_

 

Ogni canzone ha il titolo di un capitolo del libro. Ogni capitolo raccoglie dieci poesie, ma comunque i testi delle canzoni sono diversi da quelli delle poesie, vero? Cioè non hai fatto in modo che le poesie venissero musicate in un momento successivo, giusto?

La differenza fra cantautorato e poesia a mio avviso deve restare e anzi è il segreto della loro segreta alleanza. I testi delle canzoni e delle poesie sono diversi ma complementari: la loro connessione è qualcosa che il lettore è chiamato ad indagare. Il filo rosso che lega le poesie fra di loro e ai brani è qualcosa che matura con gradualità nell’interiorità del lettore ed appartiene solo al lettore. Per questo nella raccolta i titoli dei brani appaiono come indizi di un percorso spirituale di cui unico depositario e attore è il lettore che decide di avviarlo. Il carattere ibrido del progetto è funzionale proprio a rendere il ruolo del fruitore completamente attivo: le connessioni fra parole e musica sussistono solo nella misura in cui il lettore-ascoltatore le agisce: io posso suggerire, costruendo ponti, ma sono i viaggiatori ad attraversarli. La differenza fra la linearità delle canzoni e la stratificazione dei testi poetici permette a mio avviso di orientare e al contempo di disorientare il lettore/ascoltatore. A me non interessa intrattenere: da una parte voglio avvicinarmi al cuore di chi mi ascolta stringendogli la mano, ma al contempo voglio insieme a lui provare l’ebbrezza di un salto.  Solo cantautorato e poesia insieme credo possano fare entrambe le cose.

D’altronde sia la genesi che la fruizione di poesie e canzoni sono distinte e affini. Quando scrivo canzoni le parole spesso sono già melodia ed è come se il brano fosse già un microcosmo da far venire alla luce a partire da un incipit che suggerisce tutto il resto, ed a questo microcosmo che l’ascoltatore si può affezionare. Invece l’ispirazione poetica è qualcosa di più irruento che porta con sé un ritmo interno che naturalmente poi si consuma fino al verso finale: il lettore di poesia più che affezionarsi può così provare la sensazione di un labirinto e della sua risoluzione. Poesia e canzone hanno due modalità d’essere differenti ma a mio avviso possono convivere e potenziarsi a vicenda. Ci sono poesie che hanno un ritmo interno che è possibile valorizzare musicalmente senza farle diventare classiche canzoni (ad esempio la poesia 3 con cui introduco i concerti ha una segreta anima blues che di volta in volta si sviluppa in modo diverso) e al contempo la forza di una canzone può essere proprio quella di ricamare con tenacia nel tempo orizzonti di senso e immaginari emotivi dentro cui poi le poesie possono trovare terreno fertile.

 

Com’è nata la musica dei brani e come hai lavorato sugli arrangiamenti?

È stato un lavoro di équipe che si è sedimentato negli anni. Anche se mi è capitato spesso di scrivere insieme a testo e musica anche una bozza di arrangiamento per i brani, questi ultimi nascono dal lavoro collettivo fatto nella bottega artigiana che è la nostra sala prove. Suono con gli stessi compari musicanti da quasi 20 anni: Giovanni Iannaccone al basso, Luca Elia alla batteria, Nicola Natella alla chitarra, Fabrizio D’Amato alle tastiere. Spero tanto che questo si noti all’ascolto: la nostra amicizia credo sia un elemento centrale del suono del disco che può renderlo ancora più umano in un’epoca in cui l’impersonalità dell’IA pare stia prendendo il sopravvento.  Con la sapiente direzione artistica di Lucio Auciello (L’Airone DISCHI), con cui il lavoro ha raggiunto ulteriore coerenza e linearità, l’equilibrio fra cantato e suonato è stato ottenuto con eleganza e semplicità: non tante tracce sovrapposte come muri di suono che devono arrivare all’orecchio dell’ascoltatore per indirizzarlo già in una direzione ben precisa, ma poche tracce che rinviano al suono live di una band che suona sostenendo le parole di un cantautore, senza risparmiarsi. L’ascoltatore deve avere il tempo di partecipare attivamente all’ascolto andando a riempire lui la distanza fra orecchio e segnale.

 

Siamo sempre più condizionati dal mondo in cui viviamo, siamo “costretti” ad adeguarci in qualche modo, ne parli anche nel primo singolo uscito che citavi prima, Scatto matto, e allora pensavo a questa citazione che non so se è calzante: “Chi possiede pienamente la sua vita ogni giorno, non conosce l’angoscia” (Seneca, Lettere a Lucilio, CI 8-10).

È proprio così. I paradigmi dell’ellenismo filosofico, come quelli stoici citati, hanno maggiormente la capacità di andare a fondo nelle cose rispetto a quelli moderni che spesso ci costringono a preconfigurare l’uomo già come una macchina biologica dedita solo all’adattamento e alla sopravvivenza. Si nasce intatti, ma con il tempo è come se perdessimo la capacità di risplendere, catturati dai meccanismi serializzati della società di massa capitalistica. Scacco matto è stato il singolo che ha avviato il progetto proprio perché ci racconta del bivio fra vivere e sopravvivere a cui siamo sottoposti ogni giorno della nostra esistenza: vivere non significa difendere qualcosa che può venirci tolto, ma al contrario esprimere ciò che abbiamo dentro di noi. In un mondo che abitua all’omologazione, l’autenticità sembra esser diventata un miraggio e, soprattutto, è diventato difficile ascoltare la voce della nostra interiorità perché, seguendo la logica del mondo capitalistico, tale richiamo risulterebbe essere inutile e per niente produttivo. Ma a mio avviso bisogna rinnovare completamente i punti cardinali della nostra bussola: dobbiamo smetterla di scambiare come nostro ciò che è solo sovrastruttura del potere proiettata nella nostra mente in modo subliminale. Ad esempio a mio avviso noi siamo tacitamente obbligati ad essere inevitabilmente materialisti e/o religiosi, mentre la spiritualità credo sia un nostro diritto-dovere da riscoprire.

 

Sicuramente c’è la filosofia nella tua ispirazione, ma c’è anche la letteratura? Nel discorso su Sotto mentite spoglie per introdurla dichiari che “Ogni persona è una maschera” e ovviamente poi spieghi cosa intendi rifacendoti anche all’etimologia dal latino della parola “persona”. A proposito di maschere pensavo a Pirandello e anche qui non so se è giusto come spunto per parlare del brano. Quanto alla filosofia va bene Nietzsche come esempio sempre a proposito di questo discorso?

Io sono laureato in filosofia e in particolare in estetica: l’arte e la letteratura sono richiami costanti nel lavoro di aula quotidiano che faccio a scuola. Il richiamo a Pirandello e al teatro ad esempio è esplicito nella poesia 56, presente nella sezione Sotto mentite spoglie della raccolta: “ognuno ha dentro una compagnia teatrale/ed una quantità di atti che non immagina. Da Arlecchino e Balanzone/a sei personaggi in cerca di autore/la natura stessa è theatrum”. Nietzsche poi è sicuramente un autore di riferimento per me in quanto è un grande conoscitore del mondo greco che ricollega al mondo contemporaneo in modo illuminante: ad esempio la dicotomia fra apollineo e dionisiaco presente nell’opera La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1872) ci aiuta a comprendere che la vita è forza indeterminata oltre ogni sua forma per cui quelle che noi chiamiamo identità sono soltanto maschere momentanee, pupazzi di neve, tappe di un processo che eccede continuamente quello che crediamo essere statico.

 

Ognuno procede a modo suo con la sua “iter-pretazione” per citare uno degli ultimi passaggi del prologo del tuo libro. Tu come stai procedendo? Nel tuo iter poi ci sono anche presentazioni in cui leggi le poesie ed esegui i brani dell’album dal vivo?

Sono molto contento che hai citato questo insolito concetto di “iter-pretazione”: fin da bambini ci insegnano che il mondo è fatto di significati precostituiti che noi dobbiamo memorizzare come fossero numeri telefonici. Ma crescendo è possibile accorgersi che le cose non stanno per niente così: qualsiasi lezione nella nostra esistenza per essere davvero compresa implica un viaggio, un iter irriducibilmente individuale.

Nella società di massa ci sembra invece che tutte le esperienze possibili siano omologabili perché è l’esigenza del venditore di anticipare ed influenzare la domanda a diffondere in maniera illusoria questa impressione. Tuttavia nessuna esperienza della nostra esistenza può davvero essere comparata a quella di un altro: leggere o scrivere una poesia, scrivere, cantare o ascoltare una canzone – o qualsiasi altra esperienza fatta per riconnetterci a noi stessi – sono tutte occasioni per ritornare a tracciare il nostro sentiero, a tracciare noi stessi. Per questo non credo che ci sia tanta differenza fra qualcuno che scrive una poesia e qualcuno che la legge: la cosa importante è il movimento della coscienza, il viaggio che la coscienza di ognuno di noi può fare. L’omologazione, che spesso si giustifica con la tanto agognata verità oggettiva, a mio avviso rischia solo di spegnere il fuoco interiore di ognuno. Per questo lo stesso spettacolo con cui porto il progetto in giro cambia spesso veste: oltre ai brani del disco – eseguiti in diverse formazioni e con arrangiamenti variabili – ci sono ad esempio poesie che a seconda dell’interazione con il pubblico possono essere recitate o trasformarsi in altro (come ad esempio è capitato con la poesia 28 che nell’ultimo concerto si è trasformata in un brano con climax ascendente del tutto improvvisato). Ogni concerto deve essere un’esperienza a sé perché è un’interazione fra esseri umani unici e irripetibili, non un monologo di un’autorità.

FOTO - Alessandro Serra 2

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