Alexis Ffrench, “24”: la musica per riscoprire il piacere del quotidiano
Il pianista britannico ha presentato il suo nuovo album a Milano: 24 brani per attraversare una giornata, riscoprire la bellezza del quotidiano e difendere il valore della creatività umana contro l’intelligenza artificiale
Nel tardo pomeriggio di lunedì 5 ottobre, negli spazi milanesi di Steinway & Sons, il pianista e compositore britannico Alexis Ffrench ha presentato 24, il suo nuovo album in uscita domani, 9 ottobre: un progetto costruito su 24 brani per pianoforte, pensati come altrettanti momenti di una giornata, dall’alba alla notte.
Ma 24 non è soltanto un disco che segue il trascorrere delle ore. È soprattutto un viaggio interiore, una riflessione sulla memoria, sulle relazioni, sulla quotidianità e sulla necessità di tornare a prestare attenzione alle cose semplici in un’epoca dominata dalla velocità e dalla connessione permanente.
Ffrench, uno degli interpreti più riconoscibili di quella che viene definita Classical Soul, lo racconta partendo proprio dalla struttura dell’album. Ventiquattro brani come ventiquattro ore, ma anche ventiquattro possibilità di guardare sé stessi da prospettive diverse.
«Normalmente mi domando che cosa mi chiedono il mio pubblico, i miei fan, le persone che mi sostengono», racconta. «Ma mentre scrivevo quest’album mi sono posto una domanda diversa: chi sono io?».
È questa domanda a fare da filo conduttore a 24. Un disco personale, ma non intimista in senso stretto: le esperienze individuali diventano un modo per parlare di qualcosa di universale, di quella che Ffrench definisce l'”architettura umana”.
«Mi piace pensare alla mia vita come a una collezione di esperienze», spiega. «La vita raramente è una strada dritta. Di solito è molto più complicata».
La musica di 24 nasce così dall’osservazione dei dettagli. Il risveglio, la prima luce, un incontro, il caffè del mattino, la quiete della sera. Momenti apparentemente insignificanti che, osservati con attenzione, possono diventare occasioni di consapevolezza.
Uno dei brani che ha suonato nel corso della presentazione, Good Morning, nasce proprio da una piccola rivoluzione personale. Ffrench racconta di essersi accorto di quanto il gesto automatico di prendere lo smartphone appena sveglio fosse diventato una fonte di ansia.
«Ti svegli, prendi il telefono e pensi: “Oh mio Dio, come sarà la mia giornata? Sarà pienissima…”».
Da qui la decisione di introdurre un nuovo rituale: al risveglio, la mano destra sul cuore, prima di qualsiasi altra cosa. Un gesto semplice, quasi simbolico, per recuperare uno spazio di silenzio e presenza.
Anche il caffè diventa musica. Coffee Song nasce dal rituale quotidiano della prima tazza, trasformato da semplice abitudine in una sorta di promessa per ciò che sta per cominciare.
La stessa attenzione ritorna in Where The Sunrise Finds Me, nel desiderio di concentrarsi sulla cosa più piccola possibile: un dettaglio osservato in una piazza, una persona, un’insegna, qualcosa che normalmente passerebbe inosservato.
Per registrare 24, Ffrench ha scelto lo Studio Miraval, in Provenza, il celebre complesso acquistato da Brad Pitt e rilanciato insieme al produttore e ingegnere del suono Damien Quintard.
È la seconda volta che il pianista registra nello studio e, per questo nuovo lavoro, ha cercato un approccio diverso.
Non soltanto la ricerca della perfezione sonora, ma anche il recupero di quelle piccole irregolarità capaci di rendere una registrazione più umana.
«Volevo portare nella musica anche le imperfezioni che spesso cerchiamo di eliminare», spiega. «Volevo recuperare quegli elementi idiosincratici, quella sorta di poesia che nasce proprio da queste cose».
Il risultato è un album che non si limita al pianoforte solo. Accanto ai diversi strumenti a tastiera compaiono archi, organo, percussioni e altre combinazioni sonore. Un mondo in cui Ffrench continua a muoversi senza preoccuparsi troppo delle categorie.
«La mia musica è un po’ interstiziale. Esiste negli spazi tra le cose», dice. «Non voglio necessariamente mettere qualcosa dentro una scatola dicendo: “Questo è questo”».
Una definizione che spiega bene anche il suo percorso artistico: una formazione profondamente legata alla musica classica, ma una curiosità che lo porta verso il jazz, il soul, il pop, il minimalismo e le contaminazioni contemporanee.
Nel corso dell’incontro emergono anche alcuni degli ascolti e dei riferimenti che hanno contribuito a formare il suo immaginario. Ffrench parla di Béla Bartók e di Allegro Barbaro, ma anche della sua passione per Emerson, Lake & Palmer, cercando una sorta di “DNA” comune tra mondi musicali apparentemente lontani.
E poi c’è Stevie Wonder, con Journey Through the Secret Life of Plants, progetto visionario che Ffrench ricorda per il modo in cui musica, natura e immaginazione riescono a fondersi.
È la stessa curiosità che anima 24: non cancellare le differenze tra i linguaggi, ma trovare ciò che li mette in relazione.
Inevitabilmente, parlando di autenticità e creatività nel 2026, arriva anche il tema dell’intelligenza artificiale.
Ffrench non si limita però alla domanda più immediata, quella relativa al rischio che l’AI possa sostituire musicisti, artisti o altre professioni creative. La sua preoccupazione riguarda qualcosa di più profondo: che cosa accadrà al valore che attribuiamo alla creatività umana quando produrre qualcosa diventerà sempre più facile e veloce?
«Quando parlo con le persone di AI, la maggior parte delle conversazioni riguarda le minacce esistenziali», osserva. «La minaccia alla nostra esistenza umana, alla nostra capacità di guadagnarci da vivere, alle nostre professioni».
Ma secondo Ffrench la questione non può fermarsi qui. Bisogna parlare del valore dell’arte non soltanto per il singolo individuo, ma per la società.
E soprattutto bisogna difendere il valore della difficoltà.
«Se tutto è disponibile premendo un pulsante, che cosa succede a quelle cose che sono difficili proprio perché devono esserlo?».
Leggere un libro, studiare, imparare uno strumento, affrontare un percorso lungo invece di cercare immediatamente il risultato: sono esperienze che, secondo il pianista, non servono soltanto ad accumulare conoscenza, ma contribuiscono a costruire il carattere.
«Molte di queste cose non servono soltanto alla comprensione e alla conoscenza, ma anche alla formazione del carattere».
È forse questo il punto più importante di 24: in un mondo che corre sempre più velocemente, la musica di Ffrench prova a creare uno spazio nel quale fermarsi.
Verso la fine dell’incontro, Ffrench racconta un ricordo della propria adolescenza.
La sua era una casa piena di musica e libri. I genitori, arrivati dalla Giamaica nel Regno Unito quando avevano sedici anni, gli avevano trasmesso una forte etica del lavoro, l’idea di dover studiare e impegnarsi più degli altri.
A tredici o quattordici anni, però, quella disciplina gli sembrava insopportabile. Un giorno, nella sua stanza, si ritrovò davanti alla televisione, desideroso semplicemente di fuggire dalla matematica e dai libri.
Passò Splendore nell’erba, il film del 1961 con Warren Beatty e Natalie Wood.
«Ricordo che volevo scappare dentro la televisione, lontano dalla matematica e lontano dai libri», racconta.
Anni dopo, quel ricordo sarebbe tornato a galla trasformandosi in una domanda artistica: e se fosse possibile creare un album nel quale le persone potessero rifugiarsi?
24 nasce anche da questa intuizione.
Ventiquattro brani, ventiquattro ore, una giornata intera attraversata dal pianoforte. Ma soprattutto un invito a tornare alla realtà: al tempo, ai ricordi, agli incontri, alla meraviglia delle piccole cose.
«Trovo grande ispirazione nella bellezza che si nasconde nella vita di tutti i giorni», ha spiegato Ffrench. «Volevo creare un’opera che celebrasse e accompagnasse musicalmente la quotidianità».
Dopo oltre un miliardo di streaming complessivi, un album come Evolution capace di superare le 30.000 copie vendute nel Regno Unito, il successo di Bluebird e un’esibizione al concerto per l’incoronazione di Re Carlo III davanti a milioni di spettatori, Ffrench sembra dunque scegliere una direzione tutt’altro che rumorosa.
Togliere, osservare, ascoltare.
E tornare a ciò che conta: prima ancora della tecnologia, esistono ventiquattro ore in una giornata. E dentro quelle ventiquattro ore, ancora, una quantità infinita di vita.

