16/05/2007

Angélique Kidjo

Black Ivory Soul – Columbia/Sony

Per tutti è la nuova Miriam Makeba. Anche alle spalle della più rappresentativa regina africana c’è lo stesso personaggio di culto: l’Harry Belafonte della situazione è il geniale Bill Laswell, ormai esperto e intelligente deus ex-machina di operazioni di contaminazione tra tradizioni etniche, sonorità elettroniche, creatività tribale e pulsazioni urbane. Che anche in questo caso mostra tutte le sue capacità intuitive e il suo gusto estetico spingendo la Kidjo a insospettabili mélange verso l’immenso patrimonio popolare brasiliano. In realtà, almeno a detta di Angélique, questa influenza brasileira farebbe parte del suo retaggio culturale. “Nel villaggio dove sono cresciuta”, ha dichiarato la stella africana, “c’erano tanti ragazzini nati in Brasile, in particolare a Bahia. Il Benin è noto anche per le sue commistioni razziali”. L’album inizia così con una spumeggiante cover di Refavela (brano del 1977 di Gilberto Gil) cui Angélique ha messo liriche afro. Operazione simile nel pezzo successivo, stavolta scritto a quattro mani con Carlinhos Brown (autore anche dell’incantevole ballad acustica Okan Bale): Tumba è un pezzo trascinante che cattura dal primo ascolto. Mentre Bahia (nonostante il testo africano) è quello dei tre che ha più spirito brasiliano. In mezzo, Les Enfants perdus e soprattutto Ne Cédez Jamais (cantati in francese) sono brani nella più classica vena artistica della Kidjo dove Africa e Occidente si fondono in modo naturalissimo e straordinariamente efficace.

Addirittura coraggiosa, la sua interpretazione di una ballata acustica (Ces petit riens) di Serge Gainsbourg. Per il resto, il curioso frullato afro-brasiliano fa continuamente capolino nelle 15 tracce dell’album (la cui versione europea presenta ben tre pezzi in più rispetto alla pubblicazione nordamericana). Piace moltissimo Ominira, scritta in collaborazione con Vinicious Cantuaria, autore anche della deliziosa Olofoofo. Intrigante anche la più ‘convenzionale’ Iwoya scritta e interpretata insieme a Dave Matthews (bravissimo, come sempre). Anche se per noi, amanti di suoni e ritmi sudafricani e perdutamente innamorati della Makeba, Afirika è il pezzo che da solo vale l’acquisto dell’album: specificamente dedicato a Mama Africa, il brano, sincopato ed emozionante, racchiude mezzo secolo di storia musicale africana e cuce tradizione e innovazione con gusto estetico assolutamente squisito.

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Voto: 7/8
Perché: la nuova regina d’Africa incontra il Brasile con la regia di Bill Laswell per un album di contaminazione intelligente che piacerà a tutti gli appassionati.

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