11/05/2007

Antony & The Johnsons

Milano, Teatro Ciak, 2 maggio 2005

Sold out. Tutto esaurito, recita una scritta sul manifesto fuori dal Teatro Ciak. Nonostante la marea di dischi inutili che major e indipendenti ci propinano, la gente sa ancora riconoscere la buona musica e i grandi artisti. Perché Antony è un artista di grande spessore e la sua band lo supporta in maniera eccellente seguendone alla perfezione le “bizze”. Già, perché dopo un inizio canonico, in cui sfodera subito il meglio dei suoi due album, Antony sembra insoddisfatto di come sta andando lo show. Forse iniziano ad affiorare in lui gli stessi dubbi che avevo quando, prima dell’inizio del concerto, avevano annunciato che sarebbe durato 90 minuti. Un’ora e mezza con una band senza batteria, ma con basso, violino, chitarra acustica, violoncello e pianoforte. Un’ora e mezza di quelle che Antony, a un certo punto dello show, sbuffando, chiama “slow songs”. Per quanto mi riguarda (e per quanto riguarda un pubblico in estasi), i dubbi sulla resa dello show vengono fugati quasi subito. A parte qualche momento poco convincente (soprattutto nei brani del secondo album, reinterpretati, nelle parti vocali, con qualche gorgheggio di troppo), la scaletta è mozzafiato. È un continuo cambio di scenari. È pop da camera, canzonetta leggiadra, musica da cabaret decadente e mitteleuropeo, soul bianco, ballata che ricorda Nick Drake e Jeff Buckley nei loro punti più alti. Musica per credenti di un altro Dio, di una religione non convenzionale. Musica che sgorga da un animo “scintillante” come quello di Antony. Lui però, da perfezionista, da spontaneo e bizzoso qual è, non sembra convinto di questo show. Forse sente che la componente black (che soprattutto nel secondo disco è presente) sta venendo a mancare. E allora a un certo punto guarda la scaletta sul piano. Sbuffa. Inizia a tirar fuori delle agendine di fianco a lui. Mi vengono in mente le moleskine che avevo visto maneggiare a Ben Harper prima di salire sul palco in uno show a Bologna. “Ho decine di scalette diverse in queste agende”, mi aveva detto. “A secondo del mood della serata le scelgo”. Forse anche Antony fa così. La differenza è che lui lo fa in corsa, durante lo show. Il cambio di scaletta mi viene confermato a fine concerto, quando mi fermo a parlare con il bassista della band. E allora sono altre emozioni ancora, che sgorgano in libertà. Improvvisa un mantra gospel in cui duetta con il pubblico, quasi a voler trasformare l’atmosfera classicheggiante e folk che si è creata in qualcos’altro, in una gioiosa messa soul. “Forse avreste dovuto cantare con me fin dall’inizio” dice Antony rivolgendosi al pubblico. Ora sembra contento. Ci regala una versione da brividi di Bird Girl. Poi chiude il set con una magnifica Hope There’s Someone. Potremmo andarcene tutti contenti così. Ma lui ritorna, acclamato con veemenza dal pubblico. E canta Candy Says di Lou Reed come se l’avesse scritta lui. Fuori, dopo il concerto, un centinaio di persone lo aspettano vicino al suo tour bus. Come si conviene alle stelle. Perché di una stella della musica contemporanea stiamo parlando.

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